CRIMINALITA’ E AFFARISMO: LE MAFIE DEL SUD

9 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia
*Ranieri Razzante, oltre ad essere docente di Legislazione Antiriciclaggio all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è presidente di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio. AIRA è un’associazione indipendente, non politica e senza fini di lucro. Il suo compito è quello di diffondere la cultura della lotta al riciclaggio di denaro sporco. Maggiori informazioni su: www.airant.it. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Si riaccendono le luci sulla situazione del sud del Paese. Si riaccendono quasi casualmente, in questi giorni di tragedia, mostrando la parte più bella di questa terra martoriata, con tutti i suoi figli chiamati a raccolta dall’emergenza per prestare aiuto a chi ne ha bisogno.

Ma si riaccendono soprattutto a seguito della pubblicazione del Rapporto del CENSIS sulle mafie del sud dell’Italia e della conseguente Relazione del Senatore Giuseppe Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia.
Dal Rapporto emerge uno spaccato alquanto allarmante su quella che è la situazione sociale, economica, politica e criminale delle quattro regioni principali: Campania, Calabria, Puglia e soprattutto Sicilia. Terre martoriate, dicevamo, da un condizionamento mafioso oramai endemico, radicato come gli agrumeti di questa terra arida, ma al contempo ricca di risorse. Se puo’ interessarti, in borsa si puo’ guadagnare accedendo alla sezione INSIDER. Se non sei abbonato, fallo subito: costa solo 0.77 euro al giorno, provalo ora!

La questione meridionale è all’ordine del giorno da troppo tempo oramai e molto è stato speso per dare un senso a questa lotta. Ci si sente domandare spesso perché l’Italia sia riuscita a sconfiggere il terrorismo, ma non abbia ottenuto gli stessi risultati nella lotta alla Mafia. Lasciamo che siano altri a dare le dovute risposte. Dal canto nostro ci limitiamo a fare una doverosa osservazione: il terrorismo degli anni di piombo mirava a rovesciare l’ordine precostituito e a scardinare con violenza i pilastri dello Stato. La mafia no. O meglio, non più. Sono lontani i tempi delle grandi stragi, degli attentati illustri, degli attacchi ai beni dello Stato. A quel tempo la mafia mostrava i muscoli per dimostrare al mondo e a se stessa la propria forza. Oggi non ce n’è più bisogno. La mafia è conscia della sua forza e lo siamo anche noi. Dalla fotografia che esce dal Rapporto e dalle parole dell’onorevole Pisanu, è evidente che le mafie (perché di mafie dobbiamo parlare, dovendosi ricomprendere anche la Camorra, la N’drangheta e, in minor parte anche la Sacra Corona Unita) sono permeate nel tessuto economico del sud Italia (ma in generale dell’intera Penisola), e lì hanno impiantato il loro ponte di comando.

La Mafia non spara. La Mafia compra. Con queste parole l’allora Consigliere Antonio Laudati, ora Procuratore di Bari ad un recente evento di AIRA, mostrava come nel tempo la strategia si sia sostanzialmente evoluta. Non è più necessario mettersi contro l’intero Stato. E’ più semplice affiancarsi ad esso, lavorando nel buio e usando un profilo più mesto. La sostanziale arretratezza sociale ed economica del sud Italia favorisce ancor più l’opera delle mafie che si pongono come vera alternativa allo Stato. Le mafie fanno rispettare le leggi (le loro!), creano posti di lavoro, danno assistenza, riportano l’ordine gestendo in prima persona la criminalità. Tutto ciò ha un impatto drammatico. Facendo leva sulla disperazione, sulla mancanza di lavoro, sull’ignoranza delle classi più umili è facile creare proseliti e fermentare il malcontento. Abbiamo ancora negli occhi le scene di qualche giorno fa, quando ad una protesta a Napoli contro l’emergenza rifiuti, alcuni hanno provocatoriamente innalzato uno striscione inneggiando ad un noto clan camorristico.

