Economia Italia: crescita inesistente, una generazione persa

24 Ottobre 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L´Italia è un paese che ha come destino la stagnazione eterna? La lunga notte della Grande Crisi è stata attraversata. Il mare in tempesta è alle spalle e, se non ci saranno sorprese (sempre possibili), la navigazione nei prossimi anni dovrebbe essere abbastanza tranquilla. Forse, fin troppo. In pratica si torna come ai tempi pre-crisi, quando la nostra crescita era fra le più modeste d´Europa (1 per cento circa all´anno di Pil in più). Di recente è uscito il rapporto di ottobre di Consensus, che raccoglie le opinioni dei maggiori centri di ricerca economica del mondo. Questo rapporto è dedicato alle prospettive a lungo termine.

Ebbene, fino al 2020, cioè per i prossimi dieci anni, si prevede che la crescita italiana sia appunto dell´1 per cento all´anno. Se si esclude un «picco» dell´1,2 per cento del 2013, per il resto l´1 per cento ci accompagnerà in modo permanente. Poiché fra il 2008 e il 2009 abbiamo perso quasi il 7 per cento di crescita (a causa appunto della Grande Crisi) si vede che non sbaglia di molto chi dice che ci vorranno dieci anni per tornare a dove si era nel 2007. Se va bene, forse ce la caviamo in otto.

In ogni caso, è abbastanza sensato prevedere che gli italiani torneranno a livello di reddito spendibile che avevano nel 2007 solo verso la fine del decennio. Di fatto, più di tre mila giorni persi inseguendo quello che avevamo già e che abbiamo perso.

Ma la questione più grave non è nemmeno questa. La cosa seria è che qui (se sommiamo il decennio che abbiamo davanti a quelli passati) dobbiamo fare i conti con una ventina d´anni (un´intera generazione) nei quali di fatto non si è mai visto e non vedrà la crescita, considerato che l´1 per cento in più all´anno di Pil non può essere considerato tale. E non si può nemmeno dire che questo è un destino della lenta e burocratizzata Europa.

E´ vero che il Vecchio Continente non brilla per la sua vivacità e che tende a avere un passo meditato e sonnolento. Però, lo stesso rapporto attribuisce alla zona euro una crescita mediamente superiore all´1,5 per cento e in alcuni casi si sfiora il 2 per cento di crescita annuale. L´Inghilterra, poi, sta regolarmente sopra il 2 per cento e la Francia poco sotto. La Germania è in linea con l´Europa.

Da tutto ciò si ricava, qualunque cosa dicano gli esponenti del governo, che l´Italia ha un serio problema di crescita. In termini ancora più chiari: il paese non cresce. Da vent´anni gira su se stesso e si muove appena quel tanto che basta per non cadere per terra.

In compenso il decennio che abbiamo davanti verrà affrontato con un debito pubblico che già nel 2012 avrà raggiunto e superato il 122 per cento del Prodotto interno lordo. Forse è eccessivo dare tutta la colpa della non-crescita a questo massiccio peso del debito pubblico. Nel conto vanno messi anche gli sprechi, la burocrazia, la poca ricerca, una certa sonnolenza generale, una certa litigiosità sindacale, ma è un fatto che è difficile essere un paese dinamico e brillante con alle spalle un debito di queste proporzioni.

L´impressione, dopo aver visto il rapporto di Consensus, è che qui l´emergenza non è affatto finita. Esisteva prima della Grande Crisi e continua a esistere, esattamente negli stessi termini: siamo un paese che si muove troppo piano e troppo lentamente.

Viene in mente il presidente Ciampi quando diceva che qui ci vuole una scossa per far ripartire l´economia italiana. Ebbene, la scossa c´è stata: in due anni abbiamo perso quasi il 7 per cento di Pil, ma dopo non è successo niente e il paese, dopo aver assorbito quella tremenda botta, sta riprendendo il suo stentato cammino come se non fosse successo niente. Come un pugile buttato al tappeto, che dopo si rialza, saluta e se ne va negli spogliatoi.

Il fatto che ogni crisi generale (tipo quella che abbiamo appena vissuto), alla fine ci riporta indietro di dieci anni sembra non aver insegnato niente a nessuno.

Copyright © La Repubblica. All rights reserved