Covid, studio: un antidepressivo riduce il rischio ricovero

28 Ottobre 2021, di Alberto Battaglia

La fluvoxamina, un antidepressivo facilmente reperibile e dal costo contenuto, si è dimostrato efficace nel ridurre il rischio di ricovero nei pazienti affetti da Covid-19 non vaccinati. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Global Health, che ha coinvolto centinaia di partecipanti in Brasile. Nel dettaglio, 741 pazienti hanno ricevuto 100mg del farmaco due volte al giorno, mentre ad altri 756 è stato dato un placebo. Nel primo gruppo il ricovero o il soggiorno prolungato si è reso necessario in 79 casi, contro i 119 del gruppo che non aveva assunto l’antidepressivo. Inoltre, è stato registrato solo un decesso fra i soggetti che avevano ricevuto le dosi di fluvoxamina, contro i 12 dell’altro gruppo (ma l’osservazione sui decessi non rientrava tra gli scopi scientifici dello studio).

Il rischio di ospedalizzazione assoluta è dunque diminuito del 5% con una riduzione del rischio relativo del 32%.

Un supporto dove i vaccini scarseggiano

“I nostri risultati sono coerenti con studi precedenti di portata più limitata”, ha commentato Gilmar Reis, co-ricercatore principale dello studio, “data la sicurezza, la tollerabilità, la facilità d’uso, il basso costo e la disponibilità diffusa della fluvoxamina, questi risultati possono avere un’influenza importante sulle linee guida nazionali e internazionali sulla gestione clinica di Covid-19”.

Individuare terapie economiche che possano essere utilizzate laddove i vaccini non sono facilmente reperibili è di grande aiuto, ha aggiunto il co-autore, Edward Mills (McMaster University, di Hamilton, Canada):

“La malattia rappresenta ancora un rischio per le persone in Paesi con risorse scarse e accesso limitato alle vaccinazioni. Identificare terapie poco costose, ampiamente disponibili ed efficaci è quindi di grande importanza, ed è di particolare interesse riutilizzare i farmaci esistenti che sono ampiamente disponibili e hanno profili di sicurezza ben compresi”.

Secondo la visiting professor del King’s College di Londra, Penny Ward, i risultati dello studio sono “promettenti”, ma hanno alcuni limiti. Il gruppo analizzato, infatti, non era vaccinato e questo impedisce di osservare gli effetti del farmaco in quei casi più gravi che riescono a “bucare” la protezione di vaccini anti-Covid.