I mercati hanno fallito? Stiglitz: “il neoliberismo è morto”

19 Agosto 2016, di Laura Naka Antonelli

Del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz si sta parlando molto in questi giorni, in modo particolare per il suo libro “The Euro: How A Common Currency Threatens the Future of Europe” (ovvero L’Euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa). Interviste, editoriali, tour vari: Stiglitz continua a rilasciare dichiarazioni sul futuro dei fondamentali dell’economia globale. E, dopo aver illustrato al Financial Times la proposta di dividere l’Eurozona estromettendo Germania e Grecia, l’economista spiega a Business Insider come il tempo del liberismo sia ormai alla fine.

Il pensiero economico che ha dominato l’Occidente nel corso degli ultimi 30 anni, e che ha influenzato le decisioni delle principali istituzioni a livello mondiale, come Fmi e Banca Mondiale, e le stesse politiche economiche di diversi governi, ben presto potrebbe finire dietro le quinte.

Sempre Stiglitz ha più volte criticato in passato i pilastri fondanti del neoliberismo che si identificano nel libero commercio, nell’apertura dei mercati, nelle privatizzazioni, nelle deregolamentazioni e, sostanzialmente nelle riduzioni della spesa pubblica, al fine di incrementare il potere e gli interventi del settore privato.

Questa ricetta, per tanto tempo definita come il modo migliore per stimolare la crescita economica,  ha vissuto il suo momento d’oro negli Stati Uniti con gli ex presidenti Ronald Reagan e Bill Clinton e, nel Regno Unito, con l’ex premier britannica Margaret Thatcher.

E’ da tempo, tuttavia, che la sua efficacia non convince più: da almeno la crisi finanziaria del 2008 dopo l’ “euforia neoliberista” – espressione coniata dal Premio Nobel – che ha caratterizzato gli ultimi anni. .

Nel rispondere a Business Insider sul sostegno che continua a mantenere in vita il neoliberismo, il Premio Nobel 2001 ha confermato che quella era, almeno negli ambienti accademici, è agli sgoccioli.

“I giovani studenti non sono interessati ad affermare che il neoliberismo funziona; cercano di capire dove i mercati falliscono e come porvi rimedio, partendo dal presupposto che i fallimenti sono estesi. Ciò è vero, sia in microeconomia che in macroeconomia. Non dico che sia così ovunque, ma direi che si tratta di un trend dominante. Nei circoli politici credo che sia la stessa cosa. Ovviamente, c’è gente di orientamento di destra che, negli Stati Uniti, non lo ammette”.

Stiglitz conferma che i pilastri del neoliberismo – sostanzialmente l’idea secondo cui i mercati funzionerebbero meglio se venissero lasciati agire in modo libero, e che dunque la deregolamentazione dei mercati sarebbe il modo migliore per stimolare la crescita economica, che a sua volta apporterebbe benefici a tutti – ormai sono largamente disdegnati.

“Siamo passati da un’euforia neoliberista secondo la quale ‘i mercati funzionano bene quasi sempre’ e tutto ciò di cui c’è bisogno è assicurare la continuità dei governi, al pensiero secondo cui ‘i mercati non funzionano’. E ora il dibattito è su come fare in modo che i governi funzionino, alleviando tale situazione”.

Insomma, il verdetto è chiaro:

“Il neoliberismo è morto, sia nelle economie dei paesi avanzati che in quelle in via di sviluppo“.

E non si tratta neanche di una frase che non ha precedenti visto che, proprio qualche settimane fa, a porsi l’interrogativo sulla sopravvivenza del liberismo sono stati alcuni economisti dell’Fmi che, con un articolo, hanno fatto saltare sulla sedia diversi sostenitori del concetto di libero mercato e della cosiddetta “agenda neoliberale”.

Nell’articolo scritto dagli economisti Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri, sono stati messi in evidenza proprio i limiti di un pensiero che è stato adottato e promosso dal Fondo Monetario Internazionale per diversi anni. Così si legge nell’articolo degli economisti:

“Invece di assicurare la crescita (dell’economia), alcune politiche neoliberiste hanno ampliato le disuguaglianze, minacciando in questo modo le fasi di espansioni durevoli”.

E ancora l’FMI:

  • I benefici in termini di aumento della crescita sembrano difficili da individuare, nel momento in cui si esamina un gruppo ampio di paesi.
  • Prominenti sono i costi in termini di aumento delle diseguaglianze.
  • L’aumento delle diseguaglianze a sua volta provoca danni alla sostenibilità della crescita. Anche se il solo o principale scopo dell’agenda liberale fosse quello della crescita, i sostenitori di questa agenda dovrebbero comunque prestare attenzione agli effetti di distribuzione (della ricchezza).