Draghi: dalla tesi contro l’euro al “whatever it takes”

16 Novembre 2017, di Francesco Puppato

Erano gli Anni 70 quando Mario Draghi, che sarebbe poi diventato presidente della Bce, da studente di economia alla Sapienza di Roma seguiva appassionatamente la dottrina di Federico Caffè: indimenticabile economista italiano, la cui improvvisa scomparsa resta ancora un mistero irrisolto, che fu tra i principali diffusori del keynesismo in Italia, occupatosi tanto di politiche macroeconomiche che di economia del benessere mettendo al centro delle sue riflessioni la necessità di assicurare elevati livelli di occupazione e di protezione sociale, soprattutto per i ceti più deboli.

Nella sua biografia (“Il governatore”, Stefania Tamburello, Rizzoli, 2011; poi riportata da Alessandro Montanari su www.interessenazionale.net), Mario Draghi ricorda così quel periodo storico:

“chi frequentava le sue lezioni (sottointeso, di Federico Caffè) lo vedeva come un modello a cui ispirarsi”.

Fu proprio questa stima verso l’economista scomparso ad avvicinare l’attuale presidente della Bce alle teorie keynesiane e, soprattutto, a scrivere una tesi di laurea dal titolo “Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio”; tesi, questa, che gli valse la lode accademica ed addirittura l’ambitissimo incarico di assitente dello stesso Caffè.

A pagina 23 della sopracitata biografia, Draghi sosteneva che “la moneta unica era una follia, una cosa assolutamente da non fare”.

Oggi, lo stesso Mario Draghi, si fa invece portavoce di teorie economiche assolutamente pro euro che si sposano con il pensiero mainstream europeista. Non solo, il presidente della Bce è passato dalle argomentazioni della tesi di laurea scritta di suo pugno a quelle a favore del “whatever it takes”, indicanti che l’euro va salvato, appunto, “a qualunque costo”, facendo “tutto il necessario”.

Cos’è cambiato, dunque, nel pensiero economico del professor Draghi per farlo passare da un opposto all’altro? Un reale ricredersi delle proprie idee che lo ha riportato sui suoi passi o il timore di essere etichettato populista, euroscettico e via dicendo con il conseguente rischio di finire “fuori dal giro che conta”?

Quando Draghi era governatore della Banca d’Italia e vi era l’ipotesi che diventasse Presidente del Consilgio dei Ministri, in una telefonata in diretta al programma Uno Mattina condotto da Luca Giurato (facilmente reperibile anche su YouTube), l’ex Presidente della Repubblica Italiana Cossiga disse di lui:

“Un vile, un vile affarista. Non si può nominare Presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi imporne, la candidatura a Silvio Berlusconi; male, molto male! È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul “Britannia”, dell’industria pubblica, della svendita dell’industria pubblica italiana quand’era direttore generale del Tesoro e immaginati che cosa farebbe da Presidente del Consiglio dei Ministri: svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, l’Enel, l’Eni e certamente i suoi ex comparuzzi di Goldman Sachs.” ribadendo, a fine telefonata, di prendersi la responsabilità di quanto aveva appena detto.