È guerra valutaria Usa-Cina, Pechino svaluta ancora lo yuan

12 Agosto 2019, di Mariangela Tessa

Assumono sempre più i contorni di una guerra valutaria le tensioni tra Stati Uniti e Cina . Per la terza seduta di fila Pechino ha fissato il cambio a un livello più debole rispetto alla soglia psicologica di 7 yuan per dollaro.

In particolare, la Banca centrale cinese ha modificato dello 0,1% il fixing dello yuan con il dollaro portandolo a 7,0211 (yuan per un dollaro). In una settimana, il fixing – cioè la parità centrale presa come riferimento per lasciare poi muovere il cambio in una banda di oscillazione del 2% in più o in meno – è passato da 6,9225 per dollaro di lunedi’ scorso al 7,0211 attuale.

Sul mercato valutario, lo yuan onshore (quello per le transazioni sul mercato interno) è scambiato a 7,064 per un dollaro (7,0624 venerdì sera). L’offhsore a 7,0928 per un dollaro.

Questo è solo l’ultimo capito di una guerra combattuta a colpi di dazi tra le due potenze economiche. E che, alla luce degli ultimi eventi, non lascia intravedere il raggiungimento di un accordo. Conferme in tale senso sono arrivate venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha confermato il proseguimento dei colloqui anche se al momento non ha intenzione di concludere un accordo con Pechino.

“La Cina vuole così disperatamente un accordo. Migliaia di aziende stanno andando via a causa delle tariffe, loro devono fermare il flusso”, ha twittato il presidente Usa. “Allo stesso tempo – ha scritto ancora – la Cina può sperare che un Democratico vinca perché possa continuare il grande raggiro dell’America e il furto di centinaia di miliardi di dollari”.

Pechino, dal canto suo, ha smentito l’affermazione di Trump che vi sia un esodo di aziende dalla Cina, oltre naturalmente alle accuse che hanno spinto Trump a lanciare l’offensiva.

Le due maggiori economie mondiali sono impegnate in una disputa commerciale che implica l’imposizione di pesanti dazi sulle reciproche importazioni, che ha destabilizzato i mercati finanziari e sollevato preoccupazioni sulla crescita economica globale.