Com’e’ difficile (quasi impossibile) fondare, gestire e mantenere un’azienda in Italia

di Redazione Wall Street Italia
10 Ottobre 2010 03:28
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(WSI) – Un banchiere d´affari, e nemmeno dei più grandi, sostiene di avere in mano il mandato a comprare almeno quattro aziende in Brasile più altre in un certo numero in paesi emergenti e interessanti. La novità è che a conferirgli questi incarichi non sono le tradizionali grandi imprese italiane, ma alcune delle medio-grandi, quelle che ormai è diventato consueto definire come «Quarto Capitalismo».

Il suo ragionamento è molto semplice. Se a me, che non sono il maggior banchiere d´affari d´Italia, hanno dato quattro mandati, significa che, nell´insieme, il Quarto Capitalismo deve aver dato in questi mesi almeno 50-60 incarichi per cercare di comprare aziende all´estero.

In termini tecnici questo si definisce «spostare il baricentro». Le aziende medio-grandi del Veneto e dell´Emilia stanno cercando, anche loro, di essere un po´ meno italiane e un po´ più internazionali. O, almeno, di non avere tutto il baricentro qui, sui famosi «territori» che tanto piacciono alla Lega. I «territori» saranno importanti, ma i nuovi mercati sono altrove e quindi è bene esserci, se si vuole continuare a fare affari.

Fino a ieri, insomma, eravamo abituati alla grande imprese (tipica la Fiat) che cerca sbocchi all´estero, adesso è la volta anche del Quarto Capitalismo. E questo si spiega in due modi. Da una parte abbiamo l´evoluzione dei mercati. Ma dall´altra si spiega con il fatto che il Quarto Capitalismo va molto bene, nonostante la crisi e tutto il resto.

Proprio di recente sono uscite un paio di ricerche di Fulvio Coltorti, capo ufficio studi di Mediobanca (che esamina le imprese italiane da almeno trent´anni) e i risultati sono piuttosto sconvolgenti, come è già stato notato (dal «Foglio», ad esempio). Le 2009, anno di grande crisi, il saldo export-import delle grandi imprese si è chiuso con un passivo di quasi 18 miliardi di euro. Le aziende del Quarto capitalismo (medie e medio-grandi) hanno chiuso il 2009 con un attivo di quasi 65 miliardi di euro.

Ma non basta. Coltorti ha fatto anche dei confronti diretti fra medie imprese italiane e tedesche (e spagnole). I risultati si trovano in poche, esemplari tabelle. Fatto uguale a 100 il valore aggiunto per dipendente delle aziende tedesche, si ha 87,8 per le italiane e 79,9 per le spagnole.

Costo del lavoro tedesco messo uguale a 100. Si ha 80,9 per l´Italia e 72,4 per la Spagna. Qui e in Spagna, cioè, costa meno fare le cose. Se si va sul margine operativo netto (il margine industriale) le sorprese sono ancora maggiori. Fatto uguale a 100 il caso tedesco, si ha 118,9 per l´Italia e 123,5 per la Spagna. Qui da noi e in Spagna, cioè, «rende» di più produrre le cose, almeno fino ai cancelli della fabbrica.

E qui va ricordato quel banchiere che diceva: noi italiani fino ai cancelli della fabbrica siamo i più bravi del mondo, appena fuori, però, comincia il caos. Se una media azienda tedesca paga il 25,8 per cento di imposte su quello che guadagna, in Italia si sale al 48,3 per cento (quasi il doppio). In Spagna, invece, siamo fermi al 25,6 per cento.

In conclusione. Siamo bravissimi, teniamo testa ai tedeschi (come produttori di manufatti industriali, in qualche caso siamo anche più bravi). Ma poi siamo massacrati da imposte insensate. E, inoltre, anche se questo le tabelle di Coltorti non lo dicono, nel conto vanno messi trasporti inefficienti, sindacati litigiosi, una giustizia civile quasi inesistente, una burocrazia ossessiva e pasticciona.

Non c´è da meravigliarsi, quindi, se le grandi aziende hanno già scelto la via dell´estero da tempo e se quelle del Quarto Capitalismo si apprestano a seguirle lungo la stessa strada. Alla ricerca non di paradisi fiscali, ma di luoghi dove sia possibile lavorare e produrre senza essere afflitti dal peso di 100 caste fameliche e ossessive, prima fra tutte quella del fisco (dietro la quale c´è lo Stato).

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