GEAB 96: Grecia, la tentazione di scartare l’Fmi

19 Giugno 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Tensioni geopolitiche, divisioni in Europa, Fmi, Grexit e Nato: di fronte alla “combinazione di tanti indicatori alquanto preoccupanti negli ultimi mesi”, gli analisti del rapporto GEAB si sono concentrati nella questione della probabilità di un ritorno delle guerre europee entro il 2020.

Nel report di giugno il team di GEAB dice di “continuare a vedere realizzate tutte le piste battute per uscire dalla crisi, ma continua comunque a vigilare sugli ostacoli che rimangono sulla strada verso la risoluzione”.

Gli ostacoli si dividono in due tipi:

1) da un lato, gli sforzi dei padroni del mondo di ieri per avere il controllo della situazione, conflitti anacronistici ancorati al passato e generati da potenze sempre più isolate ma anche aggressive, tra le quali rimane soprattutto l’apparato militare USA, ma non solo;

2) dall’altro, le scintille «naturali» in grado di nascere dai grandi attriti tra le placche tettoniche, immagine che evoca al meglio i riequilibri geopolitici in corso.

Crisi greca: la tentazione di scartare l’FMI

Secondo i media, sembrerebbe che il mondo intero si aggrappi all’accordo greco cercato dall’Unione, dalla BCE e dall’FMI. Tra nuovi sviluppi e una situazione di stallo, la tensione sale e ormai il ritardo di pagamento della Grecia non è escluso. Cataclisma o opportunità, si chiede il gruppo di analisti di GEAB.

Dalle ultime indiscrezioni pubblicate da Zeit Online pare che la Grecia potrebbe ricevere dai creditori una proposta last minute per prolungare gli aiuti fino alla fine dell’anno, ma senza il Fondo Monetario Internazionale di mezzo. Scartare uno dei tre attori della troika dei creditori è un’idea nuova.

Come? Stando alle informazioni delel fonti citate dalla testata tedesca, i 10 miliardi del programma che sarebbero destinati in realtà alla ricapitalizzazione delle banche, potrebbero essere invece usati nei prossimi mesi per saldare il debito che Atene ha contratto presso la Banca centrale europea (BCE) e il fondo monetario internazionale (FMI). A cominciare dal 30 giugno, giorno della scadenza simultanea delle 4 tranche di un prestito da 1,6 miliardi che l’Fmi aveva concesso alla Grecia.

La Grecia resterà nella zona euro

“Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo: la Grecia resterà nella zona euro. È strano che, fino a poco tempo fa, tutti i media associavano il ritardo di pagamento e il grexit. Il tempo è passato: le due probabilmente sono ormai ben separate, come si deve, ed è segno che la Grecia manterrà la moneta unica. Che sia in ritardo, in compenso è una possibilità. È se è questo è il caso, sarà un ritardo voluto, organizzato, e anche di concerto, tra Europei. Il caso greco non è sotto i riflettori globali da sei anni. L’esito della crisi si produce in modo inaspettato”.

“Del resto, assistiamo alla ripresa del controllo politico della zona euro, con Merkel e Hollande che vogliono un « rafforzamento della zona euro »[2], con Juncker che infonde una nuova energia politica, e con Sigmar Gabriel (vice cancelliere tedesco) e Emmanuel Macron (ministro dell’Economia francese) che chiedono un’« integrazione radicale » dell’Eurozona[3]. Naturalmente, tutto ciò non è compatibile con una disordinata uscita della Grecia dalla zona euro. Né Juncker né Tsipras, che si battono da mesi per ottenere un accordo, prendono in considerazione il grexit. Grexit che non è che un fantasma dei mercati finanziari e dei media”.

FMI: una spina nel fianco in territorio europeo

Di certo questo evento di Grexit “è stato richiesto, volontariamente o meno, da alcuni giocatori della partita di poker che si sta attualmente giocando, in particolare quello di Washington”.
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“Ognuno conosce le posizioni storiche dell’FMI in materia di gestione di indebitamento sovrano. La questione greca non fa eccezione: dei tre membri della troika, l’FMI è di gran lunga il più ideologicamente esigente nelle sue richieste verso la Grecia”.

“Se la tragedia greca dura da così tanto tempo, non è la portata del problema ad essere in discussione. È stato sicuramente necessario immettere circa 240 miliardi di euro nell’economia greca – o piuttosto nelle banche e nel sistema finanziario greco, affinché questo non crollasse (il che avrebbe rischiato di trascinare tutto il sistema europeo). Una tale somma rappresenta solo un quarto del QE della BCE, ad esempio, o una piccola parte dei piani di rilancio europei e di sostegno alle banche”.

“No, se la tragedia greca dura da così tanto tempo è perché c’è un altro motivo. I tedeschi che non vorrebbero pagare? Non sono gli unici a pagare (rappresentano solo il 22% dei fondi prestati) e finora lo hanno sempre fatto senza far tante storie. La ragione è piuttosto da ricercare nell’FMI dalle richieste irragionevoli e fin troppo neoliberali per il continente europeo”.

“Un «alleato» imposto da Washington nel 2010 ma che rappresenta meno del 20% degli aiuti (dei quali adesso più della metà è stata rimborsata). Un alleato ingombrante di cui l’Europa vorrebbe sbarazzarsi per gestire da sola il proprio problema, senza l’ingerenza degli Stati Uniti. Tanto che alla fine si è creata i mezzi per risolverlo questo problema, in particolare grazie al FESF (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e poi al successore, il MES (Meccanismo europeo di stabilità)”.

