CLASSE DIRIGENTE SENZA AMBIZIONE NAZIONALE

6 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
E’ tempo che l’Italia ritrovi la sua «ambizione nazionale». Una volta entrati nell’euro non avremmo dovuto accontentarci di essere gli specialisti della rincorsa, quelli che sanno riscattarsi solo dopo aver subito una cocente sconfitta. Tommaso Padoa-Schioppa per i titoli dei suoi libri predilige gli ossimori. E’ così, dopo «Europa, forza gentile» ed «Europa, una pazienza attiva», va oggi in libreria «Italia, una ambizione timida», un volume che riordina la produzione giornalistica — da editorialista del Corriere — dell’attuale ministro dell’Economia e delle Finanze.

La metafora dell’ambizione timida serve all’autore come leit motiv di una circostanziata riflessione sulle classi dirigenti del Paese, le loro virtù e i loro vizi. Perché, ammonisce, o si sviluppa l’orgoglio nazionale o per noi arriverà il tempo del declino. Tertium non datur. «L’Italia ha un rapporto timido con l’ambizione perché non è uno Stato nazionalista — argomenta Padoa-Schioppa —, lo stesso Risorgimento non ha avuto una chiave aggressiva e le volte in cui ci siamo ribellati a questo cliché abbiamo collezionato disastri. Siamo caduti nel ridicolo. Penso ad Adua, alla guerra, a un certo modo di fare politica estera battendo i pugni sul tavolo».

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La nostra cultura storica è di tipo universalistico, romano, cristiano, umanista e tutto ciò ha finito per porre un limite all’ambizione nazionale. Non a caso le due forze che hanno occupato la scena politica nel dopoguerra, i cattolici e i marxisti, hanno una matrice metanazionale. Non ha aiutato anche una nozione assai ristretta di classe dirigente. «Quando in Italia si dice che c’è bisogno di classe dirigente si intende dire che c’è bisogno di un nuovo governo». E invece gli artisti, gli amministratori, i magistrati, i pubblicisti, i sindacalisti e gli imprenditori sono classe dirigente tanto quanto i governanti.

Osserva Padoa-Schioppa: «In Germania il presidente di un importante gruppo un giorno andò dal cancelliere Schröder per dirgli, in sostanza: “se qui non cambia qualcosa io trasferisco la sede sociale a Londra”. E’ possibile immaginare qualcuno che avrebbe lo stesso coraggio in Italia? Purtroppo la classe dirigente in Italia partecipa più che in altri Paesi alla critica della politica, denuncia molto più spesso di quanto non si senta lei stessa investita dell’interesse generale. Anche questa è una dimostrazione che c’è poca coscienza nazionale, poca ambizione. In un altro Paese, l’aver risanato i conti sarebbe stato un evento accolto in maniera assai diversa».
Quando si riflette attorno alla qualità delle nostre élite si finisce quasi sempre per invocare un’Ena. Il ministro non si pronuncia.

Preferisce elencare alcuni grandi incubatori. «Se provo a fare un elenco delle persone che sono uscite da Banca d’Italia, penso a Ciampi, Dini, Masera, Sarcinelli, Geronzi, Croff, Micossi, Galli, Natale D’Amico, Tarantelli, Savona e molti altri. Personalità assai diverse tra loro ma con un elemento di formazione comune, di scuola. Penso poi alla Normale di Pisa ma anche ad alcune grandi imprese e alla McKinsey, da cui io stesso ho imparato molto».

E il sindacato non è anch’esso un grande incubatore di classe dirigente? E’ facile pensare agli attuali presidenti delle Camere o al sindaco di Bologna, ma non si può non aver presente come ad ogni singhiozzo di una trattativa faccia seguito il ricatto di uno sciopero antigovernativo. «Certo che i sindacati in Italia fanno parte della classe dirigente.

Gli accordi degli anni 90 con Ciampi ministro e presidente del Consiglio sono stati il punto di arrivo di un cammino cominciato molto prima. Penso alla Cisl che collaborava con Tarantelli e Vicarelli, all’intesa sui primi punti di sospensione della scala mobile, al ruolo di Bruno Trentin. Il sindacato nel tempo ha avuto modo di accettare cambiamenti fondamentali come la revisione della scala mobile, la riforma delle pensioni, la stessa legge Dini e quella parte della Dini che sono i coefficienti. Ma sovente convivono nella stessa casa l’Italia chiusa e quella aperta, i fautori della concorrenza e quelli della protezione e ciò avviene in ogni ceto, in ogni settore. Coesistono nell’università, nella Confindustria, nell’amministrazione pubblica, nel mondo della comunicazione e anche nel sindacato. Gramsci secondo me sbagliava: non c’è una classe di per sé progressista».

