CRISI FINANZIARIA? NO, ECONOMICA

20 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori e clientela professionale ai sensi dell’allegato n.3 al reg. n.16190 della Consob. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

(WSI) – A ogni crisi rimaniamo affascinati dalle capacità di reazione del sistema quando l’acqua arriva alla gola. E’ come avere un pronto soccorso fantascientifico, dotato di personale qualificatissimo e altamente motivato, che dipende però da un ministro della sanità che fuma dalla mattina alla sera sostanze discutibili e trascura i suoi doveri più elementari come organizzare la prevenzione di massa dalle malattie più comuni.

Fannie e Freddie erano bombe atomiche vaganti da molti anni. Greenspan non perdeva occasione, ogni volta che andava in Congresso, per implorare che quei due mostri, se proprio andavano tenuti in piedi, venissero almeno ridimensionati. Niente da fare, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.
Arrivata l’acqua alla gola, però, la reazione è stata esemplare. Al punto da sfiorare il virtuosismo, come nel caso delle misure di sostegno tanto ampie quanto volutamente vaghe. Da uomo proveniente dai gironi infernali dei mercati, Paulson sa che se si indica una cifra precisa di sostegno gli short vanno subito a testarla per fare saltare il banco. Entusiasti e ammirati, i democratici applaudono il repubblicano Paulson.

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Chi dice ancora che Fannie e Freddie possono saltare o, alternativamente, essere nazionalizzate e fare così saltare il bilancio pubblico e il dollaro o è short o è un provocatore alla Jim Rogers. I 5.3 trilioni di passività, nel caso estremo di nazionalizzazione, verrebbero bilanciati (quasi) totalmente da mutui o, alla peggio, da milioni di case. Lo sbilancio di quel “quasi” aumenterebbe il debito pubblico al massimo di uno o due punti percentuali, non di 50.

Quanto alle altre mine vaganti finanziarie, le banche d’investimento più fragili sono ora in terapia intensiva nell’eccellente pronto soccorso di cui abbiamo parlato. Quanto alle banche commerciali, le poche grandissime money center banks, a quanto dichiarato da Bernanke in febbraio, non falliranno e basta. Le altre 7mila e passa subiranno qualche perdita. L’Fdic che ne assicura parzialmente i depositi sostiene che le vittime saranno nell’ordine delle poche decine, molto meno delle centinaia che caddero nella crisi delle Savings and Loans all’inizio degli anni Novanta.

Probabilmente c’è un eccesso di ottimismo e un certo conflitto d’interesse in questa stima. E’ possibile un crisi di fiducia generalizzata e un bank run in stile ottocentesco? In teoria sì. La reazione a catena, inizialmente lenta e poi sempre più veloce, è partita (ma diciamo subito che verrà fermata in tempo). Si comincia con un analista che, dopo avere sonnecchiato qualche mese, riprende in mano i conti di una banca e annuncia al mondo che le cose non vanno molto bene e che si dovrà effettuare qualche svalutazione.

Il titolo inizia a scendere in modo fisiologico, ma poi arrivano gli short che lo fanno scendere ancora di più, facendo contemporaneamente notare che più il titolo scende e più difficile diventa la necessaria ricapitalizzazione della banca. La discesa del titolo induce la televisione locale a fare un servizio e a mandarlo nelle news della sera. La mattina dopo qualche depositante dai nervi fragili si presenta a chiudere il conto. La televisione locale lo intervista. Il giorno successivo la coda dei depositanti è più lunga e le immagini vanno sulle reti nazionali. A quel punto la banca è cotta e gli short possono passare all’obiettivo successivo. Se la reazione a catena non viene interrotta, il numero delle banche in difficoltà cresce in misura esponenziale. Non è necessariamente un complotto. Gli short fanno il loro lavoro ecologicamente utile, i media fanno il loro.

Poiché su alcune banche regionali l’acqua è arrivata non alla gola, ma al torace sì, ecco che si è avviata la reazione positiva, che verosimilmente salverà il sistema. Gli short vengono lasciati a piede libero, ma, metaforicamente, vengono accompagnati in ogni loro movimento da un pulmino della Sec con ampia dotazione di microfoni e telecamere. Il mercato e i suoi princìpi sono salvi, la banca, augurabilmente, anche.

La differenza tra reattività e proattività è molto evidente anche sul petrolio. Il greggio in questa fase è centrale. E’ il greggio ormai che muove il dollaro e non viceversa. Se non si ferma il rialzo la recessione in Europa e America è inevitabile, le banche centrali non possono abbassare i tassi e la difesa del sistema finanziario diventa davvero difficile.

