FORZA FAZIO,
FACCIA IL PARTITO

3 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Paolo Madron e’ il Direttore di Panorama Economy.

Vota Antonio, vota Antonio. A chi è servita l’audizione del governatore di
Bankitalia che sui casi Cirio e Parmalat ha tanto puntigliosamente quanto
prevedibilmente difeso il suo operato? A nessuno, se non a lui stesso. Perché,
come notava Il Foglio di mercoledì 28 gennaio, l’arringa di Fazio ha dato di
colpo nitidezza alla confusa galassia politica che lo sostiene. È servita,
insomma, per contare le file di quel partito trasversale, lo si chiami
tecnocratico o neoguelfo, che ha nel central banker ciociaro la sua figura di
riferimento.

D’accordo che in una concezione laica della politica non c’è di
che scandalizzarsi se all’interno di uno schieramento albergano più punti di
vista, ma faceva un certo effetto leggere l’inventario di amici e nemici che,
percorrendo tutto l’arco costituzionale, da Forza Italia ai Ds, convivono
sotto lo stesso simbolo. A ciò occorre aggiungere anche il consenso di cui
Fazio gode in alcuni settori dell’opinione pubblica e delle categorie sociali,
che vedono in lui il solo possibile interprete di una rigorosa politica di
bilancio. Una convinzione che nemmeno l’impertinente dubbio di qualcuno – se
non ha saputo vigilare sulle banche figuriamoci sui conti pubblici – ha reso
meno granitica. Non sapendo, il dubitante, che la disattenzione del
governatore verso il sistema creditizio non deriva dalla sua inadeguatezza al
ruolo, ma dalla irresistibile propensione a occuparsi d’altro.

Come del resto
ben testimoniano molti degli oltre 400 e passa interventi che hanno sin qui
punteggiato la sua ormai lunga carriera al vertice dell’istituzione. Compreso
l’ultimo, l’esternazione in Parlamento sul crac della multinazionale di
Collecchio dove, oltre a dare al ministro Tremonti la patente di grande
esperto di paradisi fiscali, non ha perso l’occasione per criticarne la
politica economica. Con una tesi – il risparmio, prima di essere difeso,
dev’essere formato – invero assai bizzarra per chi avrebbe per statuto il
compito di tutelarlo, meno per chi ha scoperto che la sua vera vocazione è
occuparsi d’altro. Per esempio, di politica.

E allora, dottor Fazio, prenda il
coraggio a due mani e scenda in campo. Accontenti la nutrita schiera dei
sostenitori e faccia un suo partito candidandosi alla guida del Paese. Di
fronte ai balbettii di questo bipolarismo imperfetto, alla endemica
frammentazione dei Poli, ai bastonati dall’euro, ai mugugni del ceto medio,
proponga la sua salvifica ricetta. Par di capire, tra le pieghe delle sue
parole, che il governatore sappia come ridurre di netto il debito pubblico,
nonché la pressione fiscale, e rilanciare produttività e consumi. Forse questo
è il momento buono per passare dalla teoria ai fatti.

Anche perché, essendo
oramai chiaro che la concorrenza bancaria sarà sottratta al suo libero
arbitrio, e dunque verrà meno la fonte primaria del suo potere, il rischio è
la progressiva emarginazione o un futuro – senza potere sulla moneta e senza
imprimatur sulle fusioni bancarie – con molto tempo libero a disposizione.

Sembra questo dunque il momento più propizio per dare corso alla sua
vocazione, per trasformare un variegato movimento di simpatizzanti in qualcosa
di più strutturato. A chi, di fronte alla platea dei risparmiatori
recriminanti, obietta che questo non sarebbe il momento più propizio per il
grande passo, Fazio ha già risposto di suo. I disastri di Cirio e Parmalat
toccano le tasche di poco più di 100 mila investitori, per il timoniere di Via
Nazionale una goccia nell’oceano. E per il futuro leader politico, una
percentuale elettoralmente irrilevante.

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