Nella politica europea chi ha sostenuto l’ambizione del proprio Paese ha finito quasi sempre per coniugarla con politiche protezioniste. Un’Italia più orgogliosa dovrebbe, invece, essere anche un Paese aperto. Siamo davanti a un altro ossimoro? Secondo il ministro l’Italia assomiglia un po’ al Giappone, tutta la sua storia è segnata dalle aperture e dalle chiusure. Oggi noi siamo però un Paese aperto in uscita ma drammaticamente chiuso in entrata. Come fa a tornare uno scienziato che da dieci anni è negli Stati Uniti o un banchiere d’affari che è a Londra? Perfino i funzionari della Banca d’Italia che sono all’estero fanno fatica. La vischiosità delle élite produce anche questo.

«E comunque nell’economia l’Italia per molti versi è più aperta della Francia e della Germania. Noi abbiamo rimpicciolito l’Enel per darne via dei pezzi, ridurre la sua quota di mercato, abbiamo aperto la rete ferroviaria alla concorrenza più di quanto abbiano fatto francesi e tedeschi. Abbiamo una legge sull’Opa che rende le società italiane più scalabili. Manchiamo caso mai di quegli elementi di coesione con i quali un sistema si autodifende. E in definitiva se altri Paesi usano la chiusura, il fare quadrato, per nutrire la loro ambizione all’eccellenza, da noi la chiusura serve a difendere piccoli privilegi e qualche corporazione».

Chi si apre però vince. E’ il caso della Fiat che ha rinunciato alle protezioni, è il caso delle grandi banche. «Non c’è dubbio che la Fiat quando si è liberata dai vincoli, quando non aveva più la risorsa della svalutazione del cambio ha trovato, dopo una grave crisi, la forza di imporsi di nuovo sui mercati. E lo stesso vale per il credito. La proprietà pubblica ha fatto dei passi indietro con la legge sulle fondazioni e, siccome queste ultime si sono rivelate azionisti illuminati, hanno dato spazio ai manager e i frutti sono arrivati. Diceva giustamente il mio amico Alan Blinder che se gli Usa avessero protetto la General Motors, la Microsoft sarebbe nata in un altro Paese. Se vuoi tenere in piedi la vecchia industria siderurgica, non avrai mai Bill Gates».

A proposito di economie che si rinnovano: nel libro c’è un articolo del dicembre 2005 intitolato «La distruzione creativa». E’ sin troppo facile chiedere al ministro come pensa di applicare il concetto schumpeteriano al caso Alitalia. Padoa-Schioppa sorride e risponde di non sapere come si chiuderà la vicenda ma la cosa che gli pare importante è che una decisione, mettere in vendita l’Alitalia, «sia passata liscia in questo governo, in questa coalizione, con questi sindacati». Non è una cosa da poco. E comunque una compagnia può risorgere. Anche Lufthansa ed Air France hanno passato momenti molto difficili. «E lo dico non perché sia legato al mito delle compagnie di bandiera, anzi mi capita di usare tranquillamente dei voli low cost e trovarmi benissimo».

Ma è proprio vero che dobbiamo penare con l’Alitalia, il tesoretto, le pensioni perché perdemmo nel ’98, subito dopo l’ingresso nell’euro, la grande occasione di essere ambiziosi? Così Padoa-Schioppa sostiene nel suo libro e oggi aggiunge: «Se noi avessimo un debito pubblico dell’80% del Pil, avremmo da spendere circa 20 miliardi l’anno in meno per il servizio al debito. Con una cifra così avremmo già decongestionato il Nord, in un Paese che si muove a fatica da Torino a Venezia avremmo finanziato le infrastrutture giuste e avremmo messo a punto degli ammortizzatori sociali a livello delle grandi socialdemocrazie del Nord. E le assicuro che il rapporto tra cittadino e Stato sarebbe cambiato». E forse anche la critica della politica sarebbe meno devastante.

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