Economia meno “triste” ma sempre presuntuosa

17 Ottobre 2017, di Luciano Martinoli

Il premio Nobel per l’Economiaa Richard Thaler è l’ultimo colpo, in ordine di tempo, a quell’idea di razionalità, incarnata dalla metafora dell’homo oeconomicus, che è stata finora centrale nell’analisi economica. Tale idea ha mostrato ripetutamente tutti i suoi limiti a causa delle sue deludenti prestazioni in ambito predittivo. Da diverso tempo allora l’economia si è rivolta ad altre discipline, soprattutto psicologia, per trovare modi più efficaci e convincenti di spiegare il comportamento umano nell’ambito delle scelte economiche e, così facendo, cercare di prevederlo.

Se, come è stato detto in un articolo di qualche giorno fa, il premio rallegra la “scienza triste”, come fu definita da Thomas Carlyle, è ancora lunga la strada affinchè rinunci ad essere una “scienza presuntuosa”.

Infatti Thaler, ma anche coloro che l’hanno preceduto (Kahneman, Rabin, Sunstein e altri), parte sempre dal presupposto che esista un scelta “giusta”, definita ironicamente dai politici, su suggerimento degli economisti, i quali appartenendo entrambi alla razza umana soffrono anche loro di quella incapacità di essere razionali di cui accusano tutti gli altri.

Molto colpevolmente gli economisti ignorano quanto le scienze cognitive hanno già scoperto da tempo. Ad esempio nel 2001 Jonathan Haidt pubblicò un articolo pioneristico dal titolo “Il cane emozionale e la sua coda razionale”. Per Haidt, ragionare esiste solo per “far scodinzolare il cane”, creare giustificazioni ex post ad hoc che coprono le tracce delle intuizioni ed emozioni che fanno andare avanti segretamente la nostra vita. La teoria di Haidt motiva come scelte economiche e giudizi morali siano guidati da fattori irrilevanti, un cattivo odore o una stanchezza indotta da un cattivo umore, piuttosto che dalla ragione.

Ma la teoria di Haidt ha un altro componente: l’illusione di convincere un altro individuo con argomenti razionali o morali. Per Haidt “una tale convinzione è come pensare che forzando la coda di un cane a scodinzolare muovendola con la mano renderà il cane contento”. In altre parole per quanto un argomento possa sembrare forte esso non cambierà le posizioni delle altre persone. Al contrario esse manterranno i loro orientamenti guidati da intuizioni ed emozioni.

Ecco allora che la “scoperta” di Thaler e compagni si rivela solo una strategia manipolatoria per convincere, anche subdolamente, i propri simili a determinati comportamenti, scelti e giudicati dagli economisti come “giusti”, tramite “spintarelle” (uno dei suoi principali lavori è un libro scritto nel 2008 dal titolo emblematico “Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness” in italiano “Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare decisioni su salute, ricchezza e felicità”). Tali trucchi partono certamente da una migliore conoscenza dell’uomo, ma per indurlo a fare cose che qualcun altro ha deciso siano giuste per lui.

Come, infatti, si può decidere la felicità di un insieme di individui? E la ricchezza? Financo la salute, considerando che esistono popolazioni centenarie in giro per il mondo con standard di vita che stroncherebbero il più vizioso dei concittadini delle nostre latitudini?

Ben venga, in ultima analisi, un riconoscimento importante a chi finalmente si è accorto che le scelte economiche le fa l’uomo, ed è di lui che bisogna occuparsi. Il vero salto di qualità, però, avverrà quando l’economia si renderà conto di essere una scienza “sociale” ovvero di quel sistema collettivo emergente i cui comportamenti non sono semplicemente riconducibili a quelli dei suoi componenti. L’unica modalità di “governo” di tali sistemi non è l’eterodirettività, dietro la quale si continuano ad affannare non solo l’economia ma anche la politica, il diritto, il management e tante altre discipline che si occupano della socialità, ma una progettualità sociale esplicita, correttamente stimolata ed eseguita senza soverchiare alcuno.

Il mondo è pieno di opportunità da far emergere e solo successivamente c’è da “scegliere” quelle da perseguire. Non esiste nessuna scelta “giusta” a priori, ma solo opportunità da costruire. Nessuna disciplina, o peggio ancora gruppo di singoli, può e deve avere il sovrumano monopolio di definire e imporre la migliore opzione per tutti o, peggio, di impedirne la realizzazione di altre differenti.

Speriamo che il prossimo Nobel venga dato a chi lavorerà e renderà possibile tutto questo.