“Germania nasconde grave crisi bancaria”

12 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – La Germania sta tenendo nascosta una grave crisi bancaria interna e per questo vorrebbe che la supervisione dei bilanci degli istituti di credito dell’area euro fosse condotta dalle autorità monetarie di ciascun paese. Per continuare nell’operazione di camuffamento.

A sostenerlo è Christian Marazzi, professore e direttore di ricerca socio economica presso la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana.

A livello di politiche europee, per Berlino il Vecchio Continente è un mercato sempre più importante e le sue aziende esportatrici fanno sempre più affari con l’Asia. Appoggiandosi dunque su questa convinzione, sono indifferenti alle critiche piovute da Fmi, Stati Uniti e Commissione Europea circa il saldo commerciale in attivo esageratamente alto, al 7% del Pil, per il quale la locomotiva europea rischia peraltro di incorrere in sanzioni disciplinari. L’atteggiamento tedesco va osteggiato, in nome del rilancio della domanda interna.

Riguardo al trattamento di favore riservato nel concedere prestiti alle banche italiane, accettando titoli Strip come collaterale, Mario Draghi non ha alternative, non potendo agire come prestatore di ultima istanza. In un mondo perfetto tali metodi ai limiti del legale andrebbero condannati, ma la Bce deve operare in un contesto, quello dell’area euro, tutt’altro che ideale.

Draghi sta cercando di ricalcare le strategie di allentamento monetario straordinario delle altre banche centrali. Per far fronte al problema della liquidità delle banche dei paesi periferici, che altrimenti sarebbero paralizzate, a causa della mancanza di garanzie idonee da concedere alla Bce, Draghi ha trovato una soluzione innovativa che costituisce però un colpo basso ai tedeschi, che da parte loro continuano ad avere paura dell’inflazione in un momento in cui il rischio di deflazione è reale, anche se ancora lontano.

WSI: Secondo le fonti citate dal Financial Times, in seno al direttorio Bce sta montando il clima anti Italia tra i rappresentanti del Paesi virtuosi. Come cambia il margine di manvora di Draghi?

Christian Marazzi: Sì, sembrerebbe davvero che la tensione tra Draghi e i falchi tedeschi, con l’economista “germanissimo” Hans-Werner Sinn in veste di portavoce della linea conservatrice, si stia pericolosamente avviando verso una rottura. In gioco ci sono evidentemente due approcci all’intera questione del futuro della politica monetaria della BCE, con Draghi che cerca di “americanizzare” la politica monetaria europea con politiche di quantitative easing, acquisto di buoni del tesoro (“whatever it takes”) e, in prospettiva, anche di obbligazioni private e, soprattutto, con l’obiettivo di fare della BCE l’unico supervisore dell’unione bancaria attraverso l’analisi dei bilanci della maggiori banche europee.

Da parte tedesca, ma anche olandese e austriaca, si guarda a tutto quanto Draghi sta portando avanti, come la riduzione del tasso direttore, come una vera e propria minaccia alla supremazia dei paesi “virtuosi” a tutto vantaggio dei paesi cosiddetti periferici, dell’Italia in particolare, facile bersaglio dei falchi che in questo hanno buon gioco, vista l’inerzia politica della coalizione italiana e l’avvicinarsi del punto di crisi del debito pubblico, della disoccupazione, dei consumi, ecc.. Perché mai, specie se si tiene conto del rischio di deflazione che è reale (per quanto, sul piano macroeconomico europeo, ancora sotto controllo: concordo con l’analisi di Wolfang Munchau di ieri sul Financial Times) e, quindi, una politica monetaria espansiva è sicuramente necessaria? Perché i tedeschi sono convinti che la deflazione dei costi, del costo salariale in primis, è quel che ci vuole per rilanciare la crescita export oriented, senza cura di rilanciare più di tanto la domanda interna.

