Ferragamo: se vogliono farcela gli italiani devono lavorare di più

16 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo articolo – pubblicato da La Stampa – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma – «La mia è una tesi molto impopolare, lo so. Ma in Italia siamo stati bravi a lavorare poco e ad avere un buon tenore di vita. Adesso spero che il tenore di vita non cambi, ma penso che dovremmo lavorare tutti di più. Per essere competitivi sarebbe utile un’ora il giorno da aggiungere all’orario di lavoro attuale. Siamo in un mercato globale e dobbiamo tenere conto di concorrenti che, tra le altre caratteristiche, hanno anche orari assai più lunghi dei nostri. E se noi vogliamo continuare, come facciamo adesso, a produrre in Italia il 99% di quello che vendiamo in tutto il mondo dobbiamo considerare che la gara è anche con loro, con dei concorrenti che piano piano stanno anche imparando a fare prodotti tutt’altro che disprezzabili con costi ben più bassi dei nostri».

Nel salone al primo piano del medievale Palazzo Spini Feroni Ferruccio Ferragamo lascia i temi della creatività nazionale della travolgente marcia del gruppo di famiglia, per indossare i panni dell’industriale. Anche, o forse proprio perché, ai piedi c’è lo splendore intatto di Firenze, Ferragamo non pensa che i fasti di un passato glorioso siano in grado di garantire un futuro sicuro: «Se fossi un’operaio non avrei dubbi. Tra il dover pagare più tasse e il lavorare un’ora il giorno in più, naturalmente retribuito, sceglierei la seconda opzione. Sarebbe una piccola innovazione che ci renderebbe non solo più competitivi, ma anche più interessanti per gli investitori stranieri».

Sotto, intanto, i turisti fanno la fila davanti al museo di Salvatore Ferragamo, il giovanissimo calzolaio della provincia di Avellino che andò a trovare la fortuna in America, mise le scarpe ai piedi dei sogni di Hollywood e poi tornò in Italia. «Tra le altre abbiamo, con tanto di ricevuta, un paio di scarpe che Marilyn Monroe comprò da mio padre nel ’58, pagandole 19 dollari e sessanta. Quando mia madre le ha riacquistate a un’asta internazionale le ha pagate 38 mila dollari. Il contrario sarebbe stato meglio…».

Dalle scarpe alla moda e alla pelletteria, dalla creatività di suo padre a un gruppo che vende in tutto il mondo. E da un anno da azienda familiare a società quotata.

«E’ stato un percorso naturale. Dopo una prima fase in cui mio padre Salvatore fondò e fece grande l’azienda e una seconda fase in cui, morto mio padre, le redini le prese mia madre e noi sei figli a mano a mano entrammo in azienda con ruoli diversi, cercammo di pensare al futuro e di darci delle regole. Per questo, con venticinque nipoti e non so quanti bisnipoti decidemmo che della nuova generazione tre al massimo sarebbero potuti entrare in azienda».

Una regola che resta in vigore?

«La regola del tre resta ed è una regola d’oro: se qui oggi ci fossero dieci Ferragamo sarebbe difficile gestire la società e traumatico cambiare la regola stessa. Ma abbiamo anche capito che l’azienda è più forte con l’incrocio tra una famiglia che abbia una visione strategica di lungo periodo e un management preparato: per questo nel 2006 Michele Norsa – proveniente da Valentino – è diventato amministratore delegato del gruppo, mentre io adesso faccio il presidente».

Le manca non avere più la gestione operativa?

«Sì. Alle volte c’è la tentazione di occuparmi direttamente delle cose, visto che conosco ogni angolo di questa azienda nella quale lavoro da quarantotto anni. Ma sono convinto che sia stata la decisione giusta».

La Borsa, decisione non scontata per un gruppo familiare. Perché questa scelta?

