IL CUORE DELL’IMPRESA BATTE ANCORA A DESTRA

26 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Dimenticare Vicenza? Impossibile per Luca Montezemolo, per Romano Prodi e per chiunque abbia occhi per vedere e orecchie per sentire. Vicenza oggi è qui, sotto le architetture di Renzo Piano, nel tempio veltroniano della musica, con la sua pancia in peristalsi, con il suo cuore che batte forte a destra. Cambia soltanto l´attitudine della platea: attenta, rispettosa, urbana sotto le raffinate architetture dell´Auditorium, quanto rustica e barbara fu nel Veneto profondo dei capannoni, eccitata come alla corrida dalla “mattana” dell´ex primo ministro, che toccò la pancia, le corde intime di quello stesso popolo che oggi siede qui con gli stessi sentimenti.

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Questione settentrionale o, tout court, questione industriale? Questione industriale o, peggio, scontro di blocchi sociali vicini a collidere come continenti alla deriva? Montezemolo ce la mette tutta per dimenticare e far dimenticare Vicenza, vola alto, etica, politica, gli interessi mediati in una cornice non corporativa, perché «è urgente pensare all´Italia, prima che a noi stessi» in un nuovo empito di «solidarietà nazionale». Espressione perfettamente adeguata rispetto a «progetti condivisi», ma che la platea equivoca, fatica a capire, ricollega forse a un´esperienza politica che non viene ricordata per la lotta al terrorismo che insanguinava il paese, ma per lo statalismo montante, per il cattocomunismo, per il consociativismo.

Basta un minuto e mezzo, all´inizio, per credere di poter psicanalizzare la maggioranza dei duemila che riempiono l´Auditorium, intervallati, come sempre, da qualche bellezza, accompagnatrici fasciate in passerella.
Non vale più la distinzione vicentina tra la prima fila dei grandi e potenti, gli esecrati «poteri forti», e le trenta file successive dell´ex popolo della partita Iva. Il test lo compie coraggiosamente Montezemolo stesso. Onore al nuovo presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: applauso di maniera. Gratitudine all´ex presidente Carlo Azeglio Ciampi: niente di più. Saluto ai neopresidenti della Camera e del Senato, senza neanche citarne il nome, a scanso di rischi per Bertinotti: applauso pigro. Saluto al presidente del Consiglio Romano Prodi, presente in sala: applauso indolente. E´ al nome di Gianni Letta che esplode la standing ovation. Truppe cammellate del riservato ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio?

Figuriamoci, neanche a pensarci. Sincera ammirazione. Ma perché mai? Letta è persona squisita, grande mediatore e intelligente navigatore della politica, ma nessuno più di lui incarna l´Italia democristiana statalista, della politica politicante, del potere forte ma dei toni pacati, quasi gesuitici.
Se è questo che gli imprenditori rimpiangono, perché mai allora restano freddi freddi quando Montezemolo ripete, con un´implicita critica all´ex premier, di aver assistito alla campagna elettorale più brutta della storia repubblicana per i toni e l´asprezza dello scontro? A meno che il dolce Letta non abbia, paradossalmente, lucrato applausi in realtà destinati al suo furioso leader Silvio Berlusconi, che, nello stesso momento, a Napoli continuava a minacciare sfracelli.

Ed è qui che s´infrange l´arduo tentativo di psicanalisi di gruppo. Sui 39 applausi che da bravi cronisti abbiamo registrato durante il discorso di Montezemolo, soltanto un altro, oltre a quello a Letta, ha fatto vibrare l´acustica di Renzo Piano. E´ scattato quando il presidente ha ammonito calcando sulla voce: «Non mettiamo mano alle cose buone che già ci sono, solo perché sono state fatte da altri. Concentriamoci sulle tante che restano da fare». Un riferimento a ciò che di buono, secondo la Confindustria, ha fatto il governo Berlusconi.
Ma possibile che un´assemblea di imprenditori chiamata ad affrontare i nodi del «declinismo», del debito pubblico, della concorrenza internazionale, si entusiasmi soprattutto per le parole del suo presidente in favore della precedente esperienza politica, più che per le pur forti e concrete richieste confindustriali e per le puntuali e pragmatiche promesse del ministro dello Sviluppo Produttivo Pierluigi Bersani e del presidente del Consiglio in persona?

«Ci impegneremo a darvi molto», giura Prodi, negando l´idea stessa di un´economia post-industriale, tutta terziarizzata, confermando il taglio al costo del lavoro e riaprendo la stagione della concertazione. Non sarà Alcide De Gasperi, come dice Clemente Mastella, ma come De Gasperi Prodi garantisce che non governerà questo paese contro il «Quarto Partito», quello degli industriali, che fu battezzato così nel dopoguerra, al tempo di Angelo Costa.

E allora cos´è che fibrilla nelle viscere profonde degli imprenditori prima ancora di aver visto all´opera il nuovo governo, pur prodigo di promesse? Perché tanto rimpianto per una stagione politica che ha visto aggravare la crisi delle imprese e del paese? Forse la risposta non è dentro questo Auditorium. E´ piuttosto sulle pagine dei giornali, nelle comparsate televisive senza sosta dei ministri del nuovo governo, a dispetto degli inviti alla cautela e, possibilmente, al silenzio lanciato dal presidente del Consiglio. Di che cosa credete si parlasse ieri mattina nell´Auditorium di Renzo Piano mentre Montezemolo cercava di ricucire lo strappo di Vicenza e Prodi e Bersani faticosamente vellicavano una platea se non ostile sicuramente sospettosa? Si parlava del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, che sull´Alta Velocità prende tempo, pur non nascondendo la sua ostilità, ma corre a dichiarare che Fidel Castro lo «emoziona».

E del ministro dell´Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che annuncia modifiche al Codice Ambientale, con norme più onerose rispetto a quelle degli altri paesi. O del sottosegretario all´Economia Paolo Cento, che la legge Biagi vorrebbe riscriverla tutta, ben oltre l´introduzione dei necessari ammortizzatori sociali.

Come fa questo popolo ad esaltarsi per i richiami etici del suo presidente, per lo «scatto morale» invocato da Bersani, per la pace sociale promessa da Prodi, se vede rimettere in discussione, in un continuo gioco dell´oca, anche quel poco di positivo che ritiene di aver ottenuto in questi anni da uno Stato che vive come ostile? Così Vicenza, la città che tanti anni fa fischiò Agnelli e Marzotto quando i poteri forti esistevano ancora davvero, il luogo epitome di un «capitalismo» nuovo, arrabbiato e sempre più esigente, oggi è ancora qui nell´Auditorium tra attesa e scetticismo. E´ come se alcuni di loro volessero ribaltare il motto montezemoliano: «E´ urgente pensare prima a noi stessi che all´Italia».
Prodi, Bersani, Enrico Letta, Padoa Schioppa, hanno perciò ben poco tempo per disinnescare la questione settentrionale e non farla dilagare oltre i confini del Nord. Senza dimenticare l´Italia.

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