Crisi grano, accordo tra Russia e Ucraina. Ecco cosa prevede

22 Luglio 2022, di Mariangela Tessa

Dopo settimane di trattative, è arrivata una svolta nella crisi del grano ucraino: oggi a Istanbul sarà firmato il primo vero accordo sui corridoi nel Mar Nero per l’esportazione di cereali dai porti dell’Ucraina. E soprattutto la prima intesa tra Mosca e Kiev dall’inizio della guerra il 24 febbraio scorso.

L’annuncio è arrivato dall’ufficio del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan che è stato il grande mediatore nei negoziati insieme con le Nazioni Unite, sulla cui bozza si sarebbe trovata l’intesa. E infatti nella metropoli turca, precisamente nello storico palazzo Dolmabahce, ci sarà anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Immediati gli effetti sul mercato: i future sul grano a Chicago sono diminuiti  dell’1,6%, mentre il mais è sceso del 2,8%.

Che cosa prevede l’accordo sul grano

Che l’intesa fosse nell’aria si era capito sin dall’incontro di tre giorni fa a Teheran tra Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin, che aveva parlato di “progressi sull’esportazione di grano ucraino”, cosa che aveva definito “un buon segno“. Non sono stati resi noti i dettagli del piano, ma secondo le prime indiscrezioni Mosca avrebbe ottenuto come contropartita la possibilità di esportare a sua volta cereali e fertilizzanti.

Si stima che la ripartenza delle esportazioni attraverso il Mar Nero consenta il passaggio di almeno 25 milioni di tonnellate di grano ucraino ora bloccate nei porti, un’azione che contribuirebbe ad alleviare la crisi alimentare che in diversi paesi è stata acuita dalla guerra in corso.

Dall’Italia, la Coldiretti fa sapere che l’export del grano può salvare dalla carestia quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione.

“Tra i più dipendenti dalle esportazioni cerealicole russe e ucraine – fa sapere l’associazione – ci sono l’Egitto, che importa il 70% dei cereali dai porti del Mar Nero, il Libano con circa il 75% e lo Yemen con poco meno del 50% e la situazione non è molto diversa in Libia, Tunisia, Giordania e Marocco”.