Francia ristagna. Germania in negativo. Europa non funziona

14 Agosto 2014, di Redazione Wall Street Italia

PARIGI (WSI) – Saranno mesi difficili per l’Eurozona dopo la contrazione shock della principale economia della regione, scesa dello 0,2% nel secondo trimestre. Il Pil del blocco nel suo complesso è rimasto fermo, con le uniche note positive che sono venute da Portogallo, Austria, Spagna e Olanda.

A pesare sono anche le sanzioni Ue imposte alla Russia che si stanno ritorcendo contro un continente dipendente dalle risorse energetiche provenienti da Est. L’economia in Francia nel frattempo ristagna da due trimestri e il governo ha già ammesso che non riuscirà a centrare gli obiettivi di bilancio nel 2014. L’Eurozona nel suo complesso vedrà un Pil al massimo in crescita dello 0,1% nel secondo trimestre.

Angela Merkel ha rotto l’alleanza strategica ed energetica con la Russia per aggrapparsi al sogno di un’Europa unita che la Germania insegue da tempo immemore, più o meno dalla fine della crisi del Canale di Suez, che ha dimostrato come gli Stati Uniti fossero una forza troppo ricca e potente per poter essere contrastata dai singoli staterelli europei. Pare anche che il cancelliere, in contatto costante con il presidente russo negli ultimi mesi, non abbia sopportato le menzogne di Vladimir Putin.

Ora un’area ancora in piena crisi, che è uscita dalla recessione solo un anno fa, ne sta pagando il prezzo. Come rappresaglia alle sanzioni, Mosca ha vietato l’importazione di prodotti agroalimentari dall’Occidente. Il tutto mentre un convoglio di camion russi, che si presuppone contengano aiuti umanitari, diretto al confine con l’Ucraina potrebbe fare scoppiare una guerra frontale tra i due paesi.

L’economia francese è rimasta ferma nel secondo trimestre dell’anno dopo non essere riuscita a espandersi nel primo, deludendo così le aspettative degli analisti. Il Pil non cresce seriamente da tre anni. Anche per via delle crisi geopolitiche (non solo in Ucraina, ma anche in Iraq e a Gaza) l’economia tedesca, la poderosa locomotiva d’Europa, è scivolata in una leggera recessione nello stesso periodo.

Per poter dichiarare ufficialmente avviata una fase di recessione, il Pil tedesco dovrebbe scendere anche nel terzo trimestre. L’escalation delle tensioni tra Occidente e Mosca rende sempre più probabile tale eventualità.

Le cifre francesi intanto rendono difficile, se non impossibile, il raggiungimento degli obiettivi di bilancio per il 2014. Ad annunciarlo è stato lo stesso capo del Tesoro Michel Sapin: il governo rinuncerà all’obiettivo di non sforare il target del 4% del rapporto tra deficit e Pil concordato con la Commissione Ue. Si tratta di una bancarotta politica che potrebbe riaccendere il focolaio della crisi.

Secondo gli analisti questi dati significano che la crescita per l’anno in corso sarà dello 0,5% e non dell’1% come preventivato dalle autorità. “Ma anche per un +0,5% c’è bisogno di un bel rimbalzo nel terzo e quarto trimestre”, ha riferito all’emittente CNBC Philippe Waechter, head of economic research di Natixis Research.
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La stagnazione mette ora pressione sul governo del presidente Hollande e anche sulla Banca Centrale Europea. Parigi deve trovare un modo per alimentare la crescita in una zona che è uscita dalla recessione solo l’anno scorso.

Draghi, che ha promesso che l’istituto di Francoforte è pronto a varare misure di allentamento monetario straordinarie qualora se ne presentasse l’occasione, ha ribadito che le riforme strutturali sono la chiave per una svolta nei paesi più in difficoltà del blocco a 18.

“La Francia non è minacciata dall’eventualità di una recessione ancora ma la ripresa resterà molto debole per i prossimi mesi”, ha commentato Francois Cabau, economista di Barclays Capital interpellato da Bloomberg. In recessione tecnica è invece sprofondata l’Italia che per due trimestri consecutivi ha subito una flessione del Pil. Al momento due terzi del blocco a 18 si trova in recessione, sull’orlo di una recessione o ha comunque subito una contrazione nel secondo trimestre. Non si può più certo parlare di ripresa in area euro.
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È particolarmente brutta la battuta d’arresto dell’economia tedesca. Nel secondo trimestre dell’anno il Pil della Germania accusa una contrazione dello 0,2%. Questa frenata si spiega essenzialmente con il dato “negativo” del commercio estero e con il calo degli investimenti, ha precisato l’Ufficio federale di statistica (Destatis). Anche nel primo trimestre la crescita era stata dello 0,7%, inferiore allo 0,8% inizialmente annunciato.

La locomotiva tedesca è in affanno: nel giro di due mesi i principali indicatori macroeconomici sono drasticamente peggiorati e solo in parte per le tensioni geopolitiche dell’Ucraina. L’economia tedesca rappresenta quasi un terzo del Pil dell’area euro e una battuta d’arresto avrebbe immediati riflessi sugli altri partner della moneta unica.

