Economia

Dazi Usa, quanto pesano sull’Italia dopo il nuovo accordo con l’Ue

Dopo mesi di tensioni e negoziati serrati, Stati Uniti e Unione europea hanno finalmente raggiunto un accordo. Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato domenica che gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale con l’Unione Europea, in seguito a colloqui decisivi con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, avvenuti pochi giorni prima della scadenza del 1° agosto per l’introduzione dei dazi.

Dazi USA-Ue: cosa prevede l’accordo

Trump ha dichiarato che l’intesa prevede l’applicazione di un dazio del 15% sulla maggior parte delle merci europee esportate negli USA, inclusi i veicoli.

Tuttavia, alcuni prodotti saranno esentati, ha specificato von der Leyen in un briefing successivo all’annuncio dell’accordo: tra questi ci sono aerei e componenti aeronautici, alcune sostanze chimiche e prodotti farmaceutici. Inoltre, ha chiarito che la nuova aliquota del 15% non si sommerà ad altri dazi già in vigore. Il dazio del 15% è inferiore al 30% minacciato da Trump in precedenza, ma superiore al 10% che l’Unione Europea auspicava come livello base.

Sempre secondo Trump, l’UE si è impegnata ad acquistare energia statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari e a investire altri 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, oltre ai livelli attuali. Ha inoltre affermato che l’UE “acquisterà centinaia di miliardi di dollari in equipaggiamento militare”, sebbene non abbia fornito cifre precise.

Dazi: l’impatto sull’export italiano ed europeo

L’Italia, insieme alla Germania, è tra i Paesi più esposti al rischio dazio a causa dell’importanza strategica del mercato statunitense. Secondo le stime, con dazi al 15%, il Pil tedesco potrebbe registrare una riduzione dello 0,3%, così quello italiano potrebbe calare dello 0,2%, mentre l’economia francese subirebbe un impatto più contenuto, intorno allo 0,1%.

A dare i numeri è Matteo Villa, Senior Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale secondo cui a pesare ulteriormente sull’export europeo c’è il deprezzamento del dollaro: dal 20 gennaio (insediamento di Trump) a oggi, il dollaro ha perso il 13% del proprio valore rispetto all’euro, rendendo quindi i prodotti europei più cari per i clienti americani. Un esportatore italiano si trova così a sostenere un onere totale di circa il 21%, sommando dazi e cambio sfavorevole.

Sul fronte statunitense, i proventi dei dazi sulle merci europee potrebbero crescere in modo significativo. Prima dell’accordo, gli incassi erano intorno ai 7 miliardi di dollari all’anno. Con il nuovo dazio al 15%, potrebbero salire fino a 91 miliardi all’anno. Tuttavia, i modelli macroeconomici indicano che un calo del 25–30% delle esportazioni UE verso gli Usa ridurrebbe queste entrate a circa 66 miliardi annui. Nonostante la contrazione, rimarrebbe un aumento considerevole – quasi nove volte superiore ai livelli pre‑Trump.

È importante notare che – nei fatti – oltre il 90% del costo del dazio sarà sostenuto da imprese e consumatori statunitensi, non da chi esporta. Gli esportatori europei potrebbero assorbire parte del dazio tramite riduzione dei prezzi, ma il forte deprezzamento del dollaro riduce lo spazio per queste manovre.

L’intesa non è arrivata facilmente. Dopo quasi quattro mesi di escalation, durante i quali Trump minacciò dazi fino al 50% entro fine maggio, si è arrivati a un accordo al 15%. Al momento, però, l’UE non ha attivato controdazi su 93 miliardi di euro di beni statunitensi né riaffrontato la questione dei servizi. Questo lascia uno spazio di manovra ridotto per Bruxelles, in attesa di possibili sviluppi futuri.

Cosa significa per l’Italia

Per l’Italia, questo nuovo scenario apre un ventaglio di possibili effetti negativi sul fronte dell’export e della crescita. Il tasso di cambio euro-dollaro, unito al balzo dei dazi, mette pressione su aziende e produttori che esportano negli Usa. Inoltre, le riforme industriali necessarie per affrontare il calo della domanda estera richiedono tempo e investimenti, elementi resi più complicati dall’incertezza regolatoria.

In questo contesto, potrebbe tornare utile puntare su strategie di diversificazione geografica e settoriale: cercare di accedere a mercati come Cina, India o ASEAN, ma i negoziati con questi Paesi rimangono ostici, anche a causa della pressione dei dazi statunitensi.