Fare impresa nella certezza del rischio: produrre ricchezza

10 Maggio 2017, di Giovanni Falcone

 

“”Fare qualcosa si rischia di sbagliare, non fare niente si sbaglia di sicuro””

Premessa

Al netto dei nefasti effetti di questa crisi finanziaria, ogni anno vengono costituite in Italia circa 400.000 nuove aziende, in prevalenza sotto forma di ditte individuali,  società di persone e/o di capitali.

Stando alle risultanze acquisibili presso le Camere di commercio, sovente e per brevi periodi, le imprese cessate superano le nuove iscrizioni. Quanto detto, è indicativo delle difficoltà economiche in cui il Paese si dibatte ed il limitato accesso alle nuove iniziative economico imprenditoriali. A questo riguardo, infatti, posso ricordare inoltre che il tasso di fallimento delle imprese di nuova costituzione è molto elevato. In altri termini, ogni nuova impresa deve essere interpretata come una battaglia a lungo termine ove è richiesto un impegno duro e costante fra i soci fondatori caratterizzato da rischi e sfide fra le diverse capacità imprenditoriali.

E’ pur vero che le imprese che cessano nella primissima fase (fallimenti, liquidazione volontaria etc.), è dovuto in larga parte alla poca conoscenza dei problemi imprenditoriali, all’assenza o ritardo di finanziamenti preventivati o anche, in qualche caso, alla mancanza di un valido progetto imprenditoriale.

La suesposta analisi, vi assicuro, non è catastrofismo bensì frutto di una lunga e meditata osservazione che, come è possibile verificare, non è esagerata.

Il successo della iniziativa dipende, in primo luogo, unicamente da noi: dalla volontà di diventare imprenditori e di credere nelle nostre capacità, dal progetto imprenditoriale e dalle tecniche usate.

Appare pertanto opportuno chiedersi cosa fare per aumentare le possibilità di successo. Come per una partita di calcio è necessario allenarsi, impostare ed approfondire le tecniche, studiare in modo approfondito l’avversario (che per noi è rappresentato dalla concorrenza, dal mercato) e focalizzare una strategia di attacco. Nel nostro Paese, a ben vedere, non sembra scorgere tante palestre per aspiranti imprenditori, pur essendo, fra i Paesi industrializzati quello che presenta il maggior numero di imprese di piccole o piccolissime dimensioni. In rapporto agli altri Paesi europei, in Italia, le iniziative volte al sostegno della nuova imprenditorialità appaiono ancora decisamente insufficienti e limitate. Con ciò, non mi riferisco ovviamente alle tante e spesso infruttuose agevolazioni fiscali e/o aiuti a pioggia corrisposti per nuove iniziative imprenditoriali, che solo apparentemente sembrano incoraggiare tale percorso.  Dico apparentemente in quanto, nella generalità dei casi, tali “aiuti pubblici” sono generalmente artefatti, basandosi troppo spesso, su false fatturazioni per iniziative solo virtuali.

Bene farebbe la Pubblica amministrazione, nella erogazione dei finanziamenti pubblici, interrompere definitivamente l’aiuto in conto capitale a “fondo perduto” o come volgarmente si dice “a babbo morto” indirizzando invece lo sforzo pubblico unicamente “in conto interessi”. In tal modo, verrebbe isolato il “malaffare”, mandando avanti solo e soltanto soggetti interessati a fare impresa, a produrre ricchezza ma soprattutto gente disposta a rischiare “capitale proprio”.

La incapacità pubblica, consiste invece, ancora oggi, nell’apatia al cambiamento, atrofizzata da una eccessiva burocrazia ancora esistente (sportello unico delle imprese non adeguatamente decollato), all’assenza di adeguate infrastrutture sul territorio (pensiamo alla insufficienza dei trasporti, soprattutto nel Mezzogiorno o comunque nella maggior parte del territorio nazionale), alla mancanza di controllo del territorio (pensiamo alla criminalità organizzata).

  1. L’imprenditorialita

a) il mercato del lavoro

Il problema occupazionale, diffusamente ed in vario modo sofferto da tutta l’Unione europea, impone urgenti e radicali cambiamenti del modo di intendere ed affrontare il “mercato del lavoro”. L’idea del posto fisso, per fortuna, sta tramontando definitivamente, anche grazie alle radicali riforme attuate in epoca recente (valga per tutti la riforma Biagi o il c.d. Jobs Act), con la costante riduzione del lavoro dipendente, a vantaggio dell’assunzione del rischio, della intraprendenza individuale verso una maggiore e consapevole responsabilità.

