Germania contro Cina, vieta acquisizioni in settori chiave. E l’Italia?

10 Giugno 2016, di Alberto Battaglia

Io non sono disposto a sacrificare posti di lavoro e imprese sull’altare dei mercati aperti in Europa”: è un intervento muscolare quello pronunciato dal ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel, che ad alcuni in Italia – dove le aziende del Made in Italy vengono saccheggiate dai gruppi stranieri e in particolare cinesi – piacerebbe sentire proferito dai nostri ministri di governo.

Nei giorni scorsi si era discusso con toni assai critici della possibile acquisizione della fabbrica tedesca robotica ed elettronica Kuka da parte dei cinesi di Midea, che hanno lanciato un’offerta per acquistare il 30% delle azioni della Kuka, di cui detengono già il 13,5%.

Secondo Gabriel, che ha parlato ieri in un’intervista al settimanale WirtschaftsWoche, il mutamento di quelli che sono da considerarsi i settori strategici di un’economia, dovrebbe allargare le protezioni statali sulle mani estere oltre al semplice ambito della difesa. “Le aree in cui la prosperità e il valore del futuro sono distribuiti sono cambiati. Di questo cambiamento dobbiamo tenere conto”, ha dichiarato il ministro tedesco.

All’atto pratico Gabriel propone all’Unione Europea di avviare una discussione con la Commissione e gli Stati membri in quanto la libera circolazione dei capitali “è usata come garanzia di concorrenza”, e se questa viene sfruttata da chi non apre il proprio mercato, allora “approfitta di un indebito vantaggio”. Il messaggio verso la Cina non poteva essere più chiaro.

“Dobbiamo chiederci seriamente se vogliamo continuare a consentire agli investitori di paesi terzi di muoversi nella nostra economia di mercato, adoperando l’intervento economico dello Stato”, ha tuonato il ministro Gabriel. Per il momento la legge tedesca permette al governo di opporsi a una presa di controllo straniera solo se sono minacciate la sicurezza o l’ordine pubblico.

Il dibattito in Europa si preannuncia interessante, visto che la Germania sta dimostrando, ancora una volta, di premere su Bruxelles con grande zelo quando in ballo ci sono gli interessi nazionali tedeschi. Una cosa che non si può dire, per lo meno non in questo frangente, della controparte italiana.