Economia

Governo in bilico, si salva grazie a ex grillino. E su manovra è braccio di ferro con l’Ue

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ROMA (WSI) -Il governo torna in bilico al Senato. La nota di variazione al Def è stata approvata infatti solo grazie al contributo insperato dell’ex grillino Luis Alberto Orellana e grazie al caso che ha voluto che un esponente dell’opposizione, il leghista Roberto Calderoli, presiedesse l’assemblea al momento del voto (e quindi si astenesse come per prassi).

La nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza autorizzava tra l’altro il rinvio al 2017 del pareggio di bilancio e ha avuto l’ok con il quorum esatto di 161 voti, quanti erano necessari per l’approvazione.

Ancora da capire il significato politico di questi numeri che vanno affiancati a quelli di un’altra votazione, quella che ha dato il via libera con 162 voti alla risoluzione che impegna il governo a inserire nella legge di stabilità una serie di misure, tra cui la stabilizzazione del bonus fiscale di 80 euro, e l’ecobonus. Per la cronaca per il voto di fiducia per il Jobs Act la maggioranza era stata di 165.

Mentre è chiaro come sia stato determinante il voto favorevole di Orellana (reso pubblico da un ex compagno del M5s, Andrea Cioffi), essenziale è diventato anche il non voto del vicepresidente di Palazzo Madama Calderoli.

Ove a presiedere fosse stato un altro vicepresidente di maggioranza, alla coalizione di governo sarebbe venuto a mancare un voto e conseguentemente la risoluzione sarebbe stata respinta. “Ha votato favorevolmente anche Walter Tocci (dimissionario) e con lui i senatori cosiddetti dissidenti (che non hanno votato il Jobs Act, per capirci) che qualcuno vorrebbe espellere dal gruppo – rivendica Pippo Civati – Spero che la vicenda insegni qualcosa agli scalmanati che si sono manifestati in questi giorni, minacciando espulsioni e sanzioni nei confronti di chi continua a comportarsi in modo corretto e leale, soprattutto verso gli elettori”.

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Negli ultimi giorni il pallottoliere della maggioranza ha ricominciato a funzionare al Senato, da sempre – ai tempi del Porcellum – croce dei governi. Aveva assunto un significato doppio, per esempio, l’addio del senatore Antonio D’Alì al Nuovo Centrodestra per tornare a Forza Italia, anche se oggi, 14 ottobre, questo passaggio è stato “annullato” dal percorso contrario di Franco Langella, che ha lasciato il gruppo parlamentare del Gal (berlusconiani che spesso si sono ritrovati a sostenere prima Letta e poi Renzi) per approdare appunto con Angelino Alfano e quindi in maggioranza.

Tuttavia, secondo le voci che circolano, Forza Italia punterebbe a recuperare alcuni suoi ex parlamentari: tra questi i più noti sono il pugliese Antonio Azzollini e il calabrese Tonino Gentile.

Ma i guai per la maggioranza non sembrano essere finiti. In commissione Giustizia, sempre a Palazzo Madama, è ripreso infatti l’esame del decreto sul processo civile, con votazioni che sono riprese dall’articolo 16 che riduce il numero dei giorni delle ferie dei magistrati (cavallo di battaglia estivo del presidente del Consiglio Matteo Renzi che sul punto si è scontrato a distanza con l’Anm). L’emendamento è passato: i magistrati potranno andare in ferie dall’1 al 31 agosto. La norma è stata modificata, rispetto al testo del governo, dal senatore Psi Enrico Buemi. Sono stati bocciati tutti gli altri emendamenti.

Ma la maggioranza rischia di non avere i numeri, secondo quanto apprende l’agenzia politica Public Policy, sulla norma del divorzio veloce, osteggiata da Nuovo Centrodestra, Per l’Italia e una parte del Pd.

Secondo quanto riferito, i numeri potrebbero mancare durante la votazione dell’emendamento a firma della minoranza Pd che riformula la norma sulle separazione, prevedendo che questa venga comunque ratificata dal tribunale competente e non solo dagli avvocati delle parti. La proposta di modifica dovrebbe ricevere il parere contrario del governo ma Ncd sarebbe intenzionato a votare a favore facendo mancare i numeri della maggioranza.

Non solo. Il governo rischia di finire sotto anche su un emendamento di Carlo Giovanardi (Ncd) che introduce la mediazione assistita obbligatoria, nei casi in cui i coniugi con figli minori vogliano arrivare a uno scioglimento. La proposta di modifica dovrebbe ricevere il parere contrario del governo ma – a quanto riferito – Ncd e Forza Italia voteranno a favore facendo mancare i numeri della maggioranza. Il Pd infatti avrebbe bisogno dei numeri del M5s che a quanto si apprende non sosterrà la maggioranza. Per questo, nel caso manchino i numeri, il governo si prepara a presentare un maxiemendamento con la soppressione della norma. Secondo fonti di governo, l’emendamento sulla mediazione “è un pretesto” in vista dei nodi “veri” del decreto: divorzio veloce e ferie dei magistrati.

