Economia

Coronavirus, alla Camera il premier Conte fa il punto sul vertice europeo di giovedì (VIDEO)

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Davanti alla camera dei deputati il presidente del Consiglio Conte ha illustrato le misure prese per contrastare l’epidemia da coronavirus e il piano economico che proporrà ai paesi della zona euro nel corso del Consiglio europeo del 23 aprile.

 

In merito al vertice europeo il premier ha evidenziato che (testo integrale del discorso):

“Affinché tutti i Paesi possano superare l’emergenza sanitaria, possano ricostruire le rispettive società e le economie, è necessario che le Nazioni sappiano mettere in campo una risposta coordinata, una risposta solidale.

L’ho ribadito nelle opportune sedi istituzionali – non solo al Consiglio europeo ma anche a livello di G7 e G20 in particolare -, l’Unione europea e l’Eurozona non possono permettersi di ripetere gli errori commessi durante la crisi finanziaria del 2008. Sono ancora davanti a noi, ben visibili. Allora non si riuscì ad affrontare in modo coordinato, unito e solidale uno shock comune e si decise addirittura un consolidamento fiscale affrettato e ingiustificato che, amplificando le divergenze fra i Paesi, produsse un secondo shock di natura asimmetrica nel 2010-11, portando alla crisi ben nota dei debiti sovrani e condannando l’Europa a una recessione più prolungata e a una ripresa più lenta e più debole rispetto alle altre aree maggiori economiche del mondo.

È un rischio che non possiamo più correre, poiché il fallimento nel produrre una risposta adeguata e coraggiosa porterebbe un grave, gravissimo danno allo stesso progetto europeo.

La Commissione ha già intrapreso una linea molto promettente: ha sospeso, ricordate, da subito il Patto di stabilità e di crescita, il divieto di aiuti di Stato e ha introdotto una inedita flessibilità nell’utilizzo di fondi strutturali. Anche la BCE è intervenuta e ha deliberato un nuovo programma di acquisto di titoli (il cosiddetto PEPP nell’acronimo) ben più consistente rispetto al passato.

L’Eurogruppo dello scorso 9 aprile ha preparato un rapporto per la risposta economica dell’Unione all’emergenza sanitaria ed economica che, oltre a tenere conto dei progressi compiuti, predispone un pacchetto di strumenti a disposizione degli Stati membri composto da quattro elementi principali.

Innanzitutto, viene costituito un fondo di garanzia europeo presso la Banca Europea degli Investimenti, la BEI, dotato di 25 miliardi di euro, che dovrebbe consentire l’attivazione fino a 200 miliardi di euro di finanziamenti per gli investimenti all’interno dell’Unione.

Il secondo elemento del pacchetto è il cosiddetto piano “Sure”, uno strumento di assistenza finanziaria che potrà erogare sino a 100 miliardi di euro in linee di credito dedicate alle misure di sostegno al reddito dei lavoratori temporaneamente privi di impiego.

Questi due elementi, seppure ancora insufficienti, già si caratterizzano – attenzione – per un finanziamento con garanzie comuni, e quindi a tassi di interesse particolarmente bassi, per spese e investimenti da effettuare nei Paesi membri.

Sul terzo elemento del pacchetto, ovvero l’attivazione di una linea di credito dedicata alle spese sanitarie ed erogata dal famigerato Meccanismo europeo di stabilità, il Mes, si è alimentato nelle ultime settimane un dibattito che rischia di dividere l’Italia in opposte tifoserie.

L’Europa non deve ritrovarsi nuovamente, lo dico molto chiaramente, a chiedere scusa, nei confronti di nessun Paese, come è successo in passato, quando ha imposto alla Grecia programmi particolarmente severi. Di qui la mia posizione di assoluta cautela: di fronte alla sfida epocale che abbiamo di fronte, non si può pensare che la risposta possa essere affidata a interventi peraltro modesti sul piano finanziario e per di più basati su un accordo intergovernativo come il Mes, pensato per gestire crisi assai diverse, riguardanti singoli Paesi e imputabili a squilibri di natura economica.
È stato concepito in realtà, in virtù di decisione prese in passato, come uno strumento che ha sin qui espresso linee di finanziamento caratterizzate – lo sappiamo bene – da forti condizionalità macro-economiche e che ha consentito di dosare addirittura l’imposizione di progressive misure fiscali via via sempre più stringenti al soggetto finanziato, cose tutte queste che io ritengo inaccettabili data la natura di questa crisi.

Insieme ad altri otto Paesi membri, l’Italia ha lanciato una sfida ambiziosa all’Europa, invitandola a introdurre nuovi strumenti per affrontare e superare al più presto questa crisi. Alcuni di questi Paesi, che hanno condiviso questa nostra impostazione, hanno dichiarato da subito – penso alla Spagna – di essere interessati al Mes, purché non abbia le rigide condizionalità applicate in altre circostanze, ma solo la condizione che l’utilizzo del finanziamento sia per far fronte alle spese sanitarie, dirette o indirette che siano. Ecco, rifiutare la nuova linea di credito significherebbe fare un torto ai Paesi che pure sono a noi affiancati in questa battaglia e che intendono invece usufruirne.

Resto però convinto che all’Italia serva altro.

