“Banche centrali combattano diseguaglianze o sarà sfida generazionale”

29 Maggio 2019, di Alberto Battaglia

La crescita delle diseguaglianze sociali e dei partiti populisti “probabilmente… avrà implicazioni a lungo termine per l’ordine politico ed economico dell’occidente che non risparmieranno nemmeno le banche centrali”. Dopo una riflessione analoga da parte di Ray Dalio, anche Salman Ahmed, capo strategist di Lombard Odier IM. Ma con importante distinzione: se per Dalio l’aspetto fondamentale per aggredire le diseguaglianze è una maggiore coordinazione fra politiche monetarie e fiscali, Ahmed di fatto tratta l’istituzione della banca centrale non più come un istituto dalle finalità eminentemente tecniche, bensì politiche.

“Nell’attuale era del populismo”, scrive lo strategist, “la politica delle banche centrali delle democrazie liberali deve tenere in considerazione la rabbia che nasce dalle disuguaglianze, poiché probabilmente avrà una forte influenza sulle realtà politiche future”. La banca centrale e la politica monetaria, insomma, tornerebbero ufficialmente a ricoprire funzioni che vanno ben al di là dell’obiettivo della sola stabilità dei prezzi. “La politica monetaria è pronta per un cambio di paradigma”, afferma sin dall’esordio Ahmed, “le Banche Centrali dei mercati sviluppati stanno sottovalutando l’impatto che potrebbe avere il populismo qualora la politica monetaria non tenga conto – anche velocemente – delle disuguaglianze di reddito”. Formalmente, però,  ciò non rientra nelle responsabilità delle banche centrali. E d’altro canto, i mercati spesso non reagiscono bene all’idea che la politica possa guidare le banche centrali nel loro lavoro.

Eppure il mondo della finanza, come testimoniano le posizioni di Dalio e Ahmed, e la stampa di riferimento, con un Financial Times che ritiene la Fed responsabile della rivolta generazionale tra i baby boomer e i millennials, sembrano indicare sempre di più un ruolo politico alle banche centrali.

“La natura di un governo democraticamente eletto implica che, se istituzioni tecnocratiche – come la Bce – continuano a interpretare i loro mandati in modo restrittivo, potrebbero inavvertitamente portare a un incremento della pressione populista”, scrive Ahmed, “se ciò dovesse verificarsi questo potrebbe avere potenti effetti a catena sulla forma e sulla portata del mandato della banca centrale per il futuro, se non sul futuro della stessa Unione Europea, proprio come stiamo vedendo in Italia”.

Se, però, le responsabilità delle banche centrali vanno al di là dell’esecuzione tecnica di un mandato – come Ahmed auspica –  è ancora corretto sostenerne l’indipendenza dai poteri dello stato? Se un dibattito politico verrà davvero aperto su quest’argomento, le idee in merito saranno certo più di una.