Anche altri dati diffusi recentemente dimostrano il momento di difficoltà della Germania. In giugno, ad esempio, la produzione industriale tedesca ha registrato una crescita dello 0,3% sul mese precedente, assai inferiore alle stime degli analisti che indicavano un aumento su base mensile dell’1,2%, mentre l’indice Zew, che misura la fiducia della imprese tedesche, ha subito un crollo verticale, attestandosi in agosto a quota 8,6, rispetto al 27,1 registrato a luglio.

Se la Germania è stata colpita dalla situazione critica a livello internazionale, questo non è il caso della Francia, dove il problema è piuttosto la carenza di fiducia e investimenti.

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“Stamattina vedo che la Germania fa -0,2% del Pil…”. Ha la sua rivincita, Matteo Renzi. I “profeti di sventura” che già additavano l’Italia come il problema dell’Europa, devono fare i conti con i dati che certificano una frenata dell’intera Eurozona, locomotiva tedesca inclusa. E con il fallimento della ricetta rigorista che propone come risposta alla crisi “una manovra per abbassare i salari”.

Al contrario, spiega il premier, si deve investire su riforme strutturali che puntino “sul capitale umano e l’innovazione”. Con un’assunzione di responsabilità dell’intera società italiana e un rifiuto netto della “cultura della rassegnazione”. A partire dal Sud, dove il premier trascorre la vigilia di ferragosto: Napoli, Reggio Calabria, Gela e Termini Imerese sono “capitali della crisi” e perciò snodi cruciali della sfida della ripartenza. L’assedio dei dati economici negativi, la recessione, lo spettro della Troika e di un cambio in corsa dell’agenda di governo: Renzi ha passato gli ultimi a smontare gli scenari più foschi. E, all’indomani degli incontri con il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel rispondere a chi gli domanda se ci si debba attendere a settembre misure choc per l’economia, scandisce bene le parole: “L’impegno è quello che ci siamo dati, a partire dal Consiglio dei ministri del 29 agosto.

Confermiamo tempistica e metodo” del programma di governo. “Nessun tipo di problema o preoccupazione, con calma e serenità andiamo avanti decisi”. La crisi c’è. Il premier non lo nega: “Essere qui il 14 agosto significa che il governo non manda in ferie paura e preoccupazione”, dice a Termini Imerese. Ma è da respingere, afferma, il “clima di rassegnazione di chi, a iniziare dalle classi dirigenti”, scommette sul fallimento. Anche perché non è vero, non lo è più, che l’Italia è il freno di un’Europa a doppia velocità: “E’ accaduto in passato, ora la situazione è cambiata – sottolinea dalla prefettura di Reggio Calabria – perché l’intera Eurozona vive una stagnazione”.

La sensazione che il nostro Paese fosse “il problema” deriva dal fatto che l’Istat ha “presentato i dati in anticipo rispetto agli altri”. Ma i dati arrivati di buon mattino, mentre Renzi era in viaggio per Napoli, dicono che anche la Germania, che è “in condizioni economiche che piacerebbero a tutti”, registra nel secondo trimestre una flessione del Pil dello 0,2%, come l’Italia. E’ la prova che “uno ‘zero virgola’ non fa la differenza”. E allora, sbotta Renzi, la smettano di “dire che l’Italia sarà salvata dall’Europa”. “Ma de che?”, dice il premier in un inedito intercalare romanesco: “L’Italia dà all’Europa molto più di quello che l’Europa dà all’Italia”. Non solo non ha bisogno di essere salvata ma “è nelle condizioni, facendo le riforme che deve, di essere guida in Europa e trascinarla fuori dalla crisi”.

Attraverso “l’unica ricetta” valida: “la crescita”. Fuori alla Città della scienza di Napoli, immersa nell’ex area industriale di Bagnoli, così come fuori dalla prefettura di Reggio Calabria e a Gela e Termini Imerese, tappe del secondo ‘tour’ nel Sud di Renzi, ci sono gruppetti di lavoratori che protestano. Il premier invita il ministro del Lavoro Poletti, che lo accompagna insieme a Delrio, Galletti e Lanzetti, a parlare con loro. Ma la ricetta, spiega Renzi, non è vivere nella “cultura della rassegnazione e della delega”, perché “il Sud non è retrogrado”. E neanche puntare sul ‘modello spagnolo’ fatto di “investimenti immobiliari e abbassamento dei salari”. Bensì puntare ancor di più su cultura, scuola, innovazione e sulla “qualità della vita” dei lavoratori.

Non giocare alla meno peggio, ma rimboccarsi le maniche e iniziare a spendere tutti i fondi europei assegnati all’Italia (“In tre mesi siamo passati dal 50 al 58% ma non è ancora sufficiente”). E poi sbloccare le infrastrutture (porti, metropolitane, autostrade) con lo Sblocca Italia e fare le altre riforme messe in cantiere dal governo. Sulle singole crisi aziendali come quella di Termini Imerese (“Faremo di tutto per riaprire”), sui problemi di un territorio da bonificare come Bagnoli (“Sblocchiamo l’area”), Renzi si impegna in prima persona.

E promette che ripeterà ogni tre mesi, come fatto in questo ferragosto, il suo ‘tour al Sud’. Ma l’invito resta quello di rimboccarsi tutti le maniche. La politica l’ha fatto con le riforme ora, ribadisce, tocca alla classe dirigente. (ANSA)