I MERITI DELL’ EURO E PERCHE’ NON RIMPIANGIAMO
LA LIRA

di Redazione Wall Street Italia
11 Luglio 2005 22:48

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – A coloro che ritengono che l’Italia avrebbe dovuto conservare la lira non entrando nella moneta unica o che sostengono la necessità di uscire al più presto dalla moneta unica europea è facile rispondere. Basta ricordare che cosa era la lira. Una moneta ridicola, disallineata anche visivamente rispetto alle monete maggiori, con tutti quegli zeri, con la tendenza a registrare tassi di inflazione, dal 1975 in poi, del 10% o anche del 20%, con il disprezzo da cui era circondata all’estero per cui nei bordereau delle banche, degli uffici cambio e degli alberghi — quando e se appariva — era messa sistematicamente all’ultimo posto e spesso indicata con un fogliettino scritto a mano.

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Per non parlare della sua tendenza a svalutarsi: il marco tedesco e il franco svizzero erano cresciuti di quasi dieci volte e il dollaro di oltre tre volte dal 1972 al 1999. Una moneta da cui gli investitori internazionali si tenevano alla larga come dalla peste bubbonica: ciò che rendeva l’Italia e i valori espressi in lire qualcosa di esotico e un po’ comico, come in genere sono viste dall’estero le cose di questo Paese.

Inoltre si può sottolineare che l’euro ha avuto 5 grandi meriti:

1) ha assicurato la stabilità del potere d’acquisto dei cittadini, con tassi di inflazione ben più bassi che in precedenza;
2) ha aperto a milioni di famiglie italiane la possibilità di ottenere mutui per l’acquisto della casa a tassi del 3 4% invece del 1215%;
3) ha favorito un certo risanamento della finanza pubblica per i minori oneri di interessi gravanti sul bilancio dello Stato;
4) ha consentito all’Italia di pagare meno per le materie prime e i prodotti energetici acquistati all’estero (si pensi agli effetti sull’economia italiana del petrolio a 60 dollari il barile se non ci fosse l’euro ad attenuarli);
5) ha contribuito ad eliminare la marginalizzazione dell’Italia dalle grandi correnti degli scambi finanziari e di investimento internazionali.

E’ vero, tuttavia, che con l’euro non è possibile effettuare svalutazioni compensative dell’aumento dei costi per unità di prodotto che, purtroppo, hanno continuato a manifestarsi allegramente in questi ultimi anni. Ma questo vantaggio competitivo a cui l’Italia ha dovuto rinunciare è di ben minore momento rispetto ai vantaggi prima elencati.

Più incisiva è la critica di coloro che, riconoscendo i vantaggi dell’euro, ritengono che il change over, cioè l’esecuzione del passaggio lira/euro, non sia stato privo di difetti. Essi ritengono che con il cambio euro/lira a 1936,27, e cioè a circa 2000, si è favorita la speculazione di chi ha effettuato una divisione per 1000. Cioè, se un prodotto costava 3000 lire il prezzo è stato portato a 3 euro invece che a circa 1,5 euro con un «arrotondamento» che di fatto costituiva un raddoppio. E non basta dire che questo problema è dovuto alle inefficienze strutturali della nostra economia nel settore commerciale e della distribuzione. Ne’ basta affermare che chi se la prende con l’euro agisce come un malato che, invece di curare la sua febbre, colpevolizza il termometro che non la misurerebbe nel modo corretto.

Il problema è quello di determinare la ragione per cui proprio con questo cambio dell’euro le inefficienze strutturali si sono manifestate. La risposta è complessa, ma si può notare come coloro i quali criticano il livello euro/lira di 1936,27, non riescano ad indicare quale altro livello sarebbe stato più opportuno, oppure, quando lo indicano fanno discorsi incoerenti.
Di fatto vi erano due possibilità.

La prima è che la quotazione euro/lira fosse fissata molto più in basso, ad esempio verso le 1500 lire. Sarebbe stata questa quotazione più opportuna? La risposta è no perché se, forse, ciò avrebbe evitato che i fruttivendoli raddoppiassero i prezzi, si sarebbe però determinata una fortissima rivalutazione della lira (che nella conversione teorica con il marco sarebbe scesa a 750 lire per 1 marco dalle 990,5 del periodo immediatamente precedente il change over) rendendo carissime le nostre merci sui mercati europei e internazionali. Agli italiani, inoltre, sarebbero stati consegnati molti più euro in cambio delle lire, il che avrebbe reso a buon mercato per noi le merci tedesche, francesi, spagnole, etc. con grave danno per la nostra economia. E’ vero, però, che un cambio euro/lira a 1500 avrebbe contribuito a combattere l’inflazione interna.

Se, invece, il governo avesse stabilito un cambio superiore a 1936,27 (per esempio 2500 lire) la competitività delle merci italiane all’estero sarebbe aumentata notevolmente, ma gli acquisti di merce estera, costando di più, avrebbero spinto i prezzi verso l’alto.
Come si vede, quindi, discostandosi da 1936,27, da una parte, miglioravano le ragioni di scambio, ma peggiorava la competitività, dall’altro, peggioravano le ragioni di scambio, ma migliorava la competitività.

Poiché il livello di 1936,27 rappresentava un ragionevole punto di incontro fra le due esigenze, si può dire che non sia vero che i problemi dell’euro risalgono ad una errata esecuzione del change over. Purtroppo, tuttavia, sia le rozze argomentazioni dei laudatores temporis acti, che evidentemente hanno la memoria corta, sia quelle solo apparentemente più sofisticate dei critici del cambio euro/lira a 1936,27 hanno facile presa in questo clima di becero euroscetticismo. Un clima in cui addirittura l’Inghilterra, che ha sempre boicottato ogni passo verso l’integrazione dell’Europa (moneta unica, Schengen, Europa sociale, etc.), viene vista come una guida verso la ripresa del processo di unificazione europea.

Si vuole dimenticare, cioè, il fatto che la politica inglese negli ultimi 500 anni ha sempre perseguito l’obiettivo di dividere i Paesi europei fra di loro per poter continuare a coltivare i suoi interessi sul mare e i suoi rapporti speciali con le altre nazioni anglosassoni (in precedenza colonie della corona inglese).

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