Usa: Buffett zittisce Trump, Wikileaks inguaia Clinton

11 Ottobre 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Citato da Donald Trump nell’ultimo dibattito televisivo in piena campagna elettorale, il miliardario Warren Buffett, noto guru degli investimenti, ha pubblicato senza problemi la sua dichiarazione dei redditi e quanto paga di tasse federali. Trump aveva affermato che non era stato il solo ad aver utilizzato le minusvalenze per pagare meno tasse, citando anche l’esempio di Buffett, definito un amico di Hillary Clinton.

Buffett, noto per le sue posizioni politiche e simpatie per il partito Democratico, ha anche osservato come il candidato Repubblicano, che è il primo candidato alla presidenza della storia degli Stati Uniti a non rendere pubbliche le sue dichiarazione dei redditi, non abbia alcuna ragione valida per non fare lo stesso.

Il tycoon newyorchese ha detto in passato che renderà pubblici i documenti solo se prima Hillary Clinton farò lo stesso con tutte le email private che sono state cancellate dopo lo scoppio dello scandalo del server e delle mail segrete. Per mantenere la privacy, Clinton avrebbe architettato uno schema alternativo per le sue comunicazioni, private e professionali. Per questo è sotto l’inchiesta dell’Fbi da un anno.

Come se non bastasse, Wikileaks ha rilasciato più di quattro mila email della posta elettronica di John Podesta, il capo dello staff della campagna elettorale di Clinton nonché un suo amico. Nella prima parte dei messaggi pubblicati dal sito di Julian Assange compaiono delle trascrizioni degli interventi fatti a porte chiuse a Wall Street dal candidato Democratico. Nei discorsi, peraltro pagati dalle stesse banche d’affari, Clinton dice chiaramente che “bisogna avere una posizione pubblica e una privata” in politica.

Clinton ha inoltre fatto dichiarazioni compromettenti sul TTIP, schierandosi a favore di quest’ultimo quando la sua posizione ufficiale non è così definita ma molto più prudente: “il mio sogno è un mercato comune nel nostro emisfero, con commercio libero e frontiere aperte, basato su risorse energetiche più ecologiche e sostenibili possibili. Dobbiamo resistere al protezionismo e ai tentativi di ostacolare l’accesso al libero mercato“.

La settimana scorsa il New York Times ha svelato che Trump non ha pagato tasse per 18 anni nel periodo a cavallo tra metà anni 90 e anni 2000, approfittando di un meccanismo di cui in America possono giovare quasi esclusivamente ai super ricchi. Il giornale ha ricevuto in una busta anonima recapitata dalla Trump Tower una dichiarazione dei redditi di Trump del 1995 che mostra una perdita di quasi un miliardo di dollari subita nella gestione di tre casinò ad Atlantic City. Trump ha potuto così evitare di pagare le tasse all’IRS, spalmando nelle successive dichiarazioni dei redditi le deduzioni che gli spettavano.

Il magnate dell’immobiliare non è accusato di aver fatto nulla di illegale, ma la rivelazione non ha fatto bene alla sua immagine. Viene fuori la figura di un imprenditore poco capace e di un uomo che non solo non ha pagato le tasse per quasi vent’anni, ma che se ne vanta pure (i suoi alleati lo hanno definito “geniale”).