Dove stanno andando le banche?

10 Novembre 2015, di Luciano Martinoli

…e dove invece potrebbero andare? L’evidenza di un paradosso.

Si moltiplicano gli annunci e i segnali di prossimi massicci licenziamenti nel settore bancario nonostante vengano annunciati, nello stesso tempo, risultati positivi o progetti per migliorarli.

Un recente articolo di una rivista online parla di 12.000 esuberi solo da parte di Unicredit, anche se per vendita di asset, ai quali si aggiungono i 1800 circa che salteranno fuori dal risiko delle popolari.

I sindacati poi hanno fatto una stima che dal 2000 ad oggi sono state prepensionate 48.000 persone e altri 20.000 esuberi sono previsti nei prossimi 5 anni.

Quale è il significato strategico di questi dati e quali considerazioni possono essere fatte?

Al di là dell’impoverimento generale del tessuto sociale (una persona licenziata non percepisce più stipendio, una prepensionata ne percepisce di meno) si è impoverito il mercato stesso delle banche nel suo complesso. Con quali soldi infatti tutte queste persone, e quelle a loro collegate (familiari, dipendenti di altre aziende che entreranno in crisi per mancate vendite a questi, ecc.), potranno acquistare i prodotti Hi-tech, Wellness, Lifestyle offerti da Unicredit, le case che propone Intesa Sanpaolo, o effettuare i micropagamenti proposti da Banco Popolare, giusto per fare degli esempi?

Detto in altri termini sembrerebbe che le Banche stiano perseguendo una strategia contraddittoria: da un lato contribuiscono a minare il mercato retail, dall’altro ampliano, e focalizzano, l’offerta allo stesso mercato!

Se proprio volessero sviluppare questo segmento, dovrebbero agire alla fonte: aiutare a sviluppare le aziende che, a loro volta, aumenterebbero il numero e gli importi degli stipendi che consentirebbe ai singoli di depositare, investire e spendere di più. Inoltre le attività “corporate”, avendo importi maggiori per potenziali singole offerte di servizi, consentirebbero migliori margini di guadagno, che è quello che le banche vanno cercando.

Prevengo l’obiezione che immagino possa venire dal mondo bancario: noi già sviluppiamo il mercato corporate avendo aumentato l’erogazione del credito.

Mettendo da parte per un momento il tema della contrazione dei guadagni sull’intermediazione, la contro-obiezione è: certo, ma con quali criteri? Gli stessi che hanno creato l’enormità delle sofferenze che grava sui bilanci e di cui le banche si vogliono liberare? E oggi, a fronte del nuovo quadro regolatorio di Bankitalia che impone richieste di capitali propri, siamo sicuri che i soldi vadano a chi ne ha bisogno per finanziare progetti di miglioramento (futuro) e non a chi ne ha bisogno semplicemente per sopravvivere (pur offrendo oggi, ma non domani, un profilo di credito “rassicurante”)?

Oggi tutte le aziende necessitano di cambiare profondamente il loro sistema d’offerta, ma non sanno come. Hanno bisogno di essere aiutate a realizzare progetti strategici di trasformazione con l’uso di competenze e strumenti all’avanguardia. La banca potrebbe essere il fornitore di tali “conoscenze” con il vantaggio di reimpiegare gran parte delle persone che vuole sbatter fuori e fornendo strumenti che, alla lunga, aumentano il numero, e la loro qualità, dei suoi clienti più ricchi: le aziende.

Cosa lo impedisce ad una banca, visto che arriva a vendere ipad e attrezzature da ginnastica?
E poi, si guadagna di più, nell’immediato e nel lungo termine, nel vendere strumenti per creare ricchezza nelle aziende o nel vendere iphone al singolo (che forse avrà difficoltà a pagare le rate del finanziamento)?

Fonte: Imprenditorialità Aumentata