I DS, IL PROF. ROSSI
E IL SIGNOR ROSSI

10 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Il maggiore partito della sinistra italiana è uno dei più piccoli d’Europa. Non è dunque solo il professor Nicola Rossi a non riconoscersi nella politica dei Ds ma tantissimi signor Rossi. La più elementare domanda alla quale i dirigenti ds dovrebbero dare una risposta riguarda il perché quello che era il più grande partito comunista dell’occidente sia diventato uno dei più piccoli tra i partiti socialdemocratici.

Forse il signor Rossi, che capiva bene quale fosse la funzione del Pci, centro organizzatore dell’opposizione e di coagulo di interessi sociali determinati, non capisce invece a che cosa servano davvero i Ds. E’ la stessa domanda che, naturalmente in forma più elaborata, si è posto il professor Rossi.

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Un grande comunista riformatore, Deng Xiao Ping, l’unico che sia riuscito davvero a cambiare cose sostanziali senza mandare il suo partito in una crisi inesorabile com’è accaduto invece al benintenzionato Michail Gorbaciov, sosteneva che non importa se il gatto è nero o rosso, l’importante è che prenda i topi. Lo si potrebbe parafrasare dicendo che non importa un granché se un partito ha o no un’ispirazione riformista, conta che sia in grado di fare delle riforme. Tra i Ds, invece, si discute molto dei caratteri del riformismo, ma non si definisce mai la strada concreta per realizzare le riforme.

Naturalmente non dipende tutto da loro, ma l’impressione che hanno trasmesso al signor Rossi è che da loro non dipenda quasi nulla. Quando il segretario del maggior partito di una coalizione definisce il governo “in affanno”, chiede insistentemente una svolta, indica l’orizzonte temporale di cinque mesi per realizzarla, e si sente rispondere che, caso mai, si deve parlare di cinque anni, dimostra di non contare un granché.

Piero Fassino era partito per chiedere una sorta di verifica degli equilibri di governo, ha finito per subire una specie di processo interno, con i ministri che chiedono a lui conto della sua presunta frettolosità. Non c’è fretta è diventato il ritornello col quale le velleità riformistiche vengono sistematicamente rimesse al loro posto.

Il signor Rossi vorrebbe sapere che cosa si fa per garantirgli che quando avrà raggiunto l’età della pensione ci saranno ancora i soldi per pagargliela, vorrebbe che si facesse qualcosa perché i vari uffici pubblici con i quali ha a che fare non lo costringano, ogni volta, a un’umiliante via crucis. Il professor Rossi aveva anche elaborato qualche proposta, ma anche a lui è stato detto che non c’è fretta. Una volta il signor Rossi, che naturalmente è di sinistra, sarebbe andato nella sezione o nella federazione del Pci per far sentire le sue ragioni, ora sa che è inutile rivolgere domande semplici ai dirigenti ds.

Quello che più si è deteriorato, paradossalmente, da quando è stata abbandonata la teoria leninista del centralismo democratico, è il rapporto con gli iscritti, gli elettori e i militanti. E’ anche per questo che il partito più importante tra quelli che hanno vinto le elezioni è in preda a una crisi evidente, peggiore di quella che lo colpì cinque anni fa quando le perse. Allora, almeno, se la poteva prendere con Silvio Berlusconi. Oggi, invece, è in preda a una sindrome di impotenza, che nessun successo nella conquista delle cariche dello stato, compresa la più alta, riesce a lenire. Se i Ds offrono al signor Rossi solo la possibilità di scegliere tra Fassino e Fabio Mussi, rischiano di sentirsi rispondere che il prodotto è scaduto.

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