I POTERI DEBOLI
SENZA L’AVVOCATO

25 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Il primo anno senza l’Avvocato si chiude dando ragione a chi già da un po’ chiamava «poteri deboli» i grandi esponenti del capitalismo italiano. Ormai è evidente che il caso Parmalat sta aprendo una serie di processi – nel senso letterale, ma anche politico del termine – ai protagonisti dell’establishment.

Dopo Parma, la magistratura svuota gli archivi nella Brescia di Finmatica, ma anche di quella «razza padana» che doveva essere – piacesse o meno – tra i protagonisti «nuovi». Si tira a indovinare su chi siano i prossimi della lista (un’altra provincia sobria e lavoratrice o la capitale della finanza, Milano?). I più maligni, invece, si chiedono perché alcuni verranno prima di altri. Persino chi s’illude di poter pilotare la valanga, rischia presto di rimanerne schiacciato.

Il 26 gennaio 2003, ai funerali di Gianni Agnelli, si diceva addio ad un’epoca. Soltanto dodici mesi dopo, tutti gli aspiranti reggitori del nuovo equilibrio si sono sciolti come neve al sole. Proprio la crisi Fiat, sembrò al tempo stesso l’ultimo campo di battaglia del vecchio establishment e la prima applicazione di una nuova egemonia. Le «banche creditrici di Fiat», espressione che indicava il concerto dei primi cinque gruppi bancari del paese (Banca Intesa, Unicredito, SanPaolo Imi, Capitalia ed Monte dei Paschi di Siena), erano riuscite a bloccare un cambio manageriale – Enrico Bondi, pronto ancora una volta a ricoprire il ruolo del grande risanatore – progettato dall’amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi, sostenuto da Umberto Agnelli, nuovo monarca dell’impero dell’auto italiana, e approvato da Silvio Berlusconi (sia in quanto imprenditore con delle mire dentro Mediobanca, che come capo del governo).

Quell’episodio dimostrò che l’espressione «bancocentrico» non indicava più solo la tara di un capitalismo da sempre allergico alla competizione, ma assumeva nuovi significati.

Lo squilibrio banca-impresa era, ed è, evidente: da un lato una pletora di aziende indebitatissime e alle prese con una congiuntura sfavorevole e il concreto pericolo di finire espulse dal mercato internazionale; dall’altro, istituti creditizi consolidati e per lo più risanati, ma soprattutto con vertici che si muovevano con una linea unica, quella indicata dalla Banca d’Italia. Una graniticità che permetteva loro di guardare con sufficienza alle lamentele dei risparmiatori su cui erano stati scaricati i rischi del fallimento Cirio.

La condivisione delle linee strategiche toccò il punto più alto nel marzo successivo quando Capitalia e Unicredito – aiutati da Mps nella scalata alle Generali – alleandosi con i finanzieri francesi Vincent Bolloré e Antoine Bernheim, dichiararono scacco matto a Vincenzo Maranghi, illusosi di poter perpetuare il potere di Enrico Cuccia. La normalizzazione di Mediobanca convinse i nostri supercapitani d’industria – più bravi ad intrecciare relazioni che a realizzare utili – che gli unici rifugi al riparo dalla kriptonite dei debiti fossero proprio le stanze dei cda delle banche.

Tra l’estate e l’autunno, vecchi e nuovi aspiranti a un posto in prima fila nel mondo della finanza si sono trovati un posto in banca: Emilio Gnutti e Francesco Gaetano Caltagirone a Siena, Diego Della Valle in Bnl sono alcuni scintillanti esempi. I più previdenti, come i Benetton (e ancora Gnutti) si erano già sistemati da tempo a Padova. Ma il paradigma di questo nuovo establishment è il patto di sindacato di Capitalia di Cesare Geronzi: 13 aderenti di cui uno solo è una banca (per di più straniera Abn Amro).

Su quel patto, firme consolidate come Tronchetti Provera e Ligresti sono affiancate da protagonisti “seminuovi” come Roberto Colaninno, Massimo Moratti o la De Agostini, fino ai nuovissimi Pierluigi Toti e Gianpaolo Angelucci. Proprio nel “salottino” di Mcc, Geronzi aveva accolto Calisto Tanzi che con la sua caduta ha messo in seria difficoltà sia il modello bancocentrico dirigistico-paternalista abbozzato da Fazio, sia l’alleanza siamese cercata dai banchieri tanto quanto dagli imprenditori.

In un solo anno, si è decomposta la galassia Fiat, è stato messo a soqquadro il salotto buono, si è stretto l’assedio attorno alla «razza padana» che aveva trovato nella Banca Popolare di Lodi il suo punto di incontro, e le banche, che sembravano il nuovo centro del sistema, sono sul banco degli accusati. La mappa del capitalismo italiano è ormai un puzzle da ricomporre. Come, non si sa. Né con quale disegno.

Così, mentre Tremonti consuma la sua rivincita su Fazio, e Berlusconi si mette al riparo dalla crescente influenza dei banchieri dell’Ulivo, gli ex poteri forti si dividono in due: i timorosi tengono il basso profilo, i più intraprendenti si preparano a regolare qualche conto sfruttando un’opinione pubblica già pronta, come accadde dieci anni fa, a scandalizzarsi per una classe dirigente che ha il suo stesso livello di moralità. E nel frattempo chi teme per le sorti dell’economia italiana si ritrova a rimpiangere chi non c’è più, se non altro per mancanza di alternative.

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