“Numerose fonti dubitano che la Grecia disponga della somma richiesta dall’FMI il 30 giugno (1,6 miliardi di euro), e lo stesso Ministro degli Interni ha escluso un rimborso dell’FMI senza aiuti esterni”.

Secondo il Ministro dell’Economia, Yánis Varoufákis (che rimpiange il metodo impiegato e avrebbe preferito negoziare direttamente con gli Stati membri europei), la troika non ha mai veramente negoziato, accontentandosi di imporre le proprie richieste. Un modo di giocare a poker scommettendo che la Grecia ceda? Forse. Ma soprattutto una gestione tecnocratica di una crisi greca dalle implicazioni principalmente politiche… e un gioco molto rischioso perché i messaggi inviati dal governo greco agli europei (che siano gli interventi di Tsipras o le interviste di Varoufákis nei giornali europei) sono chiari e finiscono per dare i loro frutti: non si arriva a capire che hanno ragione e che ci hanno messo una straordinaria buona volontà a portare avanti i negoziati senza usare l’argomento decisivo – il ritardo e l’uscita della zona euro?”

“L’idea che sosteniamo già da diversi mesi è che vi sia un tacito accordo tra la Grecia e l’Eurogruppo, dove il governo Tsipras è chiamato a vedersela con l’FMI e con le sue richieste irragionevoli. I leader europei avranno il coraggio di sostenere il semplice ritardo di pagamento della Grecia? Probabilmente no, perché le conseguenze sono assai imprevedibili. Ma c’è un’altra soluzione ed è lo stesso Varoufákis ad averla proposta all’Eurogruppo: che il fondo salva stati ESM (che è stato creato peraltro proprio per questi fini) dia il denaro che la Grecia deve al Fondo di Washington.

“Nessun ritardo di pagamento, solidarietà europea e destituzione dell’FMI (poiché questo verrebbe del tutto rimborsato): questa soluzione presenta molti vantaggi. Anche l’FMI potrebbe trarne vantaggio, poiché capisce bene che sono tutti nella stessa barca e che sarebbe meglio essere rimborsato dall’Europa piuttosto che continuare a gettare benzina sul fuoco e rischiare un’esplosione dell’intero sistema finanziario”.

“Immaginiamo poi per un attimo il segnale che un rifiuto del rimborso della Grecia all’FMI manderebbe a tutti i debitori di questa istituzione. L’FMI pensa veramente di andare contro ogni logica? O tutto questo, come ipotizziamo da mesi, non è che una messa in scena tra attori che hanno ogni interesse al cambiamento e che, per questo, hanno bisogno di una situazione estrema per giustificare le proprie mosse?”

La soluzione di Varoufakis è innegabilmente il buon compromesso. Ma se è vero che non può essere messa in pratica, ne esiste un’altra, più violenta e imprevedibile, ma con lo stesso potenziale di risoluzione della crisi.

Ritardo di pagamento in zona euro: sogno o incubo?

“In realtà, al punto in cui sono i negoziati, l’altra alternativa ora più credibile è più violenta: lasciare che la Grecia sia in ritardo parziale. Per far questo, occorrerebbe a priori un coraggio politico ben maggiore di quello di cui i nostri leader sono capaci – a meno che i temporeggiamenti dell’Europa non spingano Tsipras all’esasperazione (non va dimenticato che qui ha un asso nella manica). Il nostro team ritiene quindi improbabile questa opzione. Detto ciò, avrebbe conseguenze interessanti e sempre meno tabù”.

“Obbligherebbe infatti ad una revisione dei debiti della zona euro (e forse anche mondiali). Perché sollevare la Grecia da una parte dei debiti quando Spagna, Italia, Portogallo o Francia, ad esempio, lottano anch’essi con il proprio indebitamento? Ciò avrebbe il merito di avviare una riflessione in merito, con la possibilità di eliminare molto semplicemente una parte del debito pubblico”.

“I debiti privati sono stati trasformati in debiti sovrani che schiacciano gli Stati, e non solo la Grecia, ormai incapaci della minima azione di rilancio economico. Un risanamento forzato con un ritardo parziale e ponderato avrebbe di certo conseguenze spiacevoli per alcune istituzioni finanziarie parassite, ma alla fine sarebbe un mezzo per risanare il sistema – risanamento che è la chiave per uscire dalla crisi sistemica globale”.

“C’è quindi la forte tentazione di organizzare il mancato rimborso di alcuni creditori o dell’FMI e di innescare un processo di cancellazione del debito, soprattutto in un contesto di risalita dei tassi di interesse sul punto di vanificare gli sforzi di austerità condotti dai paesi indebitati”.

“Il grande negoziato sull’emblematico caso greco è probabilmente, innanzitutto e soprattutto, un buon tempo di riflessione e di preparazione all’applicazione di una soluzione definitiva che potrebbe, dopotutto perché no, consistere a spingere i greci a innescare la grande bomba della cancellazione dei debiti che schiacciano il pianeta”.

“Ma il nostro pronostico è comunque la scelta di una soluzione «ragionevole» di trasferimento del debito nell’Europa”, la quale segnerebbe “la ripresa dell’indipendenza finanziaria del continente europeo”.

(DaC)