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ROMA (WSI) – Si ritorna ai primi di ottobre, alle cifre originali del Def. Pier Carlo Padoan ribadisce che nella Legge di stabilità che il governo deve inviare alla Commissione Ue stasera il miglioramento del deficit strutturale – calcolato al netto di ciclo e delle “una tantum” – sarà solo dello 0,1%.

Siamo lontani dallo 0,5 di correzione annua richiesta dalle regole, ma il ministro dell’Economia garantisce il rispetto del 3%, incolpa la crisi, poi giura che «siamo nelle regole e usiamo la flessibilità al loro interno».

Ci sarà dialogo con Bruxelles, concede, ma nell’eurocapitale i portavoce tacciono, mentre le fonti sospirano «vedremo», accompagnato da un «sarà molto difficile» passare le verifiche con questi numeri.

La matassa torna ad ingarbugliarsi, e non deve essere un caso se ieri mattina il premier Renzi ha chiamato il presidente designato della Commissione, Jean-Claude Juncker. Nelle ultime settimane la Bruxelles e Roma si sono parlate – «in modo costruttivo», assicurano i più – per aggirare gli attriti, l’una per evitare di chiedere una perniciosa riscrittura del bilancio, l’altra per scongiurare una bocciatura antipatica. Sembrava si fosse prossimi a un’intesa che portava palazzo Chigi a compiere un piccolo sforzo in più (0,25). L’ipotesi, ufficialmente, è caduta.

«Andremo avanti nel consolidamento», dichiara Padoan. I numeri del bilancio 2015, spiega, sono stati pubblicati e aggiornati col Def: «Il miglioramento strutturale è coerente con il rispetto degli obiettivi, tuttavia ciò che conta è avere come obiettivo il pareggio, probabilmente ritardato». Roma ha proposto in primavera di raggiungere il necessario equilibrio fiscale nel 2016 e il Consiglio le ha assegnato il 2015. Ora pensa di farcela nel 2017, prospettiva che ha dato peso alla possibilità che la Commissione, ai sensi del «Two pack» (le più recenti norme di governance europea) chieda una riscrittura del Bilancio.

Non solo. In primavera le raccomandazioni Ue per l’Italia avevano auspicato per il 2014 uno sforzo aggiuntivo stimato in 9 miliardi (la differenza fra lo 0,1 promesso dai nostri e lo 0,7 chiesto dall’Ue). Di questo non si parla più, c’è il «fattore mitigante» di valutazione posto dalla recessione.

La rotta è sul 2015 e anche stavolta lo 0,1 fatica a tornare. Padoan non è d’accordo. Afferma che in aprile, quando vennero assunti gli impegni, «la previsione di crescita era di 1,1 punti più alta: il contesto s’è deteriorato».

Di qui la velocità più bassa del consolidamento. La legge di Bilancio, incalza, «deve ancora essere approvata», per cui «è un po’ presto per dire che bisogna correggerla». Una fonte governativa parla di dialogo aperto con Bruxelles, ipotizza che possa continuare anche dopo giovedì, il che fa pensare alla possibilità di una correzione in corsa entro fine mese.

Magari con risorse che potrebbero essere già state accantonate. «Vediamo con è strutturato il bilancio», spiega una fonte europea. «E’ un esercizio aritmetico», ha avvisato lunedì il commissario Ue all’Economia, Jyrki Katainen. «Così è molto difficile», era l’umore i serata a Bruxelles.

In attesa del verdetto, Padoan punta il dito sul calcolo dell’«output gap», la differenza fra pil effettivo e potenziale, fra quanto un paese cresce davvero e quanto potrebbe se fosse in equilibrio di competitività. L’Ue ha agganciato l’esigenza di manovra sui conti pubblici a questa variabile, in modo da evitare di legare a sforzi correttivi troppo pesanti chi avesse il motore che non gira.

Si è deciso che più alto è l’«output gap», meno è necessario intervenire. Dunque Roma sostiene che, affinando la determinazione della crescita potenziale anche attraverso una più ampia valutazione degli effetti delle riforme effettivamente approvate, si arriverebbe a riconsiderare la sua inadempienza. «Abbiamo bisogno di aggiornare questi strumenti – ha ribadito Padoan – per vedere dove andiamo e dove veniamo». Ha senso. Ma è un fronte in più che si apre.

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