All’ultima riunione dell’Eurogruppo è stato compiuto un deciso passo avanti in questa direzione, perché nel paragrafo 16, relativo all’utilizzo del Mes, è stata proposta una linea di credito, chiamata “pandemic crisis support” e adattata alla natura simmetrica dello shock legato al Covid-19, soggetta alla sola condizione dell’utilizzo del finanziamento per le spese sanitarie e di prevenzione, dirette e indirette.
Per capire se effettivamente sarà così, bisognerà però attendere l’elaborazione dei documenti relativi ai termini di finanziamento, che verranno predisposti per erogare questa nuova linea di credito. Su questo versante mi attendo ulteriori chiare prese di posizione anche in seno al Consiglio Europeo, e in ogni caso siamo disponibili a lavorare con i Paesi direttamente interessati a questa nuova linea di credito affinché, anche in sede regolamentare, non siano introdotte condizionalità di sorta, macro-economiche o anche specifiche.

Quanti oggi esprimono dubbi e perplessità su questa nuova linea di credito, a mio personale avviso contribuiscono a un dibattito democratico e costruttivo, e sono io il primo a dire che bisognerà valutare attentamente i dettagli dell’accordo.

Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se il relativo regolamento è conforme al nostro interesse nazionale, e quindi se conveniente o meno questo finanziamento per i nostri interessi.

Come ho già dichiarato in altre sedi, ritengo che questa discussione, in un Paese civile e democratico, debba avvenire in modo pubblico e trasparente, qui dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l’ultima parola.

Ma la verità è che la trattativa in cui siamo impegnati in Europa è particolarmente complessa, non ce lo dobbiamo nascondere, perché la risposta comune non può poggiare solo su queste misure: deve essere molto più efficace, deve essere molto più consistente.

Noi siamo ben convinti della forza delle nostre ragioni.

All’inizio eravamo soli, quando siamo partiti. Poi nelle scorse settimane ho proposto una lettera, un vero e proprio manifesto programmatico se mi permettete, che è stato sottoscritto da altri 8 Paesi, che ora sono con noi a chiedere strumenti nuovi, adatti alla situazione eccezionale che stiamo vivendo.

Il quarto elemento del pacchetto è un pezzo fondamentale della nostra strategia europea: European Recovery Fund, in grado di poter finanziare progetti comuni di interesse europeo, per avviare un piano di ricostruzione fondato sugli investimenti, l’innovazione, la sostenibilità ambientale, la tutela della salute e dell’ambiente.

Il rapporto dell’Eurogruppo dello scorso 9 aprile richiama la necessità di costruire questo strumento, che l’Italia intende realizzare quanto più velocemente possibile, strutturandolo come un veicolo in grado di finanziarsi con debito comune sui mercati finanziari.

Sarà – questo – il tema centrale della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo, prevista per il prossimo giovedì 23 aprile.

L’Italia, insieme agli altri Paesi che condividono questa medesima strategia, sostiene la necessità di una risposta coordinata e ambiziosa rispetto allo shock da Covid-19 con la conseguenza che il nuovo strumento di finanziamento dovrà nel nostro intendimento:

essere conforme innanzitutto ai trattati europei, chiariamolo questo, non abbiamo il tempo di operare modifiche che comporterebbero una lunga, complessa procedura;
dovrà essere gestito a livello europeo e offerto a tutti i Paesi interessati, senza assumere una caratterizzazione bilaterale;
dovrà essere particolarmente consistente e qui parlo della dimensione finanziaria;
dovrà essere mirato a far fronte a tutte le conseguenze negative economiche e sociali prodotte direttamente dal Covid-19;
dovrà essere immediatamente disponibile, e attenzione, se pure verrà a ricadere e appoggiare sul Quadro Finanziario Pluriennale, dovrà essere messo a disposizione di tutti i Paesi interessati, subito, immediatamente, attraverso un meccanismo di garanzie che ne anticipino l’applicazione, tecnicamente si può, si parla di un bridge;
non dovrà infine avere le condizionalità, anche, immaginate, in termini di cofinanziamento o modalità di spesa, che normalmente si accompagnano e caratterizzano gli ordinari piani di finanziamento strutturali dell’Unione europea.

Al momento abbiamo anche un’iniziativa della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, per quanto da essa stessa specificamente anticipato, potrebbe avere tutte le caratteristiche e muovere proprio in questa direzione.

Sul tavolo, è noto, perché cronaca anche di questi giorni, vi è anche una proposta francese che legherebbe il Recovery Fund a un veicolo costruito ad hoc, in grado di emettere strumenti di debito comune e di erogare fondi ai paesi membri.

Noi appoggiamo questa proposta, l’abbiamo appoggiata avendo però chiesto di integrarla rispetto alla sua originaria formulazione, in modo da rispondere più puntualmente e ampiamente ai requisiti che riteniamo imprescindibili e che ho sopra indicato.

Da ultimo è stata presentata, è storia ormai, e cornaca di questi giorni, anche una proposta spagnola che pure, con qualche suggerimento di variazione, potremmo appoggiare, per la conformità alle caratteristiche e alle finalità più sopra indicate.

Ai Paesi che condividono con noi la medesima linea di intervento abbiamo riservatamente, come si addice a queste trattative, anticipato anche una nostra proposta che riteniamo pienamente conforme all’art. 122 del Trattato sul funzionamento europeo, ma a noi, non l’abbiamo presentata ufficialmente, perché interessa portare a casa un risultato, non rimarcare una nostra primazia. In questo momento riteniamo opportuno condividere quanto più possibile e unificare le proposte sul tavolo, senza rischiare di dividerci, con la conseguenza di rallentare il processo decisionale.

Il prossimo incontro europeo a livello di leader dei 27 Stati Membri dell’Unione europea non ritengo sarà quello risolutivo per questa finalità, ma farò di tutto, di tutto, perché esprima un indirizzo politico chiaro nell’unica direzione ragionevole.