Ecco perche’ vuole il bavaglio. Intanto smascherata organizzazione segreta

9 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Il satrapo anziano vuole il bavaglio. “È sacrosanto”, ha detto a Studio Aperto, dopo aver fatto il giro delle radio e delle tv compiacenti, Tg1, Tg2, Tg4, per tentare di fermare gli smottamenti di consenso nella sua maggioranza e nel paese. L’eco delle sue parole risuona ancora in questo giorno di silenzio della stampa italiana. Un giorno in cui è più facile comprendere perché lo vuole a tutti i costi, il bavaglio: sono proprio le intercettazioni a permettere di sviluppare indagini come quella che ha scoperto una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni, non senza contatti con il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Le intercettazioni, impietose, continuano a disvelare il fondo melmoso e occulto del potere italiano. Scoprono i giochi segreti che si svolgono attorno a Silvio Berlusconi.

Carboni, finito in manette giovedì con altre due persone, è un “campione d’Italia”. Ha attraversato la storia di questo paese almeno a partire dagli anni Settanta, quando ha avviato affari con Berlusconi, sotto l’ombrello della P2, quella classica, quella di Licio Gelli, di Roberto Calvi (e, appunto, di Silvio Berlusconi, tessera numero 1816). C’è un rapporto storico tra Carboni e i fratelli Silvio e Paolo, fin dai tempi dei progetti edilizi in Costa Turchese, degli investimenti per Olbia 2. C’è una vecchia frequentazione tra Carboni e Marcello Dell’Utri.

Ma non è archeologia investigativa, quella che emerge dall’inchiesta di Roma sulla “nuova P2”. Ci sono, da una parte, gli affari da realizzare oggi: nel settore dell’energia eolica in Sardegna, per esempio, con rapporti stretti con i vertici del potere politico dell’isola, su su fino al presidente della Regione Ugo Cappellacci. Ma, dall’altra, c’è di più. Quello che emerge è un sistema di potere. Il vecchio metodo della vecchia P2: determinare le scelte della politica, pilotare le decisioni della magistratura, teleguidare l’informazione, dirottare soldi e affari. Quel metodo continua anche oggi. Per esempio nei tentativi di influire sulla Corte costituzionale che nel 2009 doveva decidere sul Lodo Alfano (cioè sulla salvezza totale, sull’improcessabilità di Silvio Berlusconi alle prese con il processo Mills). A maggio 2009, a casa del giudice della Consulta Luigi Mazzella, a Roma, arrivano il suo collega Paolo Maria Napolitano, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e lui, Silvio Berlusconi in persona. Una delle più imbarazzanti cene nella storia della Repubblica. Sui giornali esplode lo scandalo. Appare chiaro il tentativo di condizionare la Corte. Eppure il progetto non viene abbandonato. Quattro mesi dopo, a pochi giorni dal giudizio della Consulta, il lavoro iniziato è proseguito da Denis Verdini: il 23 settembre, infatti, il coordinatore del Pdl riunisce nella sua abitazione romana Carboni, Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi (i due personaggi arrestati con Carboni nell’inchiesta romana).

L’obiettivo è influire sulla Corte perché non bocci (come invece farà) il Lodo Salvaberlusconi. Ma la superlobby segreta lavora anche per influire sulla decisione della Corte d’appello di Milano che deve valutare l’esclusione della lista Formigoni alle Regionali. Per pesare sull’attività del Consiglio superiore della magistratura. Per sostenere la candidatura di Nicola Cosentino alle regionali in Campania…

Il fatto che le manovre non riescano non assolve chi comunque le mette in atto, non sminuisce di un grammo le sue responsabilità. La “nuova P2” lavora a tempo pieno per sostituire gli interessi degli “affiliati” alle regole istituzionali, ai percorsi della democrazia. In questo sodalizio, che somma influenze massoniche e presenze opusdeiste (Dell’Utri), ha un ruolo centrale Denis Verdini. Ruolo politico, anche al di là dell’eventuale qualificazione giudiziaria. Verdini è, al tempo stesso, potente coordinatore del Pdl, banchiere di un piccolo Banco Ambrosiano pronto a finanziare gli amici, punto di riferimento degli uomini della “cricca”.

