FUSIONI, VERI
E FALSI INTERESSI NAZIONALI

di Redazione Wall Street Italia
16 Settembre 2005 17:13

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L’ondata di acquisizioni e fusioni che si registra
almeno da un anno a livello globale, e che ha ormai investito in misura evidente
l’economia europea, ha cause generali (l’abbondanza di liquidità, l’andamento
dei mercati borsistici), e cause settoriali (tecnologiche, di ampliamento di
gamma, di riduzione dei costi).

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Da un punto di vista strutturale, essa rappresenta un altro episodio degli
inevitabili processi di aggiustamento che investono la struttura produttiva dei
vecchi Paesi industrializzati, con il mutare della divisione internazionale del
lavoro. Il dispiegarsi di questa ondata avviene però in Europa non senza
qualche rigurgito protezionistico, che ha come sue parole d’ordine più
frequenti la difesa dei campioni nazionali e il rifiuto di vendere agli
stranieri le imprese strategiche. Un esame dei casi cui queste – accattivanti –
parole d’ordine sono applicate rivela però ben presto un forte puzzo di
bruciato.

La nazionalità è infatti un criterio applicato in modo a dir poco curioso:
ad esempio, per alcuni, nel nostro Paese, l’italianità delle banche è
indispensabile, ma quella delle assicurazioni non importa molto. Dobbiamo avere
una compagnia aerea di bandiera, ma che la sventola – ogni anno – in un numero
sempre più ristretto di continenti.

Anche la strategicità è un criterio in cerca di una spiegazione razionale,
come mostra la lista recentemente proposta dal Governo francese di settori nei
quali bloccare l’ingresso dello straniero, che accomuna armamenti, case da gioco
e biotecnologie (e dalla quale sono per ora stati esclusi gli yogurt). Il
Governo inglese, per conto suo, ha invece recentemente indicato che intende più
porre limiti all’acquisto di industrie britanniche della difesa da parte di
investitori esteri, a patto che alcune specifiche produzioni vengano mantenute
sul suolo britannico.
In realtà una spiegazione razionale delle resistenze che incontrano, in alcuni
settori, i processi di consolidamento della struttura industriale è molto
semplice. Chi invoca la difesa della nazionalità e della strategicità, non
sono i consumatori, ma i gruppi di interesse (manager, fornitori, appaltatori,
politici, ma a volte anche sindacati e dipendenti) che sfruttano queste imprese,
facendosi pagare stipendi e prezzi di fornitura fuori mercato.

Costoro, se cambiasse la proprietà, dovrebbero probabilmente
traslocare, e ciò suscita le loro vivaci reazioni, naturalmente ammantate dei
nobili panni dell’interesse nazionale.
Cedere a queste sirene fa molto male, come ben sanno i contribuenti francesi che
hanno dovuto finanziare le costose follie del colbertismo, da ultimo nella sua
incarnazione hi-tech, che ha prodotto industrie giganti negli anni 90, e
fallimenti giganti negli anni successivi.

Per alcune di queste tentazioni, la tutela antitrust – soprattutto a livello
dell’Unione europea – costituisce un argine efficace, anche se non perfetto,
dato che la Commissione sembra non avere giurisdizione sulla fusione tra Gas
Natural ed Endesa, tipico arroccamento tra fornitore e cliente in un mercato
ancora protetto come quello elettrico.
Ma sono i contribuenti-elettori a dover resistere ad altre operazioni, non
direttamente nocive alla concorrenza, ma certamente nocive alle loro tasche
(oltre che evidentemente al vero interesse nazionale), avendo ben chiaro che vi
sono certo asset strategici in ciascun Paese, ma che la loro tutela può essere
assicurata in modi diversi dal mantenerne la proprietà in casa propria.
Lasciamo dunque che i processi di cambiamento seguano il loro corso, e non
perdiamo tempo: il protezionismo serve soltanto a dare una boccata d’ossigeno ai
gruppi di interesse che pascolano sulle aziende che non vogliono cambiare.

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