FRAGILE E MALATA MA L’ITALIA ESISTE

24 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – L’Italia esiste, non è solo una vecchia diceria. Non l’ha inventata Napolitano o Lippi e non può cancellarla Bossi o l’Economist. L’Italia è fragile in salute pubblica, malaticcia come Stato e come senso civico, ha le gambe corte come le bugie ed è spompata, figlia poco e progetta ancora meno.

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Ma esiste, eccome se esiste. Non è una invenzione recente e capricciosa, come la Padania. Se le nazioni hanno una personalità, l’Italia è una tra le personalità più spiccate al mondo. Ha un carattere, ha un’indole, ha una bella lingua, uno stile e una cucina, ha una conformazione geografica inequivocabile, ha una lunga storia, una grande arte, una viva intelligenza e ha suoi tipici sbalzi d’umore, tra malumore e umorismo.

Dicono che l’inno di Mameli sia poco conosciuto dagli italiani, in tutte le sue strofe. Più noto sarebbe il Va’ pensiero. Ma se gli inni si scegliessero sulla base della notorietà, allora dovremmo eleggere a inno nazionale ’O Sole mio, o magari Volare di Modugno. L’inno non è uno spartito di parole e note, è una storia d’anima e di sangue versato. Dicono che l’inno di Mameli sia brutto. Ne conosco in effetti di migliori, anche più orecchiabili. Ma con gli inni patriottici, come con le persone che ci sono care, non si fa la hit parade: non esistono inni belli o brutti, come non esistono figli, fratelli o genitori preferibili su basi estetiche, esistono solo inni significativi e inni insignificanti.

Significativo è un inno se è legato alla storia, alla vita e al mito di un Paese. E l’inno di Mameli ci ricorda padri, nonni, antenati, evoca uno sciame di guerre e di caduti, è intriso di vita morte e miracoli. Benché pochi, 150 anni di vita di una nazione non sono uno sputo. Un inno non dev’essere ballabile e non deve scalare le classifiche delle compilation, deve ricordare la sua storia a un Paese.

Così per la bandiera, non la si cambia come un vestito. È la carta d’identità di un Paese, la sua password. Il tricolore è intriso di generazioni, opere e tragedie, non è mica surreale come le bandiere regionali. L’ha reso significativo chi si è sacrificato in suo nome, mica il voto di un consiglio regionale. Evoca la storia, mica la giostra o l’azienda di soggiorno.
Dicono poi che non ci sono i soldi per ricordare il compleanno dell’Italia nei 150 anni. Via, non siate micragnosi per un evento che aiuta a tenere viva e unita una nazione.

Nessuno chiede faraonici investimenti. Si chiede una quota minima rispetto a quel che è stato stanziato per tenere stretta la Sicilia al continente o solo per salvare dalla bancarotta il comune di Catania. Assai meno di quel che prendono in sussidi in Alto Adige o nelle regioni a statuto speciale. Dobbiamo risparmiare, dicono i leghisti. Giusto, ma perché non avete cominciato a risparmiare con il federalismo, dimezzando la folla di enti locali? Perché non avete voluto cancellare, ad esempio, le province? Quelli sono sprechi e non occasionali, come l’anniversario dell’Unità d’Italia, ma di ogni giorno.

Su, non siate barbari, l’Italia non può ridursi solo al governo e al parlamento nazionale e poi essere abolita nella realtà e nella vita degli italiani. Fu fatta male l’Italia, e fu fatta in prevalenza dai settentrionali. Ma l’Italia, prima di essere uno Stato fu una Nazione, e prima di essere una Nazione è una civiltà. Intreccio di stile, memoria, cultura, arte, paesaggio, linguaggio, ragioni e sentimenti. Geografia che fa l’amore con la storia, cultura che si sposa alla natura.

Questo è l’amor patrio, anche senza bisogno di cannoni e di invasori. E il bello dell’amor patrio vero e maturo è che non impone monogamie esclusive; si può amare l’Italia e la propria valle, il proprio comune, la propria regione, il proprio dialetto; e la propria civiltà, europea o mediterranea, cristiana e greco-romana. Un Paese ci vuole anche per amare la tua provincia, il mio sud, il vostro nord, l’Europa.

Non regalate l’Italia ai vermi e nemmeno alla sinistra. Ci appartiene. Ringrazio la Lega che suscita per contrappasso il gusto e il piacere di essere e dirsi italiani. Il nemico dell’Italia non è la Lega ma l’indifferenza globale, l’apatria. L’amor patrio fa miracoli, anche minimi: per esempio mi fa sentire Napolitano, venuto dal comunismo, come il mio presidente. E mi fa condividere il suo invito al governo a una sobria e mirata rievocazione dell’unità d’Italia, sul piano culturale, comunicativo e pedagogico.

Da componente del comitato dei garanti ho mandato a Ciampi che lo presiede le mie dimissioni se non ci sarà in settembre alcun impegno del governo per un degno anniversario. Non tagliate via l’Italia, è l’albero su cui siamo seduti, le regioni sono i suoi rami e i partiti le sue foglie, caduche e stagionali; Lega inclusa. Un Paese ci vuole anche per il gusto di maledirlo.

P.S. Torno alla mia piccola patria, il Giornale, dopo cinque anni felici a piede Libero. È il mio terzo sbarco al Giornale in un ventennio. Tre matrimoni e due divorzi. Ci arrivai chiamato da Montanelli, che mi inventò come editorialista; ci tornai con Feltri dall’Indipendente e ora torno con lui. Ero e sono un spirito libero, e non ho bisogno di certificarlo col nome di una testata, a cui auguro ogni bene. Torno al Giornale di Montanelli e di Feltri, non di Berlusconi.

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