DRAGHI: FINALMENTE ARIA SANA
IN BANKITALIA

1 Giugno 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Al debutto delle Considerazioni finali Mario Draghi è stato fedele allo stile che lo porta a usare voli di linea per gli spostamenti e a sistemarsi quasi sempre in una delle ultime file. Ieri ha bonariamente rimbrottato i fotografi che lo sottoponevano a una raffica di flash («Resta per me un mistero cosa ne facciate di tutti questi scatti»), poi ha esposto con prosa essenziale quello che a molti è parso una sorta di Manifesto per la società aperta. Una ricetta per ringiovanire l’Italia, dalle scuole alla mobilità sociale, dalla liberalizzazione dei servizi alla creazione di un sistema bancario concorrenziale.

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Quella delineata da Draghi è un’Italia che si preoccupa se i suoi studenti non apprendono la matematica come i loro coetanei europei e se i suoi disoccupati non dispongono di un’indennità che li sorregga nella ricerca di un nuovo lavoro. È un’Italia che predilige la democrazia universalistica di stampo anglosassone e si lascia alle spalle oligarchie, protezionismo e corporativismo, i pilastri della cultura politico-sociale di stampo renano. In tempo di proposte deboli o liquide quella che emerge dalle Considerazioni finali del governatore è un’offerta intellettualmente ambiziosa. Non è solo la pur importantissima rifondazione della Banca d’Italia, è molto di più e ha dalla sua più d’un punto di contatto con quanto espresso, solo qualche giorno fa, da Luca di Montezemolo a nome degli industriali.

I riformisti del centro- sinistra fanno bene, dunque, a guardare con interesse al «manifesto» di Draghi: può rappresentare un benchmark per confrontare di volta in volta le scelte di un governo, che ha in Parlamento una maggioranza risicata, con un progetto più organico di ricollocazione del Paese nella competizione internazionale. Del resto è evidente come l’esecutivo guidato da Romano Prodi abbia davanti a sé scadenze che farebbero tremare i polsi anche ad amministrazioni più solide. Tra pochi giorni la commissione Faini concluderà i suoi lavori e comunicherà a quanto ammonta realmente il fatidico rapporto deficit-Pil.

Le indiscrezioni parlano di qualche decimale sopra il 4,5% ma il dettaglio è tutt’altro che secondario. Sulla base dei risultati del monitoraggio il governo dovrà impostare la sua politica economica, decidere se ricorrere o meno prima dell’estate a una manovra aggiuntiva e successivamente impostare la Finanziaria. Tra aggiustamento immediato, rientro nei parametri di Maastricht e finanziamento della riduzione del cuneo fiscale si parla di reperire qualcosa come 40 miliardi di euro. Per farlo con ragionevole speranza di successo Prodi dovrà decidere innanzitutto cosa dire al Paese.

L’errore che può commettere è quello di vendicarsi di Giulio Tremonti e della sua telelavagna, gridare propagandisticamente al buco in bilancio e impostare una narrazione che ricalchi l’esperienza della seconda parte degli anni Novanta. Ma se la chiave vincente di allora fu la concertazione per moderare i salari e contenere l’inflazione, quella di oggi passa per strade diverse, come l’apertura dei mercati e il cambio delle aspettative dei nostri imprenditori. Drammatizzare più del necessario potrebbe quindi rivelarsi controproducente anche perché stavolta il vincolo esterno è assai più blando.

L’Europa targata Barroso non è certo un mostro di egemonia. Per tutti questi motivi la bandiera della crescita, filo conduttore del discorso di Draghi, non deve essere ammainata e già nella prossima Finanziaria dovranno essere previste e approvate le prime riforme strutturali. Angela Merkel ha fatto così e ha avuto ragione.

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