CITI: TRATTATIVE CONVULSE PER EVITARE IL CRACK

23 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

Il governo Usa e’ pronto ad acquisire asset “tossici” fino a $100 miliardi assorbendo tutte le perdite del colosso Citigroup (374.000 dipendenti), per evitarne il fallimento. Il piano sara’ annunciato prima dell’apertura di Wall Street lunedi’. Continua quindi l’assurda marcia del nuovo socialismo di mercato, con centinaia di miliardi dei contribuenti distribuiti a pioggia per salvare pessime banche mal gestite, che dovrebbero invece fallire senza pieta’.

Per un aggiornamento leggere:
Citigroup, piano di salvataggio governo Usa da 306 mld

Citigroup in sostanza dara’ vita a una nuova struttura (una “bad bank”) dove saranno rifilate le peggiori schifezze attualmente in portafoglio, ad altissimo rischio e nessun rendimento; questi asset saranno acquisiti dal governo americano coi soldi dei cittadini. Questa “Citi Bad Bank” assorbira’ anche parte degli asset fuori bilancio di Citigroup, pari secondo alcuni calcoli ad oltre $1.23 trilioni (Cdo, cds, subprime e altre nefandezze del genere). La proposta prevede che Washington si accolli le perdite di Citigroup se queste perdite superano livelli di guardia.

Prima che circolasse questa notizia, si era parlato di una possibile fusione come unico modo per salvare Citi dal crack, una fusione con la rivale Goldman Sachs che potrebbe dar vita ad un gigante da $45 miliardi, sotto la sorveglianza del ministro del Tesoro Usa Hank Paulson. In assenza di notizie certe, i rumor negli ambienti finanziari di Manhattan circolavano ieri sera incontrollati. WSI li riporta per dovere di cronaca.

In alternativa a una fusione con Goldman Sachs (in ambienti di New York anche Morgan Stanley e’ stata menzionata spesso) ha preso poi piede l’altra ipotesi, e cioe’ quella secondo cui il governo degli Stati Uniti e’ pronto a rilevare un “sostanziale ammontare” di assets “tossici” da Citi (fino a $100 miliardi) assorbendo gran parte delle perdite ed entrando nel capitale della banca tramite l’acquisto di azioni privilegiate.

Questo piano per salvare da una drammatica bancarotta una delle piu’ grandi banche mondiali ($2 trilioni in assets, 374.000 dipendenti in tutto il mondo e 80 milioni di conti correnti solo negli Stati Uniti) o tramite l’intervento del Tesoro Usa o tramite una fusione pilotata con un altro dei piu’ importanti marchi del sistema bancario americano – quella Goldman Sachs che ha abbandonato il suo status di banca d’affari un mese fa trasformandosi in banca commerciale per evitare essa stessa il tracollo – prevede anche che Wachovia acquisti Smith Barney, la divisione per il “wealth management” di Citigroup.

Stando alle ultime voci in circolazione, tuttavia, il chief executive officer di Citi, Vikram Pandit, sembra si stia opponendo con tutte le sue forze alla fusione Citigroup-Goldman Sachs (o anche con Morgan Stanley, come qualcuno suggerisce, nonostante le troppe sovrapposizioni di business e quindi futuri licenziamenti di massa). Pare che alcuni azionisti di “peso” abbiano chiesto al chairman di Citi, e numero 2, Win Bishoff, di cercare di convincere Pandit a cambiare idea (Pandit tre giorni fa ha dato la colpa dell’attuale crisi ai ribassisti e a coloro che mettono in giro voci selvagge per mettre in ginocchio il gruppo bancario). L’alternativa alla fusione sarebbe appunto un salvataggio in extremis di Citi da parte del Tesoro, con infusione di capitali compresa tra $50 e $100 miliardi.

Citi ha anche avvicinato alcuni suoi vecchi azionisti come i fondi sovrani del Medio oriente e dell’Asia per valutare se hanno voglia di aumentare il loro pacchetto azionario. Stando ad alcune notizie, HSBC e’ interessata a rilevare alcuni asset di Citigroup in Asia e America Latina, soprattutto in Brasile, Argentina e Messico.

Secondo Pandit Citi non corre il pericolo di una bancarotta. Di recente ha ricevuto un’infusione di capitali di $25 miliardi (prelevati dal fondo di salvataggio da $700 miliardi del Tesoro Usa) e i suoi crediti sono garantiti dalla Federal Reserve. Le controparti bancarie a quanto pare non stanno cercando di spostare il business legato a Citi verso altre istituzioni, come era avvenuto invece con Bear Stearns e Lehman Brothers.

Il ministero del Tesoro Usa, la Federal Reserve (compreso il presidente della Fed di New York Tim Geithner designato da Barack Obama a sostituire Paulson) e la Securities and Exchange Commission hanno passato l’intero weekend in riunioni senza fine per cercare di trovare una soluzione alla crisi, forse la piu’ grave sul mercato finanziario dopo il fallimento di Lehman Brothers, e i salvataggi di Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, AIG, Wachovia, Washington Mutual negli Stati Uniti e Northern Rock, Bradford and Bingley, Hypo Real Estate, Fortis in Europa. Un mancato annuncio provocherebbe un deflusso fatale di depositi da Citigroup alla riapertura degli sportelli lunedi’.

Citi ha perso circa -50% del proprio valore in borsa nelle ultime tre sedute (-20% solo venerdi’, a quota $3.77) con un crollo stupefacente negli ultimi 12 mesi, visto che quotava $33.30 il 26 novembre 2007. La scorsa settimana per ridurre i costi fuori controllo la banca ha annunciato il licenziamento di 50.000 dipendenti. La capitalizzazione a Wall Street e’ adesso di $21 miliardi, rispetto agli oltre $300 miliardi di 18 mesi fa. Da notare che il governo Usa ha gia’ elargito $25 miliardi, si prepara a iniettarne forse altri $100 (totale: $125 miliardi), mentre potrebbe acquistare l’intera banca in Borsa con un investimento di $21 miliardi! In questo modo monta sul mercato il risentimento per salvataggi di banche gestite male da vertici incapaci che meriterebbero di essere silurati (se non peggio).

Secondo molti osservatori oggettivi, il recente crollo del titolo del colosso bancario Usa e’ scattato quando il ministro del Tesoro Usa Paulson ha fatto marcio indietro in merito alla decisione originaria di utilizzare i $700 miliardi del piano di salvataggio delle banche per riacquistare “debiti tossici” nei portafogli degli istituti di credito americani. Cio’ non accadra’ piu’, e Citigroup, tra le grandi banche americane, e’ quella che ha piu’ obbligazioni di questo tipo in “pancia”, per svariati miliardi, a questo punto praticamente illiquide e ad altissimo rischio.

Secondo un banchiere al vertice di un istituto concorrente, che vuole rimanere anonimo, stando ai rumor, se Citi dovesse essere coinvolta in un crack bancario dovuto alla persistente gravita’ del credit crunch in America, le conseguenze per il sistema finanziario sarebbero molto piu’ gravi di quelle gia’ subite dopo il collasso di Lehman Brothers a meta’ settembre.
Dice questa fonte: “Abbiamo avuto il collasso di Lehman. Ebbene, Lehman era una banca relativamente piccola. Se Citi va gambe all’aria, accadrebbe quel che e’ successo per Lehman o Bear Stearns ma su un piano completamente diverso. Sarebbe un crack 20 volte piu’ grande di quello di Lehman”.