Diatriba austerity vs riforme: Germania ha vinto, Italia al muro

15 Settembre 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – «Quest’incontro di Milano sarà da ricordare. Perché sancisce la definitiva incomunicabilità fra le due scuole di pensiero che si fronteggiano in Europa. E probabilmente rappresenta la fine delle speranze per l’Italia di ottenere questo sospirato allentamento da parte della Germania».

Daniel Gros, l’economista tedesco già consulente dell’Fmi e della Commissione Ue, oggi a capo del Centre for European Policy Studies, è convinto che debba considerarsi chiusa l’estenuante diatriba fra austerity e rigore. Con la vittoria della Germania.

Insomma l’Europa è a un binario morto? Ma che ne è delle dichiarazioni possibiliste, almeno sembravano tali, della Merkel e ieri addirittura di Schauble?

«I tedeschi parlano due linguaggi, uno in patria e l’altro nei summit internazionali. Al Bundestag qualche giorno fa c’è stata la discussione sulla legge finanziaria. Quando si è trattato di votare sul pareggio di bilancio per i prossimi due anni, ovvero sull’impossibilità di ritagliare gli investimenti pubblici che rilancerebbero la domanda non solo in Germania, nessun partito ha votato contro.

Solo una piccola formazione d’opposizione ha osato chiedere: ma siamo sicuri che ce la faremo? Tutto qui. Nessuno ha alzato la mano per chiedere un deficit più alto e venire incontro alle pressanti richieste che arrivano dall’Europa. Questi sono i fatti».

Allora tutti i toni concilianti ostentati all’Ecofin?

«Poco credibili, almeno quanto le rassicurazioni italiane. Sono vent’anni che lo sento dire in ogni occasione: dateci ancora un anno e vedrete quali meravigliose riforme faremo.

Certo, la Germania non ammette neanche un intervento d’emergenza, ma l’Italia, come la Francia che oggi preoccupa forse anche di più, non aiuta con i comportamenti la comprensione reciproca. È pur vero che l’Italia con un debito al 136% non so come faccia a pensare di spendere di più: potrebbe anche smetterla di chiedere aperture o flessibilità».

Se le cose stanno così, le propongo uno scenario: l’Italia riesce a fare queste agognate riforme, e si presenta alla Germania dicendo: ecco, le riforme ci sono. Allora, il rigore?

«Vuole la verità? Non credo che la risposta tedesca sarebbe diversa da quella di oggi. Il passato continuerebbe a pesare come un macigno. È una questione di cultura e di schematismi mentali. Per questo mi sembrano ipocriti tutti questi abbracci alla Spagna, un Paese che ha il 25% di disoccupazione, solo perché un paio di riforme è riuscito a farle».

E il mirabolante piano Juncker da 300 miliardi aiuterebbe?

«Ne ho visti almeno tre di questi mega-piani annunciati. Il primo fu all’alba dell’euro, era da 200 miliardi cioè più o meno come oggi. Nessun aiuto concreto è arrivato, non si tratta che di una riedizione dei fondi europei la cui inutilità è provata.

C’è un’aggravante: la Germania si rende conto che in Europa comanda la Commissione, ma ora il nuovo Esecutivo di Bruxelles sembra fatto apposto per non concludere niente. Pensi solo alla contrapposizione fra Katainen e Moscovici: vedo tempi nerissimi».