Cina, unica via d’uscita i controlli di capitale

20 Gennaio 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Dopo anni in cui la Cina è stata accusare di manipolare i dati economici, ormai il divario con la realtà è diventato “un baratro”, secondo L’Economist. Alcuni studi privati citati dal magazine britannico suggeriscono che la crescita sia stata molto più bassa di quella riportata l’anno scorso (+6,9% la più lenta degli ultimi 25 anni).

Il governo è chiamato ad intervenire. Per arginare le pressioni sullo yuan le autorità politiche cinesi non avranno altra scelta se non quella di reintrodurre i controlli di capitale. È il parere Nariman Behravesh, chief economist di IHS.

“La fuga di capitali è stata enorme – intorno ai mille miliardi di dollari dalla scorsa estate”, dice Behravesh, secondo cui “questo fenomento ha messo ulteriori pressioni al ribasso sul tasso di cambio yuan dollaro. La domanda da farsi ora è cosa succederà e quale sarà la prossima mossa dei leader di Pechino, che pare abbiano completamente perso il controllo della situazione?

“La prima cosa che le autorità potrebbero fare è lasciare la moneta libera di scambiare sui mercati. Ciò significherebbe provocare una svalutazione del 15-20%. Le conseguenze sarebbero devastanti. Un evento del genere potrebbe facilmente scatenare una nuova guerra valutaria mondiale e una recessione globale”.

La seconda cosa che potrebbero fare è continuare a utilizzare riserve in valuta estera, ma ci sono dei limiti a un approccio di questo genere, secondo l’analista. Infine, “potrebbero esplicitamente ma anche implicitamente tornare a introdurre i controlli di capitale”.

Il terzo metodo andrebbe contro l’agenda politico-economica del governo in Cina, che ha espresso la volontà di liberalizzare i mercati e il sistema finanziario sempre di più. “Ma non ci sono opzioni indolori. Quella meno negativa è proprio l’imposizione di controlli di capitale”.

Ci sono già segnali che vanno in questo senso, secondo Behravesh. “La Cina sta rendendo sempre più complicato prelevare denaro e trasferirlo fuori dal paese. La loro gestione della crisi e delle turbolenze di mercato dell’estate 2015 ha minato la credibilità delle dell’attuale leadership in Cina”.

“La cosa che fa maggiormente paura è l’inettitudine delle autorità, che si è lasciata prendere dal panico appena la Borsa è crollata in agosto (vedi Black Monday) e lo ha fatto di nuovo all’inizio dell’anno. Vogliono riformare il paese ma non hanno fiducia dei mercati“.