Una visione, quella tedesca, che ormai criticano tutti (dal Fmi a P. Krugman), ma che li vede indifferenti, forse perché si sentono “protetti” dallo spostamento strategico delle loro esportazioni verso i paesi asiatici, ciò che per loro rende l’Europa un mercato tendenzialmente sempre meno importante. Il margine di manovra di Draghi, indubbiamente, si sta restringendo, ma molto dipende dal governo di larghe intese tra la Merkel e la Spd, che ha al suo centro la fissazione di minimi salariali e un allentamento delle misure d’austerità interne alla Germania. Se, politicamente, si va in questa direzione, Draghi potrebbe avere un sostegno politico proprio dall’interno della Germania, e la spaccatura si sposterebbe dall’interno della BCE al nuovo governo tedesco al rapporto tra questo e la Bundesbank.

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WSI: Proprio Draghi che vuole massima trasparenza prima di passare all’unione bancaria, concede favori agli istituti di credito italiani assegnando un rating A ai titoli usati come collaterale dalle banche. Solo la piccola agenzia DBRS ha un rating A sui bond italiani e non certo per quelli Strip. Si può parlare di metodo fraudolento?

CM: Non ne sono niente, ma se così è, bè la questione è a dir poco delicata. E lo è perché la questione della trasparenza è centrale per la costruzione dell’unione bancaria e le misure di supervisione dei bilanci delle maggiori banche europee. I tedeschi sono terrorizzati di vedere svelati i bilanci delle loro banche, perché sono messi male. Si pensi che la Commerzbank è esposta per un quarto su attivi legati allo shipping, e questo in un periodo in cui il commercio mondiale è in netta diminuzione e tutto il settore della logistica sta attraversando una vera e propria crisi da sovrapproduzione. Per questo i tedeschi vorrebbero una supervisione dei bilanci condotta dalle autorità monetarie di ciascun paese, appunto per gestire a modo loro questa crisi bancaria finora sempre mascherata. Quindi meglio sarebbe garantire la massima trasparenza e evitare di essere accusati di metodi fraudolenti.

WSI – L’Eurozona convive con lo spettro della deflazione: è un rischio per la ripresa o potrebbe rilanciare i consumi, prima che i redditi scendano ancora?

CM: La deflazione rilancia i consumi nel breve termine, ma sul lato dell’offerta di beni e servizi ha un effetto per così dire benefico solo dal punto di vista delle esportazioni. E’ quanto sta succedendo in Spagna. In realtà, la deflazione è un pericolo perché ingenera quell’effetto domino di stagnazione/riduzione dei salari nominali che non incentivano gli investimenti e che, di conseguenza, contribuiscono a ridurre ulteriormente la domanda aggregata. La spirale deflazionistica è deleteria: aiuta, ma per poco, una crescita orientata all’esportazione (in un periodo in cui la domanda su scala mondiale non tira, complice anche la guerra valutaria in corso), ma al prezzo di una povertà dilagante. Crescita marginale a mezzo di povertà, ecco cosa è il rischio deflazione. E quindi ha ragione Draghi a cercare di prevenirla con politiche monetarie espansive. Tutto sta nel vedere se l’iniezione di liquidità “alla Friedman” riesca o meno a invertire la rotta dei prezzi. Qui ho qualche dubbio, dato che la liquidità finora creata è rimasta nei circuiti finanziari, non è cioè “sgocciolata” nell’economia reale. E’ possibile che il prossimo passo sia quello di tassi della BCE negativi, tali cioè da scoraggiare le banche dal depositare questa stessa liquidità presso la BCE stessa.

Il fatto è che fin quando le prospettive economiche sono quel che sono, ossia recessive, il credito bancario a imprese e famiglie è destinato a essere non solo contenuto, ma decisamente molto caro. Se non si esce dalla logica dell’austerità, se non si riducono le disuguaglianze dei redditi, spaventosamente cresciute in questi cinque anni di crisi, insomma se non si ha il coraggio politico di avviarsi verso un’inversione della governance della crisi, sarà difficile per la politica monetaria avere un impatto decisivo sul rischio deflazione. In questo sta il vero limite della politica monetaria espansiva.