Vediamo in questi giorni, da una parte, un lavoro alacre di preparazione di grossi cerotti da applicare sulla crisi energetica. Vediamo ancora, dall’altra, un sonno sereno e profondissimo sulle soluzioni strutturali di un problema potenzialmente esplosivo. In due giorni al Congresso Bernanke ha ricevuto una ventina di domande sul petrolio. Di queste ne abbiamo contate solo tre su come affrontare in modo strutturale il problema (che indebolisce progressivamente gli Stati Uniti non solo sul piano economico, ma anche strategico). Tutte le altre erano sulla speculazione.

I cerotti sono una legislazione che rende chiudibili d’autorità in qualsiasi momento gli short creati con swap Otc, un’Arabia Saudita che forza un po’ di più i suoi pozzi (è una pratica che a lungo andare li rovina) e magari (è solo un’ipotesi di fantasia) qualche carico in mezzo all’Atlantico spostato all’ultimo momento di destinazione da Rotterdam al Golfo del Messico per fare salire le scorte americane, le uniche che il mondo guarda e le uniche che spostano i prezzi nel breve termine.
C’è poi il fatto più serio che il prezzo del petrolio e l’economia globale non ce la fanno più a crescere contemporaneamente. Nella gara a chi cede per primo rischiano di perdere entrambi e di afflosciarsi insieme.

Attenzione però. Bernanke ha detto che l’uno per cento di offerta di greggio in più (o di domanda in meno) fa scendere il prezzo del 10 per cento. L’uno per cento sono 850mila barili. La domanda mondiale non è scesa di così tanto. Anche in America, dove è scesa di più, si è ridimensionata solo la benzina, i distillati no. In Asia la domanda continua a salire. Questo significa che un secondo semestre di crescita vicina a zero in America ed Europa potrà fare scendere ulteriormente il prezzo, ma non appena ci saranno cenni di riaccelerazione, come forse in primavera, il greggio farà velocemente nuovi massimi.

Il petrolio fatica a scendere, come è noto, anche per l’Iran. L’Iran è reattivo come tutto ciò che è umano e la faccia scura di Israele sta producendo il miracolo di un dialogo diretto tra Washington e Teheran. L’Iran cercherà di tirare in lungo il più possibile per arrivare alla fine della presidenza Bush, ma dovrà davvero dare fondo a tutte le sue abilità diplomatiche.
Nel breve avremo una confluenza di fattori positivi per i mercati. Il dialogo con l’Iran, il petrolio sotto controllo, qualche dato macro americano ancora positivo (eco dei rimborsi fiscali e di un secondo trimestre che alla fine è andato bene), l’allentarsi della pressione sui finanziari, gli short che si ricoprono, il dollaro che recupera, gli utili dell’America che esporta ancora una volta sorprendentemente positivi. E’ forse un tradable rally e molto probabilmente un fondo temporaneo che può durare qualche tempo.

Al di là di questo recupero, tuttavia, si prepara una fase difficile. Il Fondo Monetario dice che sta finendo la crisi finanziaria (dopo Fannie e Freddie sarà difficile trovare qualcosa di ancora più grosso e gli short dovranno accontentarsi delle banche regionali), ma inizia in compenso la crisi economica.

L’Europa è a crescita zero da tre mesi e ci resterà in sostanza per altri dodici. L’America, dal canto suo, avendo bruciato gli stimoli fiscali prima del previsto, avrà un terzo trimestre di transizione e un quarto a rischio di recessione. La Cina da sola non riuscirà a compensare il resto del mondo. In America si discute seriamente, in ambito accademico e di mercato, sulla necessità e ineluttabilità di una riduzione dei consumi dal 70 al 60 per cento del Pil, in modo da ricreare un 10 per cento di risparmio. E’ una trasformazione ampia e severa, che richiederà molti anni in cui la crescità sarà delegata in pratica alle sole esportazioni nette. Questo processo, di per sè già faticoso, sarà ancora più doloroso se sarà accompagnato da un petrolio in rialzo strutturale.

A un certo punto di questo processo il dollaro diventerà la valuta più interessante del mondo, ma nella prima fase dovrà mantenersi molto debole. Per l’Europa questo aggiustamento potrebbe significare il passaggio dal pareggio al passivo delle partite correnti, con rischi di deindustrializzazione nei settori più deboli. Se questo avverrà in un contesto di rincaro dei combustibili fossili l’intero apparato produttivo si troverà di fronte a una sfida gigantesca.

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