E’ esattamente la sintesi del pensiero. A volte, paradossalmente si preferisce avere a che fare con le mafie e lasciare che siano loro a gestire determinate situazioni piuttosto che sottostare alle leggi dello Stato. Il problema della lotta alla mafia è che, contrariamente a quanto faccia lo Stato, la mafia è vicina alla gente. Vive ed opera tra la gente. Ed offre modelli di una vita più semplice, più redditizia seppur votata all’illegalità. Le quattro regioni sopracitate risultano avere il PIL più basso d’Italia e dell’Europa intera (14.6 % sul dato nazionale). Al contrario, il tasso di disoccupazione è quello più alto. Eppure il giro di affari sviluppato dalle mafie in queste regioni raggiunge qualcosa come 90 miliardi di euro annui (secondo i dati della Confesercenti del maggio scorso).

Le mafie operano con i loro strumenti più efficaci: usura, riciclaggio di denaro, oltre che delitti. Dalle ultime analisi emerge come vi sia un forte incremento dell’uso di metodi estorsivi ed intimidatori, di riciclaggio di denaro dalla provenienza illecita e al contempo una contrazione delle denunce di associazione mafiose, oltre che una drastica diminuzione degli omicidi. Tutto ciò ci riporta a quel fenomeno dell’inabissamento di cui poco fa facevamo menzione. Il maggiore interesse odierno delle mafie è quello di fare affari. E gli affari si sviluppano a 360 gradi, su ogni fronte, purché redditizio: prostituzione, stupefacenti, appalti, infrastrutture, usura, concorrenza sleale. A farne le spese sono innanzitutto gli imprenditori locali che, operando onestamente, si vedono scalzati dalle imprese mafiose avvezze ad usare la violenza e qualsiasi mezzo pur di ottenere guadagni, scansando così i concorrenti.

Gli imprenditori lamentano la mancanza di strutture e strumenti che assicurino la trasparenza soprattutto dell’azione pubblica. Le mafie impongono i prezzi al mercato, assegnano appalti, mettono in atto politiche aggressive fondate sulla paura, costringendo le imprese a piegarsi al loro volere pur di non soccombere. E’ così che imprenditori onesti si ritrovano a dover acquisire forniture e manodopera a prezzi non vantaggiosi, pur di poter proseguire le proprie attività produttive.

Le pesanti limitazioni nell’accesso al credito da parte delle banche, imposte da questo momento di difficoltà, spinge poi gli stessi a rivolgersi alle mafie pur di ottenere denaro a credito, rischiando di indebitarsi fino alle midolla a causa dei pesanti tassi usurari, finendo così sul lastrico. O peggio ancora, il fenomeno più moderno che si registra vede l’assorbimento delle imprese legali nelle spire della mafia che entra in partecipazione con esse fino a rilevarle totalmente. Tutto ciò al fine di ripulire capitali di provenienza illegale. Per usare le parole di Pisanu, “ogni anno [le mafie] riversano nel Paese fiumi di denaro sporco che inquinano l’economia, insidiano la vita pubblica e infangano la nostra reputazione nel mondo”.

La cosa più grave che possa accadere è che chi viene a contatto con quella realtà, veda nelle mafie una valida alternativa al corso della legalità, al più proponendosi di concludere affari con esse pur di risolvere situazioni di potenziale o effettiva crisi. Si viene a creare in questo modo un sentimento di riconoscenza o speranza nei servigi, che spinge il tutto in un vortice vizioso. Ed in tutto questo, come si pone lo Stato?

Lo Stato ha da sempre attuato una politica repressiva che solo in parte ha saputo fornire le giuste risposte al problema. Da qualche tempo, l’agire dello Stato è volto a politiche di prevenzione e di sensibilizzazione.
L’assenza di fiducia e la carenza delle più minime opportunità, sono le cause principali di questo degrado. Domande a cui dover dare al più presto delle risposte.

Le mafie investono abilmente. Lo Stato ha paura di farlo. Il monopolio della criminalità nella maggior parte dei settori ha generato un senso generalizzato di “decadimento dello spirito pubblico”. “La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà”. La mafia ha vinto quando ha saputo creare una valida alternativa allo Stato. Che lo Stato crei una valida alternativa alla mafia.

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