Pensioni, Quota 102 e Opzione Uomo potranno salvarle?

26 Ottobre 2022, di Pierpaolo Molinengo

Salvare le pensioni: questa dovrebbe essere una delle priorità del nuovo governo Meloni. Se proprio non è possibile farlo, sarebbe opportuno, quantomeno, limitare i danni. In questi giorni stanno circolando alcune ipotesi sul futuro previdenziale dei lavoratori italiani: c’è chi propone di continuare a tenere Quota 102 e chi ambisce ad estendere a tutti Opzione Donna (che per questo potrebbe essere ribattezzata Opzione Uomo od Opzione Tutti). Ma per permettere a tutti i lavoratori di andare in pensione, quale soluzione è migliore? È corretto applicare a tutti, proprio a tutti, le stesse regole? O è più corretto differenziare i casi e le situazioni e pensare a delle soluzioni che meglio si adattino ai vari profili professionali?

Cerchiamo di spiegarci meglio. Opzione Donna è stata introdotta in via sperimentale nel 2004 grazie alla riforma Maroni. L’intento del legislatore era quello di unificare i requisiti del pensionamento delle donne a quello degli uomini. Dal 1992 ad oggi, l’età di vecchiaia delle dipendenti del settore privato è passato da 55 a 67 anni: stiamo parlando di un incremento effettivo, perché nella maggior parte dei casi, le donne non sono state in grado di usufruire del trattamento anticipato come hanno fatto gli uomini. La loro storia professionale non permette loro di conseguire l’anzianità di servizio, che darebbe la possibilità di anticipare l’età della pensione.

Pensioni: meglio Quota 102 od Opzione Donna?

Riponiamo la domanda: quando si parla di pensioni è meglio estendere a tutti la possibilità di accedere ad Opzione Donna o è meglio prolungare Quota 102? Ha provato a rispondere il giuslavorista Giuliano Cazzola il quale, in un articolo pubblicato sull’Huffington Post, ha analizzato nel dettaglio la situazione, andando a prendere un po’ di numeri. Attualmente almeno il 75,1% delle pensioni anticipate o di anzianità sono erogate a uomini. La percentuale si abbassa per le pensioni di vecchiaia: si scende al 37,1%. Opzione Donna nei primi anni è passata completamente inosservata. È stata riscoperta quando la Riforma Fornero ha accelerato la parificazione dell’età di vecchiaia delle donne con quella degli uomini.

Da quel momento sono iniziate le proroghe. Le lavoratrici che decisero di andare in pensione grazie ad Opzione Donna furono sempre poche: sia perché l’assegno previdenziale era ricalcolato integralmente, ma anche perché vi è sempre stato il vincolo fattuale dell’anzianità contributiva richiesta. Nel caso in cui si dovesse decidere di estendere gli stessi requisiti anche agli uomini, sarebbe aperta una strada troppo larga. I lavoratori potrebbero andare in pensione con un ampio anticipo, rispetto alle regole vigenti: 58-59 anni, contro i 64 o 63 previsti dall’Ape Sociale per i lavoratori disagiati.

Oggi non varrebbe nemmeno il disincentivo del ricalcolo dell’assegno previdenziale con il criterio contributivo, perché dal 1° gennaio 2012 si applica a tutti il calcolo contributivo pro-rata. Pertanto è un conto riconvertire 35 anni dal regime retributivo a quello contributivo; altro discorso, invece, è limitarsi a riconvertire 25 anni (gli altri 10 sono già nel contributivo) o ancora meno, man mano che si va avanti. 

Come salvare il sistema previdenziale italiano

Tirando le somme, sarebbe meglio puntare ad un prolungamento di Quota 102 invece che su Opzione Donna estesa a tutti i lavoratori per un semplice motivo: le lavoratrici che hanno optato per questa misura sono poche migliaia (nel 2020 sono state 14.000, mentre nel 2019 sono state 21.000). Estendere gli stessi requisiti agli uomini comporterebbe un esodo ancora più anticipato per decine di migliaia di lavoratori. Che il sistema previdenziale non sarebbe in grado di sopportare.