GUFI IN CAMPO:
IL 2005 ASSOMIGLIA
AL 1987 E AL 1937

10 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Parlando della situazione attuale delle borse azionarie, nella lettera del mese di settembre, si era citata una frase del premio Nobel dell’economia, Paul Samuelson: “E’ profondamente giusto che gli sciocchi e il loro danaro qualche volta vengano separati”.

Considerando in particolare la Borsa di New York, si era anche detto che, secondo una metodologia di analisi quantitativa molto accreditata, il profilo dei prezzi dell’anno 2005 presenta delle notevoli analogie con il 1987 e con il 1937, due anni nei quali, dopo una fase di rialzo dei corsi azionari assai prolungata, si era assistito ad una sensibile flessione dei prezzi.

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Si era scritto, infine, che il rimbalzo avvenuto a partire dal 12 marzo 2003, dopo che si era assistito a circa il dimezzamento dei prezzi sulla Borsa di New York nei tre anni precedenti, stava terminando. Anzi, per il Dow Jones era già terminato da sei mesi (e cioè dal 4 marzo 2005) e sullo Standard and Poor’s da un mese e mezzo (e cioè dal 3 agosto 2005). La previsione era, quindi, di una flessione che riprendesse il trend ribassista marzo 2000/marzo 2003.

Naturalmente questa previsione ha fatto un notevole scalpore, poiché contrasta con l’analisi fondamentale, sia relativa al contesto macroeconomico, che con riferimento al quadro micro (cioè riguardante le principali aziende quotate sulle borse occidentali).

Il contesto macroeconomico, si dice, è buono. Vi è un po’ di rallentamento dell’economia degli Stati Uniti, ma nulla di preoccupante; vi è, d’altra parte, un po’ di ripresa in Europa. L’inflazione è sotto controllo nonostante l’abbondante liquidità iniettata nel sistema, poiché la straripante offerta di merci a buon mercato proveniente dalla Cina e dall’Asia in generale tiene i prezzi bassi. I tassi di interesse, specie in termini reali sono su livelli molto modesti e gli obbligazionisti, nonostante il rialzo dei tassi a breve, continuano ad acquistare titoli obbligazionari, facendo lievitare il loro prezzo e comprimendo i rendimenti.

Anche a livello microeconomico le cose vanno bene. Le imprese godono di interessanti profitti, al punto che negli Stati Uniti il rapporto fra profitti e indice Standard and Poor’s è pari a circa il 5% (e quindi è più elevato dei tassi sulle obbligazioni del tesoro a 10 anni) e lo stesso dicasi per le prospettive di utili delle maggiori società quotate sulle borse occidentali.

Una situazione macro e micro di questo genere sarebbe definita dal professor Pangloss, non solo il migliore dei mondi possibili, ma addirittura il migliore dei mondi in assoluto, quello che in inglese viene chiamato “l’economia dai riccioli d’oro”.

Questa straordinaria divergenza fra analisi fondamentale e analisi tecnicoquantitativa fa sorgere spontanea una domanda: è opportuno fare previsioni in base alla prima o affidarsi alla seconda?

La generalità degli analisti preferisce basarsi su considerazioni fondamentali, sia macro che microeconomiche. Ma così facendo essi trascurano il fatto che stanno parlando di cose già avvenute e scontate nei prezzi, cioè di “storia”. I mercati finanziari, invece, guardano avanti, al futuro, un campo in cui gli strumenti fondamentali purtroppo sono sempre serviti a poco: basti pensare che i dati economici di base erano ottimi anche nella primavera del 2000. Per guardare nella sfera di cristallo ci si deve accontentare dei pur imperfetti e forse meno nobili strumenti forniti dall’analisi tecnicoquantitativa.

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