Allo stato, sempre più, si deve comprendere che, ogni individuo deve diventare imprenditore di se stesso e che, attraverso le proprie esperienze continuamente aggiornate, potrà egli stesso valutare se queste siano idonee e competitive con le esigenze del mercato. Paradossalmente, diventare imprenditori di se stessi sarà possibile anche rimanendo lavoratore dipendente per tutta la vita; al riguardo basta pensare al lavoratore dipendente che si mette sul mercato alla ricerca di nuovi stimoli ed esperienze diverse, così come in altri Paesi più avanzati già avviene da tempo.

Dobbiamo ragionare in termini di “esperienza competitiva” tipo: quali competenze sono in grado di offrire e soprattutto come possono essere valorizzate. Già da qualche tempo, anche nelle nostre realtà aziendali si è instaurato un processo di cambiamento simile, ove, copiando da altri Paesi, si cerca maggiore flessibilità, riducendo le inefficienze, organizzando al meglio il rapporto con la clientela onde poter vincere la concorrenza. Insomma, oggi più che mai, con l’avanzare della c.d. globalizzazione, sempre di più serve competere sulla base della qualità dei servizi o prodotti offerti. Infatti, sono in sensibile aumento le persone che compiono la scelta professionale di mettersi in proprio. Nella intera Europa e, nel nostro Paese in particolare, il lavoro sta diventando più autonomo grazie ad una migliorata e crescente iniziativa imprenditoriale pur con i tanti limiti determinati da questa lunga crisi ancora in atto.

b) Cosa significa diventare imprenditori?

Avviare o far crescere una impresa già esistente può rappresentare per ognuno di noi una esperienza di assoluta eccezionalità, sotto il profilo della “auto realizzazione” e/o di “ricchezza personale”.

Decidere di diventare imprenditore non può essere quindi una decisione che può essere presa alla leggera. Una volta imboccata questa strada, non potranno essere ammessi ripensamenti e tutte le nostre energie – morali e di carattere – dovranno essere utilizzate per risolvere i mille e quotidiani problemi.

Se si è fortunati – anche grazie ad una serie di possibili circostanze spesso neanche prevedibili (genialità del progetto, congiuntura favorevole, limitata concorrenza etc.), il successo potrà essere raggiunto con relativa facilità. Ma, al contrario, è anche possibile raggiungere analogo successo solo grazie ad una perseveranza al limite dell’ossessione. Suggerisco pertanto ad ognuno di noi, prima di intraprendere questa strada, di fare una analisi seria ed oggettiva circa le proprie attitudini e qualità personali. Il coraggio, la giusta fiducia nelle proprie capacità accompagnate da una forte autodeterminazione rappresentano sicuramente la migliore premessa dell’aspirante imprenditore.

Sono a tutti note le motivazioni che spingono una persona a diventare imprenditore, quali:

  • il bisogno di maggiore autonomia nel selezionare le proprie scelte;
  • la fiducia nelle proprie capacità di gestire o comunque controllare eventi esterni;
  • una particolare predilezione per attività che assicurino risultati tangibili;
  • capacità di gestire una leadership;
  • creatività e sensibilità anche in grado di prevedere, per quanto possibile, determinati eventi.

Vantaggi e svantaggi: a parte le innegabili, notevoli e, a volte naturali differenze circa le attitudini di ognuno di noi, possiamo in questa sede tracciare, per grandi linee, gli aspetti negativi e positivi che possono caratterizzare ed orientare la scelta di diventare imprenditori.

Aspetti negativi

  • dover rinunciare alla sicurezza del posto fisso;
  • dover accettare, sicuramente nella fase iniziale, un livello di reddito addirittura inferiore a quello garantito da un lavoro dipendente;
  • non avere orari di lavoro regolamentabili con una contestuale e drastica riduzione del tempo libero;
  • sentire il peso di tante responsabilità, altrimenti sconosciute;
  • essere consapevolmente soggetti al rischio che qualcosa di esterno e/o imprevedibile potrebbe danneggiare o addirittura distruggere il nostro lavoro (pensiamo ad una nuova tecnologia che improvvisamente rende obsoleta la nostra catena produttiva, fallimento improvviso del nostro miglior cliente, una protesta sindacale generalizzata, incendio, alluvione etc.);
  • maggiore coinvolgimento nel lavoro in termini di impegno fisico e mentale;
  • essere disponibile, soprattutto nella fase iniziale, a fare qualunque tipo di lavoro nell’interesse dell’impresa;
  • se come dipendenti si è avuto un posto di responsabilità, rinunciare almeno nei primi tempi all’ufficio lussuoso, alla segretaria personale, a tutti i frange benefit che una posizione manageriale comporta;
  • ove le cose vanno male, si potranno avere seri problemi in ambito familiare (particolarmente con la moglie …).

Se non siete del tutto scoraggiati, sono fermamente convinto che fare l’imprenditore sottende una esperienza esaltante.

