GIOCHI NEL PD: D’ALEMA, BERSANI E I POTERI FORTI

di Redazione Wall Street Italia
1 Luglio 2009 15:19
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(WSI) – Alla fine erano tutti contenti e quando alle 14 si sono ritrovati nel foyer del teatro “Franco Parenti” per un lunch molto sobrio, i banchieri e i politici che hanno partecipato al convegno della Fondazione ItalianiEuropei sorridevano rilassati.

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Sorrideva Massimo D’Alema per il successo del suo seminario milanese che ha fatto alzare le chiappe a personaggi come Cesarone Geronzi e Vittorio Grilli, ed esultava Luigino Abete per la convinzione di aver fatto un intervento memorabile che gli è costato un fiume di sudore.

In questo incontro più accademico che politico il vero trionfatore è stato Tommaso Padoa-Scoppia, l’ex-ministro dell’Economia di Prodi, che ha svolto una relazione lucida e severa come può fare solo chi è fuori dai giochi e sta seduto con Barbara Spinelli in un bistrot di Parigi in preda al disincanto.

Il risultato finale è comunque positivo agli occhi del lider Maximo che per una coincidenza apparentemente casuale ha messo sul piatto dell’amico Bersani una ricca pietanza di poteri forti, preoccupati dalla deriva di papi-Silvio e del suo ministro Tremonti.

La prudenza e l’infinita supponenza di D’Alema non lo hanno fatto scivolare in una polemica becera contro il governo. Nel suo intervento cartesiano, pronunciato a braccio con l’occhio che guizzava su un foglietto striminzito, il leader PD ha fatto capire che l’obiettivo dell’incontro era rappresentato soprattutto dalla strizzatina d’occhio alle banche criminalizzate dall’ex-tributarista di Sondrio.

I banchieri hanno apprezzato perché se D’Alema avesse scatenato i suoi strali soltanto contro Berlusconi, personaggi come Geronzi, Mussari, Modiano e Palenzona si sarebbero agitati sulle poltrone con grande imbarazzo. E anche Vittorio Grilli, il pallido direttore generale del Tesoro, avrebbe avuto un crampo allo stomaco. Così non è avvenuto e il 53enne Grilli ha potuto parlare della crisi che colpisce il commercio mondiale e dei Tremonti-bond sui quali ha dichiarato placidamente: “non so se saranno sufficienti”.

Se non lo sa lui che nel maggio 2005 è passato dalla poltrona di Ragioniere Generale dello Stato a quella di direttore del Tesoro, non lo sa nessuno, ma il problema non è questo quanto piuttosto capire perché un uomo storicamente silenzioso e triste come Grilli abbia risposto alla chiamata di D’Alema.

A questo proposito ieri durante il lunch a base di miserande tartine e di prosecco, qualche banchiere si è chiesto la ragione della presenza del longilineo professore che siede accanto a Giulietto Tremonti. Le interpretazioni che corrono sono almeno due: la prima attribuisce alla presenza di Grilli il valore di un ramoscello d’ulivo che Tremonti ha voluto mandare per interposta persona ai banchieri flagellati dalle sue grida.

La seconda è più interessante (anche se più maliziosa) perché non dimentica che questo “grand commis” sposato con una donna americana, ha collaborato più volte al sito lavoce.info, la roccaforte degli economisti di sinistra, e si tiene una finestrella aperta per il futuro.

Un futuro dove prima o poi la poltrona della Banca d’Italia si renderà libera. E tutti sanno che a via Nazionale si arriva con un accordo bipartisan. Come avvenne nel gennaio 2006 per Mario Draghi che fu nominato Governatore dopo ben quattro incontri di D’Alema nell’ufficio di Geronzi a Capitalia.

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D’Alema successo bancario: «Non sono venuti per me»

di Marco Ferrante

La riunione promossa ieri dalla fondazione ItalianiEuropei ha funzionato.

Il centrosinistra doveva dimostrare di avere ancora una capacità di contare nella fase del dibattito e Massimo D’Alema è ancora il politico della sua parte preferito dagli uomini del mondo economico e finanziario, perché come dice una persona informata dei fatti «è ancora il più intelligente, e nel nostro mondo l’intelligenza politica piace, ha un retrogusto che sorprende sempre quelli come noi che non hanno mai visto una sezione di partito».

