Fisco, nel nuovo redditometro: club (tennis e golf), case d’asta, leasing e crociere di lusso

18 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – È dura vivere con 1.291 euro al mese. Lordi, per la precisione. Dura, soprattutto se se ne pagano più di mille di affitto. E altri 6.500, all’anno, per l’iscrizione al circolo del golf: ma volete mettere la partitina il sabato mattina con gli amici? Come rinunciare, poi, ai trattamenti rilassanti del centro benessere? Costano cari; ancora 6.500 euro per dodici mesi. Ma il «logorio della vita moderna» oggi non si combatte più con un bicchierino di amaro, come suggeriva Ernesto Calindri. Meglio i massaggi. È dura vivere con 1.291 euro lordi al mese, come ha dichiarato di riuscire a fare un contribuente di Brescia che ha denunciato al Fisco un reddito di 15.500 euro.

Abbiamo visto che c’è l’affitto di casa, il golf, il centro benessere: soltanto per quelle voci il bilancio familiare sarebbe già in rosso di diecimila euro. Mettiamoci ancora sopra un’assicurazione sulla vita da seimila euro, un viaggettino da 15 mila euro (chiamiamolo viaggettino) e l’auto nuova da 80 mila euro e a quel punto il nostro contribuente sarebbe fuori con l’accuso. Con un reddito dichiarato di 15.500 euro l’anno, ne ha spesi soltanto per i capitoli verificabili rapidamente dal fisco ben 127.700. E qui qualcosa evidentemente non torna.

Questo è un esempio reale: la dimostrazione di come dovrebbe funzionare il nuovo redditometro previsto dalla manovra economica sul quale gli esperti dell’Agenzia delle entrate stanno lavorando e che dovrebbe essere pronto in autunno, per essere applicato alle dichiarazioni dei redditi del 2010. Il contribuente bresciano (anonimo, ma con nome e cognome) che si trova in questo caso dovrebbe spiegare come ha fatto a spendere in un anno una somma otto volte superiore a quella che avrebbe guadagnato. Proprio questa sarebbe la particolarità del nuovo strumento: la presunzione che le spese affrontate in un certo anno sono state fronteggiate con i guadagni realizzati nello stesso periodo. Qualcuno dirà: magari il contribuente era davvero povero in canna, ma ha fatto un bel sei al Superenalotto. Anche questo è previsto.

Chi viene chiamato a spiegare la causa di una differenza così grande fra i suoi redditi e le sue spese potrà sempre dimostrare di aver fronteggiato le spese con introiti eccezionali, come una vincita alla lotteria, oppure con i risparmi: una rendita finanziaria, l’assicurazione sulla vita, magari l’eredità della nonna… E comunque l’accertamento non scatterà se lo scostamento fra entrate e uscite resterà al di sotto del 20%. Resta il principio: chi denuncia di guadagnare come un infermiere della Asl e ha la barca ancorata nel porto di Montecarlo dovrà almeno dire come ha fatto. Detta così, sembra la scoperta dell’acqua calda. Banalmente, la risposta all’interrogativo che un giorno di ben sei anni fa si pose il superministro dell’Economia Giulio Tremonti, indignato per il fatto che in questo Paese soltanto 17 mila persone dichiaravano un reddito di oltre 300 mila euro l’anno mentre si vendevano 230 mila fuoriserie. E in parte, diciamo la verità, lo è.

In tutti i Paesi fiscalmente civili lo Stato si pone il problema di verificare se i suoi cittadini dicono la verità all’Erario. Le variazioni sul tema sono tante, ma il sistema per capirlo è sempre lo stesso: se uno guadagna una certa somma, è abbastanza improbabile che possa spendere dieci volte tanto. Ci sarebbe semmai da domandarsi perché in Italia questo meccanismo non abbia mai dato i frutti che si aspettavano: diversamente un terzo del reddito nazionale (sono stime mai messe in dubbio) non sfuggirebbe regolarmente al Fisco. Eppure quante volte si è parlato di «redditometro»? Qualche anno fa venne addirittura coniato un neologismo, il «riccometro», a proposito del quale sono stati versati fiumi di inchiostro, senza che però si vedessero i fiumi di denaro che erano stati promessi. Regolarmente le minacce del fisco sono cadute nel vuoto, al punto che ancora oggi i percettori di reddito d’impresa, vale a dire principalmente artigiani e commercianti, che denunciano al fisco più di 200 mila euro sono poco più di seimila: seimila su due milioni.

Che cosa non ha funzionato? I controlli, diciamo la verità, sono stati quello che sono stati. Anche l’uso delle tecnologie informatiche è stato abbastanza approssimativo. Non parliamo poi dei famosi «incroci» dei dati di fonte diversa. Poi, dicono alle Finanze, sono state privilegiate negli anni passati le verifiche sugli scontrini fiscali piuttosto che gli accertamenti «sintetici», basati cioè sulla differenza fra i guadagni e le spese. Per giunta, nel «redditometro» o «riccometro», secondo i gusti, c’erano delle vistose lacune.

Che senso ha, per esempio, non considerare i contratti di leasing quando è arcinoto, da decenni, che le auto di lusso e le barche vengono acquistate soprattutto con quel meccanismo? Ma soprattutto, che senso ha fare la faccia feroce quando poi si fanno, come si sono fatti in Italia, i condoni più vergognosi? Sarà perché non se ne può più, al punto che pure i partiti politici più sensibili alle categorie tradizionalmente considerate meno fedeli capiscono quanto sia impopolare la difesa degli evasori. Fatto sta che adesso il Fisco ci promette che per combattere un’evasione che raggiunge livelli scandalosi si cambia strada.

Gli accertamenti «sintetici» nello scorso anno dovevano essere 15 mila? Ne sarebbero stati fatti addirittura 28 mila, e si dovrebbe arrivare nel 2011 a 35 mila. Sempre lo scorso anno l’Agenzia delle entrate avrebbe avviato una raccolta di informazioni presso i club esclusivi, le case d’asta, le società di leasing e i gestori di viaggi e crociere di lusso. Voci che saranno inserite nel nuovo redditometro. Al quale, inoltre, non dovrebbero sfuggire le spese di importo superiore ai 3.000 euro, per le quali da ora in poi è obbligatoria la fattura elettronica.

Quel contribuente di Latina (reale ma anonimo anch’egli) che ha denunciato lo scorso anno al Fisco 16 mila euro potrà essere quindi chiamato a dare conto di come ha fatto a pagare 60.500 euro per acquistare un’opera d’arte. Così come quel cittadino di Lecce, autore di una dichiarazione da 11 mila euro dovrà spiegare com’è possibile per le sue magre finanza sostenere una spesa di 30 mila euro per la rata del leasing della barca e dove ha trovato i 25 mila euro per comprare un box per l’auto. Vedremo se almeno questo funzionerà.

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