DOPO-GRILLO: BLOG, ANNEGHEREMO DI PAROLE?

22 Settembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

Che st*******! Scusate se comincio così,
ma scrivo questo articolo come voi-chenon-
avete-idea-di-che-cosa-siano-i blog pensate
siano scritti i blog. Stiamo calmini, eh. Il
tema del dibattito, dunque, sarebbe questo:
Beppe Grillo sbraita sul suo sito e i grillanti
sono esseri orrendi, quindi i blogger sono dei
ragazzetti brufolosi con occhi arrossati e senza
vita sentimentale oppure dei trogloditi
frustrati e forse anche impotenti. Sto forse
negando che esistano esemplari di tale specie?
No, per niente: se esistono nel mondo
reale, ci sono anche in quello virtuale.

Voglio soltanto dire che accusare la blogosfera
per i contenuti del sito di Beppe Grillo
non è un semplice fare di tutta l’erba un fascio
(espressione, nel caso di specie, scelta
non a caso), ma è come prendersela con il
concetto di autostrada soltanto perché Claudio
Burlando trova più comodo imboccarla
contromano. Il mezzo sarà anche il messaggio,
come diceva quello, ma voi ve la prendereste
con la Tim se un abbonato di Vercelli
insultasse al cellulare l’ex fidanzata trasferitasi
con l’amante a Busto Arsizio? Al tempo
del popolo dei fax, era il popolo o il fax che
faceva orrore? Ecco, il blog è una specie di
telefono o di telefax che non squilla e non
stampa. E’ lì, se vuoi alzi la cornetta o prendi
il fax. Sennò, non disturba. Discutere di
che cosa si dica solitamente al telefono o di
cosa mediamente si scriva sui fax mi pare
bizzarro. Volete davvero organizzare un coltissimo
V-day contro il telefono e il telefax?
Accomodatevi, ma secondo me confondete i
blog con i forum, fenomeno che popolava la
rete ben prima dell’avvento dei blog.

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Altra obiezione, quella che mi pare la più
stramba, malgrado provenga nientedimeno
che dal Boston Globe, ancorché ripresa dall’Herald
Tribune. Ecco, già questo. L’Herald
Tribune riprendendo l’articolo di Steve Almond
(Stefano Mandorla con la traduzione di
Google) non ha fatto altro che la stessa operazione
che la gran parte dei blogger compie
quattro o cinque volte il giorno e che consiste
nel riprendere, segnalare, proporre ai
propri lettori un articolo comparso altrove.
Questo fanno i blog di informazione. Mettono
in circolazione notizie e articoli e video e
musica non conosciuti, poco reperibili o altrimenti
invisibili. Prendono un link dal Miami
Herald o dal Chicago Tribune e lo segnalano
a uno che sta ad Abbiategrasso. Punto.


I blogger bravi non pretendono di fare i giornalisti
(ammesso che non lo siano già), non
cercano di fare scoop, non hanno bisogno di
verificare nulla, perché le verifiche sono state
già fatte, sort of, da quelli con il tesserino
corporativo vidimato da Ciccio Abruzzo. E se
controllano, può anche capitare che forniscano
un servizio, costringendo i giornalisti cartacei
a spararle meno grosse.
Ancora. Non c’entra un fico secco “la gerarchizzazione
delle informazioni” che manca
sui blog. Credete che i blog siano il Riformista?
I blog sono tematici, la gerarchizzazione
è nella loro ragione sociale. Ok, ci sono
anche parecchi blogger che prima di andare
a nanna pretendono di essere grandi autori.
Ma, dico, avete letto i diari americani di
Claudio Magris, dico Claudio Magris, sulle
pagine culturali, dico pagine culturali, del
Corriere della Sera, dico Corriere della Sera?
Tra i blog che frequento io, nessuno li
avrebbe mai pubblicati.


Quello del giornalista è un mestiere più facile
del blogger. Fare il giornalista è sempre
meglio che lavorare, diceva quell’altro. Ma
fare il blogger non si può dire che sia sempre,
proprio ogni notte, meglio che dormire.
Oggi in America i più grandi giornalisti hanno
un blog, un blog vero, e sono pagati per
scriverci. Una cosa che da sola chiude la discussione
su rispettabilità & professionalità,
ma anche sull’unica critica sensata che abbia
mai sentito sulla blogosfera, quella che
qualche anno fa, credo ispirata da Giampiero
Mughini, fece Guia Soncini: ma chi ve lo fa
fare di scrivere gratis?


I grandi quotidiani, settimanali e mensili
d’America ospitano decine di autorevolissimi
blog (il New York Times 33, l’austero New
Yorker una mezza dozzina), fonti strepitose
di notizie e informazioni. Nessuno di questi
blog è simile a quelli dei giornali nostrani,
tristi luoghi dove l’inviato di grido un giorno
sì e tre no stancamente scrive quattro o cinque
righe di pensierucci personali. Per chiudere:
se avessi scritto questo articolo su un
blog, anziché sulla carta, avrei fornito i link
a conforto della mia tesi. La considero una
prova della superiorità mediatica dei blog.

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