Il Popolo della libertà ha un cuore segreto, un’attività sotterranea. Le indagini dei magistrati, con le intercettazioni telefoniche e ambientali, possono svelarli. Ecco perché per Silvio Berlusconi, massimo punto d’equilibrio politico della “nuova P2”, la legge bavaglio “è sacrosanta”.
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Magistrati, politici, nomine
Gli affari della ‘nuova P2′

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(WSI) – La nuova Loggia P2, al momento viene contestata soltanto a ‘tre fratelli’ – così anche per telefono erano soliti chiamarsi Carboni, Martino e Lombardi – ma l’accusa potrebbe estendersi ad altri più importanti nomi che compaiono nelle 60 pagine dell’ordinanza del Gip Giovanni De Donato. Non escluso il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini con il quale avvengono ripetuti incontri e che sembra assuumere il ruolo di sponsor politico delle varie iniziative inseguite dalla ‘loggia’ che farebbe capo all’ex piduista Flavio Carboni. E in effetti, scrive il giudice, il ‘sodalizio’ è diretto ‘a realizzare una serie di delitti, ivi compresi quelli di corruzione, abuso d’ufficio, diffamazione e violenza privata, caratterizzata dalla segretezza degli scopi, dell’attività e della composizione del sodalizio, volta a condizione il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali’. Obiettivi troppo importanti se attribuiti al faccendiere sardo e ai suoi soci napoletani.

L’accusa delinea una rete in grado di estendersi in ogni luogo decisionale. Dalla Corte Costituzionale – in vista della decisione sul Lodo Alfano del 6 ottobre scorso – alla Corte di Cassazione – alla vigilia della decisione sul ricorso presentato dal sottosegretario Nicola Cosentino – mentre a partire dal mese di ottobre 2009, molte sono state le presssioni esercitate anche su componenti del Csm per ottenere la nomina di magistrati graditi. Fra questi Alfonso Marra, che aspira alla carica di presidente della Corte di Appello di Milano, dove appena insediatosi si è trovato ad affrontare il ricorso di Roberto Formigoni, la cui lista era stata esclusa dalla competizione elettorale in Lombardia.

Pressioni che spesso, va detto, risultano infruttuose. Sia per Formigoni che per il Lodo Alfano. Ma non è stata, invece, infruttuosa l’operazione, curata personalmente da Carboni, di ottenere dalla Regione Sardegna la nomina di Ignazio Farris a presidente dell’Arpas (l’agenzia regionale competente in materia ambientale), previa apposita delibera. Le accuse trovano riscontro in centinaia di conversazioni ma anche in appostamenti, foto, riprese video, dai quali emergono incontri e contatti finalizzati alle decisioni da prendere nell’abitazione privata romana di Verdini. Uno dei più influenti politici di Governo che in almeno cinque occasioni ha ricevuto a Palazzo Pecci Blunt, sotto l’Ara Coeli, oltre a Carboni, Lombardi e Martino, il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci, il senatore Marcello Dell’Utri e alti esponenti del ministero della Giustizia, come Giacomo Caliendo, ex presidente dell’Anm e oggi sottosegretario alla giustizia.

Incontri svoltisi sempre nell’imminenza di importanti decisioni. Dalle intercettazioni telefoniche si scopre la capacità del sedicente magistrato tributarista (in realtà geometra) Lombardi di esercitare pressioni su molti membri della Consulta, non escluso il presidente Cesare Mirabelli per fare la conta tra chi era a favore e chi contro, in modo da poter influire sulla decisione dei più incerti. “No…dicevo siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro…i suoi amici, colleghi, ex colleghi su che posizioni staranno?”, questo il tono della telefonata fatta la mattina del 30 settembre da Lombardi a Mirabelli, di cui era evidente l’imbarazzo, soprattutto a fronte della domanda: “Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica” Mirabelli: “Prego? Ah sì…ma sono tutte care persone, certo, certo”. L’altro non desiste: “Possiamo intervenire almeno su questa persona?” Mirabelli: “Mmmm…eh…non è che gli interventi valgono granchè eh…”, Lombardi: “Vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro…vabbè ci sentiamo domani professò che mi stanno mettendo in croce gli amici miei di…che sono poi anche amici suoi eh…”.

