FED ALLE BANCHE: FATE ESERCITAZIONI ANTICRAC

16 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

«Stress testing», una prova di sicurezza simulando condizioni estreme: la consigliano alle banche tanto la Federal Reserve americana quanto la Bis di Basilea, la banca centrale delle banche centrali. Lo scopo è di mettere a punto i piani di difesa degli istituti di credito nell’eventualità di uno choc imprevisto, perché c’è il timore che una scossa, provocata ad esempio da un improvviso movimento dei cambi o dei tassi, possa far implodere un gruppo bancario, affondando a catena altre grandi banche fino a produrre un disastro globale. E’ solo uno scenario.

Ma, come ripete Alan Greenspan, il governatore della Fed, «non vanno ignorati gli scenari che sembrano poco probabili, qualora comportino conseguenze catastrofiche». Difficile da valutare ma concreto, il pericolo d’un collasso sistemico discende soprattutto dall’uso su larghissima scala di strumenti che dovevano invece ridurre i rischi finanziari, i derivati.

Susan Schmidt Bies, uno dei governatori della Fed, ha dedicato al tema una lunga analisi, di fronte alla Società americana degli specialisti del rischio. In sintesi il suo parere può essere riassunto così: non sappiamo come il sistema dei derivati potrebbe reagire a uno choc imprevisto; non sappiamo in quale misura la catena di derivati fra istituzioni bancarie attenuerebbe l’azzardo assunto da ciascuna o amplificherebbe le minacce complessive; non sappiamo quanto i metodi di controllo del rischio in vigore nelle banche siano efficaci; non sappiamo neppure se tutti i partecipanti comprendano i pericoli.

Ignoranza colpevole? No, i limiti alla previsione dei sismi finanziari sono oggettivi, come nel caso dei terremoti e degli uragani, perché questi fenomeni non appartengono al nostro mondo lineare, statisticamente misurabile. Il crash del 19 ottobre 1987 a Wall Street, una caduta del 22,6% in un solo giorno, aveva la probabilità d’accadere una volta ogni 520 milioni di anni, secondo le distribuzioni statistiche normali, eppure in un secolo gli indici americani hanno avuto tre crolli, nel 1929, 1987 e 2000. E il crac dello hedge fund Ltcm, salvato d’urgenza nel 1998 da un consorzio di banche per impedire una crisi mondiale, era stato prodotto da una congiunzione di avvenimenti giudicata dai gestori del fondo «impossibile nell’intera vita del nostro universo».

«Dobbiamo rassegnarci al pericolo: rischio e incertezza non sono eliminabili. La storia c’insegna che choc brutali arrivano di colpo, senza preavviso» ha detto Greenspan.
L’imprevedibilità del sistema finanziario è un aspetto della sua estrema complessità e dell’interdipendenza fra migliaia di varabili e infiniti partecipanti. Le interdipendenze sono state amplificate negli ultimi vent’anni dalla diffusione dei derivati, che trasferiscono il rischio entro l’universo delle banche, delle assicurazioni e degli investitori, e in questo modo lo diffondono nell’intero sistema.
Sulla somma complessiva di derivati in circolo nel mondo si hanno solo stime: forse più di centomila miliardi di dollari in termini di «sottostante», cioè di beni o strumenti finanziari dai quali discende il prezzo di futures, swaps, opzioni (con un effetto leva, il derivato può controllare un sottostante decine di volte maggiore).

Ad esempio i derivati sui cambi trattati ogni giorno equivalgono alle riserve monetarie di tutte le banche centrali. Il valore «a rischio» è la sola variazione sfavorevole del sottostante, che tuttavia può divenire enorme quando la volatilità esplode.

Questi strumenti hanno lo scopo di rendere l’investimento produttivo o finanziario meno pericoloso e costoso, e hanno contribuito al boom economico degli ultimi decenni. Sono contratti d’assicurazione, perché scorporano il rischio di movimenti negativi nel prezzo d’un prodotto, d’una azione, d’una valuta e lo trasferiscono a uno speculatore versandogli un premio.
Dunque, se investite in Borsa, potete pagare qualcuno per assumersi il rischio. Magnifico. Che cosa fate subito dopo? Essendovi liberato del rischio comprate più azioni e di nuovo vi «assicurate». In questo modo la piramide cresce, fino a che non sorgono dubbi sulla capacità delle controparti di risarcirvi all’occorrenza, come da contratto. Quando questo pericolo è apparso su scala mondiale sono stati introdotti nuovi derivati, che coprono proprio l’eventualità di bancarotta della controparte.
«Qualunque rischio è trasferibile, però rimane nel sistema, mascherato» ha ammonito Greenspan. Le banche si garantiscono da fallimenti dei debitori offrendo derivati sul rischio di credito (valore oggi: 800 miliardi di dollari in America, 2400 miliardi nel mondo).

Chi sul lato opposto s’impegna a garantire la protezione? «Negli Stati Uniti metà di questi derivati finisce in altre banche, a titolo d’investimento speculativo, e il resto in compagnie d’assicurazione, hedge funds, portafogli vari – ha detto Susan Schmidt Bies -. Fra le banche internazionali le europee e asiatiche sono al netto venditrici di protezione, compratrici di rischio».
Alla Fed non sfugge un altro aspetto: liberi di disfarsi del rischio, i banchieri sono meno pignoli nel valutare l’affidabilità delle imprese cui danno crediti, come hanno mostrato i crac Enron e Parmalat, società che a loro volta usavano derivati rendendo indecifrabili i bilanci.

I portafogli bancari di derivati vengono tenuti lontani dal pericolo grazie a modelli matematici concepiti da premi Nobel. Si può essere tranquilli? Macché. Proprio due di questi Nobel erano partner dello hedge fund Ltcm esploso nel 1989. I loro modelli avevano ignorato gli estremi delle probabilità statistiche ai limiti dell’impossibile. Uno dei metodi di «sicurezza» più diffusi, quello del Var (Value at risk), obbliga a ridurre l’esposizione quando la volatilità dei mercati cresce.

Siccome di recente la volatilità è invece scesa ai minimi di dieci anni, il Var ha permesso alle banche di raddoppiare o triplicare l’esposizione, come ha notato l’ Economist in un articolo intitolato «The Coming Storm», la tempesta in arrivo.

Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, attribuisce la responsabilità dei potenziali pericoli a Greenspan: «Con la politica di alta liquidità e tassi bassi, volta a stimolare l’America, la Fed ha gonfiato una bolla dopo l’altra, nelle azioni, nelle obbligazioni, nell’immobiliare, nei consumi, nell’indebitamento. Tassi d’interesse all’1% non offrono più spazio per ulteriori tagli nel caso d’una emergenza e perciò lo scoppio della prossima bolla potrà essere un botto mostruoso».

Questi tassi sono un doppio fattore di pericolo, ha riconosciuto Susan Schmidt Bies: «Da una parte hanno spinto le banche a vendere obbligazioni sicure che rendono pochissimo e comprarne di dubbia qualità con ritorni più alti. Dall’altra gli attuali livelli sono fuori dalla norma, fuori dall’esperienza degli investitori e magari fuori dai parametri dei modelli matematici di controllo del rischio».

Anche Greenspan qualche anno fa aveva avvertito: «Nel periodo di forte crescita dei derivati non c’è stata una crisi significativa che abbia messo alla prova il sistema. I metodi di gestione si basano quindi su dati storici che non includono episodi di panico, e verosimilmente sottovalutano i pericoli, e sottovalutano le correlazioni che in tali casi emergono di colpo fra strumenti finanziari diversi, vanificando la sicurezza attesa dalla diversificazione».

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