«Siamo convinti che la quotazione dia una marcia in più: spinge a maggiore disciplina finanziaria, ma non solo, chi la sceglie, rafforzando le aziende. Ci avevamo provato una prima volta nel 2008, poi scoppiò il caso Lehman Brothers e dovemmo rinviare l’operazione. Poco più di un anno fa abbiamo deciso di riprovare, anche se i mercati erano di nuovo a forza otto. Ma la Borsa ci ha premiato, spingendoci a fare sempre meglio e a fare sempre di più. E tutto è stato possibile grazie al nostro management e tante persone che hanno dato il loro contributo in tutte le posizioni dell’azienda».

Ma con un titolo che ha guadagnato quasi l’80% in un anno non vi è rimasto il rammarico di aver offerto le azioni a un prezzo troppo basso?

«Un po’ sì, ma come si dice in Borsa si compra, si vende e poi ci si pente. E in conclusione sono molto soddisfatto perché per noi è sempre meglio avere azionisti contenti».

Con la quotazione è stato messo sul mercato il 25% delle azioni, mentre la famiglia resta con il 69%. Pensate di scendere ancora in futuro?

«No, non ne vedo le avvisaglie. La famiglia è innamorata dell’azienda e crede nel suo sviluppo. Penso che resteremo a questo livello».

Come sta andando questo 2012?

«Se non ci interverranno fatti straordinari confermiamo la nostra previsione di una crescita del fatturato a doppia cifra».

A giudicare dalle cifre del fatturato, che quest’anno supererà il miliardo di euro, la crisi non vi ostacola. Perché?

«Proprio perché in periodi di crisi i clienti cercano valore in cambio dei loro soldi. Non si comprano oggetti solo per il loro brand, ma perché si vuole la qualità. E noi pensiamo di dargliene».

Perché nella moda e nel lusso in Italia si stenta a creare campioni nazionali come quelli che ci sono in Francia?

«Non solo in questi settori, direi. Io faccio anche vino e anche in questo campo accade lo stesso. Noi siamo bravissimi, ma individualisti. Ciascuno vuole fare la cose a modo suo e non accetta compromessi. I francesi sono stati capaci di superare questo limite».

Ma Ferragamo potrebbe fare shopping di altri marchi?

«Non è nel nostro Dna. Un marchio bisogna viverlo. O si studia bene come integrare eventuali nuovi marchi, oppure si rischia di creare degli ibridi pericolosi, che rischiano di non avere successo. A noi è accaduto con l’acquisizione di Ungaro, che poi abbiamo rivenduto».

Si fa un gran parlare di industria del lusso. Molti vogliono esserci, non tutti ce la fanno. Per voi di che si tratta?

«Parlare di lusso, come si intende in italiano, non mi piace. Mi pare un po’ ostentato. Al limite mi riconosco di più nella definizione di “luxury”, all’inglese. Significa che siamo nella fascia alta del mercato, certamente, ma non cerchiamo di fare prodotti che siano irraggiungibili. Anzi, quando abbiamo un nuovo prodotto dimentichiamo di essere un “brand”. Studiamo la concorrenza e stiamo attenti a stabilire il prezzo dei nostri prodotti, magari perché costi un euro in meno dei loro. E anche qui bisogna rimettersi in discussione sempre. Il segreto è monitorare sempre la clientela: oggi, ad esempio, nei nostri negozi c’è un bell’afflusso di giovani che sono interessati a Ferragamo».

I mercati esteri e la moda italiana…

«In Cina siamo dal 1994. Mio fratello Leonardo, grazie al nostro partner locale Peter Woo, decise di aprire un negozio a Shanghai. Insistette perché andassi a vederlo. Io andai, era tutto molto bello, ma erano tutti vestiti di grigio e andavano tutti in bicicletta. Allora chiesi a Leonardo: “Ma i clienti Ferragamo dove sono?”. Lui mi rassicurò, spiegando che in Cina ci sarebbero stati importanti sviluppi. Ovviamente aveva ragione e da quella presenza così precoce abbiamo tratto vantaggi».

Avete un negozio anche nella Mongolia Interna? E’ questa la nuova frontiera del «Made in Italy»?