In realtà dietro il manifesto interesse per il buon esito del giudizio sul Lodo Alfano, si nasconde un preciso obiettivo che per i tre neopiduisti ha un carattere decisamente rilevante, ovvero la candidatura dell’onorevole Nicola Cosentino alla presidenza della Regione Campania. In una conversazione del 2 ottobre tra Lombardi e lo stesso Cosentino, così esplicitamente Lombardi si manifestava: “Lui è rimasto contento per quello che stiamo facendo per il 6 (dove ‘Lui’ è probabilmente o Berlusconi o il ministro Alfano, ndr) e allora giustamente chell’ che diceva Arcangelo, lui ci deve dare qualche cosa e ci deve dare Te e non adda scassà o’ cazzo, in italiano. Te pare?”. Il riferimento è a un nuovo incontro svoltosi il primo ottobre, dopo quello del 23 settembre, in casa di Verdini. Ma il 6 ottobre la decisione della Corte risulta di segno contrario alle aspettative. Il morale di Lombardi è a terra: “Eh che figura di merda…” dichiara al telefono con Martino “noi ne tenevamo 5 certi e ce ne volevano tre, ne tenevamo due e ne mancava uno”. A sua volta Carboni se la prende con Martino: “Nove a sei, invece li abbiamo dati otto fatti sicuri e quelli (incomprensibile) dicono…chi ti ha dato quel biglietto, era male informato”.

Se anche l’esito è stato insoddisfacente, dalle conversazioni emerge tutta la capacità di intervento e di pressione sugli alti magistrati. Un potere che proveniva dalle relazioni politiche che perfino il pittoresco Lombardi era in grado di esibire. L’intera vicenda legata alla candidatura per la presidenza della Regione Campania, rivela un contesto quantomai torbido. Non soltanto perchè le pressioni proseguono anche dopo che il sottosegretario Cosentino è raggiunto da una richiesta di arresto per collusioni con la camorra, ma perchè lo stesso gruppo tenta di ostacolare in tutti i modi la nomina politica di Stefano Caldoro, scelto dal Pdl in sostituzione del primo, fino a mettere in atto una campagna diffamatoria che non escludeva l’invio di un dossier anonimo a La Repubblica, sulle frequentazioni sessuali dell’onorevole e la pubblicazione su un sito locale di incontri a luci rosse nell’ambiente dei trans. Sulle difficoltà intervenute per via giudiziaria sulla nomina di Cosentino, Martino informa Carboni che ribatte: “Allora io chiamo Verdini! E’ l’unica cosa”. Ad un certo punto sembra che a Caldoro i tre preferiscano Giovanni Lettieri, presidente degli industriali della Regione Campania, anche se su Cosentino non demordono. Il 28 novembre Lombardi telefona proprio a Cosentino dal quale apprende che ha fatto ricorso in Cassazione. Si accende una luce di speranza. Lombardi telefona alla segreteria del presidente Vincenzo Carbone (presidente della Corte di Cassazione) per far fissare subito l’udienza. Nei giorni che seguono rinnova i contatti con Carbone, al quale fa avere anche in dono ‘dell’olio buono’. E in una telefonata a Carbone, Lombardi dice: “Ieri sono stato con amici molto bravi che hanno parlato tutti bene di te…e che devi stare ancora due anni in Cassazione che devi sistemare le cose come le hai già messe…sono tutti convinti che tu dovrai avere quello che devi avere”. Carbone si schermisce: “Io faccio solo il mio dovere”, e cerca di riportare il discorso su temi istituzionali, ma Lombardi lo inchioda: “Mercoledì sto da te perchè ti voglio riferire quello che mi hanno detto i miei amici”. Ma anche questo tentativo fallisce: la Cassazione ha rigettato il ricorso di Cosentino.

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