Il parterre era nutrito. Da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, a Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, da Fabrizio Palenzona, potente vicepresidente di Unicredit, a Massimo Pini, vicepresidente di Fondiaria e uomo che spiega Roma al gruppo Ligresti. C’era Giuseppe Mussari, capo di Mps, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli (con aspirazioni – si dice – bancarie) e il presidente della Bnl Luigi Abete, che invece continua a essere giudicato dagli osservatori un uomo dalla perenne tentazione per la politica.

Defilata e autonoma la posizione in questa fase di Corrado Passera, capo esecutivo di Intesa Sanpaolo, ieri non c’erano uomini della prima banca italiana. Ma c’era Pietro Modiano, vicino a Giovanni Bazoli, da alcuni mesi a capo della bresciana Carlo Tassara, un incarico voluto proprio dal presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. Si dice che la rinuncia di Enrico Letta alla corsa alla segreteria, e l’alleanza con Pierluigi Bersani, sia il risultato di una più larga cordialità tra D’Alema, Romano Prodi e Giovanni Bazoli, i quali ultimi avrebbero scelto di scommettere sulla maggiore robustezza di Bersani rispetto a Franceschini, anche perchè la candidatura Bersani non impegna sulla scelta del futuro candidato alla presidenza del Consiglio. Prodi non parla.

Ieri è sì intervenuto sul tema congressuale con un fondo sul Messaggero, solo per rilanciare una sua vecchia proposta di federalismo partitico. Sui candidati non si è pronunciato, ma molti danno per scontato che abbia scelto Bersani. Il miglioramento dei rapporti tra D’Alema e Prodi non può che giovare alla rifondazione del Partito democratico. Un altro segnale di intesa è l’apprezzamento dimostrato in questa fase da D’Alema nei confronti di Tommaso Padoa-Schioppa, il cui intervento di ieri sulla crisi è stato molto lodato, anche dai banchieri.

In questo quadro, i cosiddetti poteri forti tendono a preferire come interlocutori D’Alema e Bersani (anche se l’ex presidente del consiglio ieri ha minimizzato: non è per me che sono venuti, ma perchè la fondazione prova a dare una mano a uscire dalla impressionante povertà del dibattito pubblico).

In generale questa preferenza nel confronto dentro al Pd sarà accordata dalla Confindustria, per quanto Emma Marcegaglia sia molto prudente; e anche da Enel ed Eni, potere al momento particolarmente forte anche dentro il sistema confindustriale. Ieri è andato all’inaugurazione del comitato pro-Bersani Matteo Colaninno, deputato del Pd, ma anche ex capo dei giovani di Confindustria, nonché figlio di Roberto, azionista di riferimento di Piaggio e Alitalia. Più difficile capire quale sia l’atteggiamento di Luca di Montezemolo che domani presenterà il suo think-tank ItaliaFutura: si dice che l’ex presidente di Confindustria consideri l’iniziativa dalemiana un po’ ancorata a un vecchio schema di primato della politica sull’economia.

Ieri, il quadro dei rapporti tra sistema economico e finanziario e nuovo Pd è stato liberato da una macchinosa complicazione con il ritiro della candidatura di Sergio Chiamparino. Il sindaco di Torino, sarebbe stato l’unico candidato tecnicamente in possesso (ancorché proquota) di una banca, via compagnia Sanpaolo, fondazione torinese azionista forte di Intesa Sanpaolo controllata dai poteri locali, comune in testa.

In quella parte del book del candidato ideale dedicato alle relazioni, Chiamparino avrebbe potuto far valere il buon rapporto con Sergio Marchionne della Fiat e quello con Alessandro Profumo, l’ad di Unicredit, il quale – secondo quanto riportato ancora ieri da Repubblica – avrebbe spinto per la candidatura del sindaco di Torino. Una scelta politica non condivisa da una persona di cui Profumo si fida, Carlo De Benedetti, il quale in questa partita preferisce l’unità su Dario Franceschini. Del resto, c’è chi fa notare che proprio a Chiamparino era stato chiesto di partecipare al convegno promosso da Veltroni a Roma con Franceschini, il cosiddetto Lingotto due, a cui parteciperanno anche Tito Boeri, economista del lavoro alla Bocconi e capo della fondazione Rodolfo De Benedetti, ed Enrico Morando, l’uomo che scrisse il programma economico di Veltroni.

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