«In Cina ci sono duemila “piccole città” che vanno dai 600 mila ai due milioni di abitanti. Penso che ci sia un grande potenziale in queste città, ciascuna delle quali è grande almeno come Firenze, più che nelle grandissime metropoli cinesi. Anche se si parla molto di un rallentamento cinese non ritengo che si tratterà di una frenata brusca».

Da una parte l’artigianalità italiana e dall’altra i mercati globali. Che cosa deve fare un’azienda per guadagnare mettendosi su questa rotta?

«Il Made in Italy in sé è una forza, un marchio che si aggiunge a tutti i nostri marchi. Ma non dobbiamo pensare che basti per competere. Serve appunto la qualità. Noi abbiamo una rete di fabbriche artigianali che producono per noi: con alcune di loro ci conosciamo da due generazioni, hanno le foto di mio padre in reparto. Basta una stretta di mano per intendersi. Poi tutti i prodotti passano nel nostro quartier generale dell’Osmannoro, vicino a Firenze, e vengono controllati uno a uno per garantirne l’assoluta qualità. Ma è importante anche avere un partner locale forte, proprio come abbiamo fatto in Cina con Woo».

Oggi l’Asia-Pacifico è al primo posto dei vostri ricavi. Su quali altri mercati puntate?

«L’America Latina ha un grande potenziale. Il Messico, ad esempio, dove abbiamo 23 negozi è per noi il settimo Paese del mondo per vendite. In altri Stati, come l’Argentina e il Venezuela, i dazi frenano la nostra espansione. Ovviamente c’è la Cina, ma io credo anche molto in due grandi mercati storici come gli Stati Uniti, dove ormai gli americani – vista la nostra storia – ci percepiscono come un prodotto domestico, e il Giappone».

Tra dieci anni come vede Ferragamo? Che cosa farà?

«Quello che sta facendo adesso, cercando di ascoltare e parlare al mercato, ponendoci sempre in discussione di fronte a un mondo che cambia e cercando di migliorarci. Noi abbiamo quasi 600 negozi, la metà diretti e la metà in licenza, che ci servono sia per confrontarci con i grandi gruppi sia proprio per dialogare con il mercato».

Nella vostra strategia rientra anche il controllo della distribuzione?

«Sì, in Cina siamo già saliti dal 50 al 75% della società di distribuzione che abbiamo con Woo, e lo stesso stiamo facendo con il nostro partner in Corea, da dove serviamo parte dell’Asia. E poi intendiamo riacquistare negozi che oggi sono affidati ad altri. I negozi, come le dicevo, sono anche un modo di comunicare. E a volte comunicare costa, mentre chi ha solo il franchisee può avere interesse a fare business più che a investire».

Torniamo ai giovani e al lavoro. Che cosa serve per farli incontrare?

«Oltre a una maggiore produttività, serve di sicuro più mobilità intergenerazionale. Un tasso di disoccupazione giovanile sopra il 36% è una piaga che davvero non ci possiamo permettere perché non si possono tenere in panchina le forze più fresche».

A un giovane che si avvia al mondo del lavoro quali consigli darebbe?

«La prima cosa da capire è che cosa vuol dire concretamente fare un mestiere. Poi deve scegliere quello che gli piace fare, e aiutare a scegliere. Ma dal canto nostro bisogna creare opportunità, offrendo anche delle vie preferenziali – di tipo fiscale e burocratico – per inserire i giovani nel mondo del lavoro, per inserirli in un’attività. Oggi, anche con la mia esperienza, se dovessi iniziare forse sarei scoraggiato da tutti gli aspetti burocratici che esistono. Credo anche molto nella figura di un tutor: una cosa è imparare la teoria e un’altra è la pratica di un lavoro, seguiti da qualcuno che abbia esperienza».

E lei? Se non fosse stato il signor Ferragamo, dove le sarebbe piaciuto lavorare?

«Le devo dire che mi è sempre dispiaciuto non avere fatto esperienza anche in un’altra azienda. E se dovessi scegliere mi piacerebbe lavorare con Giorgio Armani, la persona che ammiro di più tra i nostri concorrenti perché è un imprenditore completo che unisce l’aspetto creativo a quello di business. E poi fa poche scarpe…».

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