Aspetti positivi

  1. essere autori del proprio destino, o comunque contribuire in modo decisamente più significativo;
  2. realizzare il progetto dei propri sogni in cui peraltro si è sempre creduto;
  3. disporre del proprio tempo e delle proprie capacità nel modo più proficuo possibile;
  4. ritrovarsi ai vertici di una realtà economica pur nella continua consapevolezza di una crescita lunga e sofferta;
  5. non dover sottostare ad ordini superiori ma gestendosi in modo oculato e responsabile;
  6. non annoiarsi mai (anche per l’assoluta mancanza di tempo ….);
  7. la possibilità di raggiungere un livello di reddito assolutamente impensabile per qualunque lavoro dipendente.

Il successo della iniziativa imprenditoriale dipenderà dal settore economico intrapreso, dalla formula imprenditoriale adottata (soprattutto con riferimento al marketing in una crescente globalizzazione), dalle proprie capacità e quelle dei propri collaboratori e, in buona parte, dall’impegno profuso per la riuscita del progetto.

2. Considerazioni etiche e responsabilità  sociali

L’imprenditore opportunista, disposto a calpestare tutto e tutti pur di raggiungere un profitto sembra fortunatamente in via di estinzione anche se, ad onor del vero, i tanti e gravissimi disastri finanziari sembrano aver caratterizzato l’inizio di questo nuovo millennio. Mi riferisco, evidentemente, ai gravissimi danni economici provocati alle diverse migliaia di risparmiatori per il default di grossi gruppi industriali (Parmalat, Cirio, Giacomelli e oggi anche il mondo delle Banche etc.) i cui effetti, almeno per il futuro, si spera di arginare con un aggiornamento della vigente legge riguardante la “tutela del risparmio” che, emanata dopo lo scandalo Parmalat, non sembra di aver scongiurato i tantissimi danni al risparmio pubblico e privato [1].

In una società moderna e tecnicamente avanzata – anche grazie ad una generalizzata informatizzazione – non appare più possibile sfruttare il dipendente, degradare l’ambiente ed evadendo gli obblighi fiscali e tributari come ahimè ancora capita.

Gente simile, non ha futuro e meno che mai quello di imprenditore.

Mi rendo perfettamente conto delle difficoltà della Pubblica Amministrazione e, in particolare, del cattivo rapporto esistente fra l’imprenditore o contribuente in genere e l’Amministrazione finanziaria. La enorme ed incallita burocratizzazione con l’infinita produzione legislativa sembrano fatte apposta per intralciare la vita dell’impresa. E’ vero infatti che, sovente, la inefficienza della Pubblica Amministrazione, nel suo complesso, ostacola chi si vuole comportare correttamente a completo vantaggio di coloro che al contrario assumono comportamenti poco ortodossi. In tal senso, il nostro entusiasmo ed ottimismo alla visione dei problemi, deve servire a sdrammatizzare questi non facili percorsi per la corretta e puntuale osservanza di tutti gli adempimenti amministrativi, previdenziali, fiscali e della sicurezza degli uomini e delle infrastrutture in aderenza alle tante e distinte normative che pure esistono.

Dobbiamo altresì riconoscere che, di converso, nell’ultimo decennio, l’atteggiamento della P.A. a vantaggio dell’imprenditore è cambiato (semplificazione fiscale, rispetto della privacy, sicurezza sul lavoro, uffici unici delle entrate, diritto di interpello per interpretazioni controverse, decalogo dei diritti del contribuente [2]una delle leggi meno applicate e tanto più vessatorie ai danni del comune cittadino, creazione dello sportello unico delle imprese, autocertificazione, informatizzazione generalizzata e digitalizzazione della Pubblica Amministrazione etc.).

Ho inteso formulare queste brevi considerazioni, come delle riflessioni a voce alta, che non hanno la presunzione di essere esaustive, ma semplicemente di fornire uno stimolo per i tanti nostri giovani che ancora fanno fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro.

Nello stesso tempo, auspico un intervento pubblico che sia volto unicamente a creare le migliori condizioni per sviluppare il fascino del “fare impresa”, realizzando le opere infrastrutturali necessarie alla crescita del territorio e dell’intero progetto Paese, bandendo definitivamente, per come ho prima accennato, ogni forma di aiuto in “conto capitale”.

Lo Stato, deve pensare alle regole, svolgendo un ruolo di arbitro e giammai di giocatore. Lo Stato, deve garantire controlli efficaci che ahimè, gli scandali più recenti – soprattutto nel mondo bancario e finanziario – sembrano essere stati disattesi.

Intanto, in bocca al lupo agli aspiranti imprenditori!

 

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[1] Legge 28 dicembre 2005 n. 262 (G.U. 28.12.2005 n. 301 – S.O. n.208) Legge per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari (in vigore dal 12.1.2006)1

[2] Legge n.212/2000 “Statuto dei diritti del contribuente”