Dumping creditizio Cina distruggerà Fmi

3 Febbraio 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Per 70 anni il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) è stato il primo finanziatore internazionale, ma il suo ruolo principale è stato quello di garante di ultima istanza dei prestiti che alcuni Stati membri rilasciano ad altri. Il meccanismo volto a proteggere gli interessi dei creditori ha funzionato senza intoppi particolari fino a quando agli Stati Uniti e agli altri principali paesi occidentali è andata bene così. Questo perché fino a qualche tempo addietro erano loro i principali creditori ufficiali nel mercato finanziario mondiale.

Ma la musica è cambiata rispetto ad allora e ora si rischia la distruzione del Fondo come lo conosciamo ora. Nel 1956 i principali creditori al mondo hanno creato il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale non ufficiale, che insieme all’Fmi, è stata insignita di un ruolo chiave, quello di garante dei creditori. Fino a qualche tempo fa i due istituti erano i responsabili del ripianamento dei debiti emessi da creditori sovrani nazionali. Oggi l’Fmi è rimasto l’ultima “linea di difesa”. Ma come vedremo più avanti, anche quella rischia di saltare.

Sebbene il Club di Parigi, che comprende 20 stati, rappresentasse a fine 2014 ancora con un totale di 304 miliardi di dollari (esclusi gli interessi per le procedure di messa in mora) il principale finanziatore dei paesi in via di Sviluppo, nel 20esimo secolo la Cina e altre nazioni sono entrate nella partita internazionale, come finanziatori ufficiali. Pechino è poi salita fino a conquistare la vetta del mercato, impossessandosi dello scettro di primo creditore al mondo.

Cina: il più grande creditore al mondo

Gli esportatori di materie prime, che con i loro fondi sovrani sono in grado di ricavare proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e di altre risorse naturali, sono protagonisti di importanti investimenti e prestiti. Tra questi si possono citare i più potenti, quelli di Arabia Saudita, Emirati, Norvegia e Kuwait.

Le stime più prudenti parlano di circa sei, sette miliardi di dollari di patrimonio per questi fondi sovrani. In seconda posizione, a stretto giro di posta, nel 20esimo secolo si trovava la Cina. Pechino può da anni contare su grandi riserve auree e valutarie, alcune delle quali sono sotto forma di fondi sovrani.

I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono un totale di quasi 1.200 miliardi di dollari. Una fetta del denaro di questi fondi sovrani passa attraverso alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti su scala globale. I crediti così emessi sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Dal 21esimo secolo le attività di credito internazionale in questione sono diventate le più sostenute di tutto il mondo. Senza che nessuno se ne accorgesse, la Cina è diventata il primo creditore internazionale.

Il dumping creditizio della Cina

Le banche di controllo statale in Cina hanno emesso almeno $110 miliardi in prestiti a paesi e società dei mercati emergenti. E questa stima include solo i prestiti che sono stati ufficialmente confermati dalle parti coinvolte nell’operazione. Il Financial Times ritiene che la somma complessiva effettiva dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere in realtà notevolmente più elevata di quella riportata.

“Come termine di paragone, il quotidiano ha citato, con un articolo che ha sorpreso tutti il 17 gennaio del 2011, un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale ha fornito solo 100,3 miliardi di dollari nella forma di prestiti ad altri paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina)”.

Il Financial Times e altri media, fa notare Strategic Culture, non sono più tornati sulla questione.
L’Occidente non ha nulla da guadagnare a mettere in evidenza questi numeri: è infatti meglio che non si sappia che è stato soppiantato da Pechino nel mercato del credito internazionale.

Vedere pubblicati questi numeri non va nell’interesse nemmeno della Cina. Una pubblicità in questo senso rischierebbe solo di ostacolare l’espansione dei suoi prestiti, il cui successo è dovuto in gran parte proprio al fatto che la Cina fornisce investimenti e crediti a condizioni più favorevoli di quelle offerte dall’Fmi, dalla Banca Mondiale o dai membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano addirittura alcun interesse. In Occidente chiamano questa pratica “dumping creditizio” cinese.

Prestiti Cina spesso non maturano interessi

I prestiti cinesi sono così strutturati (sono decisamente di favore) sopratutto perché hanno l’obiettivo di assumere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei paesi asiatici, africani, e del Sudamerica. Una volta che i progetti di investimento sono terminati, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando le spedizioni di petrolio e di altre risorse naturali.

L’ampia ragnatela di prestiti di Pechino si sta espandendo anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina, paese che da tempo è diventato il principale partner commerciale di molti paesi in via di sviluppo. In molti paesi, insomma, gli Usa non sono più il primo prestatore, lo è la Cina.

Per anni Washington ha cercato di trovare un modo per contrastare l’espansione creditizia della Cina, ma invano. Il maggiore azionista dell’Fmi ha coltivato un sogno: cambiare le regole dell’istituto, per dare legittimità ai default sovrani e togliere al fondo il suo ruolo di garante dei crediti sovrani. Sarebbe un affronto alla Cina, come rappresaglia per aver osato escludere gli americani dagli affari creditizi in molti paesi emergenti.

A rischio Fmi e sistema finanziario internazionale

In Ucraina c’è già stato un pericoloso precedente. Il Fondo monetario internazionale ha infatti concesso a Kiev di non restituire tre miliardi di dollari di debiti contratti con la Russia.

“Ciò potrebbe incoraggiare altri debitori nei confronti della Cina a non ripianare i propri debiti. Non è nemmeno da escludere che possano scoppiare a quel punto conflitti tra paesi debitori e la Cina”, scrive l’editorialista Valentin Katasonov.

Una simile riforma dell’Fmi metterebbe a repentaglio non solo l’esistenza del fondo ma anche dell’intero sistema finanziario internazionale, che trovandosi senza il garante di ultima istanza, potrebbe improvvisamente implodere.

“Il 20 gennaio l’Fmi ha abolito quello che era conosciuto come ‘esenzione sistemica’, un principio che era stato adottato nel 2010 e ha permesso al fondo di concedere prestiti ai paesi con debiti insostenibili, nel caso di una vera e propria minaccia di contagio della crisi per le economie limitrofe. Questa decisione ha reso la politica dell’Fmi ancora più confusa”.

Le opinioni degli esperti su come l’abolizione della “esnzione sistemica” possa influenzare la collaborazione dell’Fmi con l’Ucraina sono divergenti. L’unica cosa certa è che se la riforma sarà così come sembra, senza svolgere il compito di garante l’istituto di Washington rischia di non avere più senso.

Fonte: Strategic Culture