CINA, STATI UNITI E GERMANIA GUIDANO LA RIPRESA GLOBALE. O NO?

9 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia

È finita? Sì, sembra proprio di sì. Fare previsioni è diventata un’attività rischiosa, ma gli analisti ormai sono quasi certi: il mondo sta uscendo dalla crisi. La ripresa è lenta, zoppicante, e non coinvolgerà subito i lavoratori, che continueranno a soffrire; ma le prospettive sono positive.

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Le aride statistiche stanno diventando ora più vivaci, anche se non ancora brillanti, e iniziano a dare indicazioni univoche. Se si dimenticano i numeri ancora brutti sul prodotto interno lordo del secondo trimestre, che appartengono al passato, tutto sembra puntare alla crescita, un po’ ovunque: dalle vendite di auto – i primi beni a cui si rinuncia durante una recessione – alla fiducia degli operatori economici, agli ordini, fino agli indici (i “Pmi”, che riflettono le percezioni dei manager acquisti, i più vicini alla realtà economica) sull’attività attuale, tutto fa pensare a una ripresa.

«L’economia globale – spiegano Sophia Drossos e Yilin Nie di Morgan Stanley – sta guadagnando forza. Per dirne una, i dati sui Pmi delle maggiori economie hanno proseguito il loro miglioramento e il rimbalzo dell’attività dai minimi del primo trimestre è stato forte e segnala un impulso ora più deciso alla crescita mondiale».

In alcuni casi la ripresa appare persino consolidata. Secondo Christian Broda di Barclays, in Cina e Giappone, dove aumentano ormai anche le esportazioni, la crisi è finita a febbraio; nel resto dell’Asia e in Brasile a marzo, in Germania e in Francia ad aprile (anche se in settimana il Pil di primavera potrebbe riservare qualche brutta sorpresa). A giugno è poi toccato agli Usa, e a fine mese sarà il turno della Gran Bretagna – dove l’attività industriale era in espansione a luglio – e, forse, dell’Italia. La Spagna, però, uscirà dalle nebbie ad aprile, e l’Europa dell’est dovrà aspettare ancora.

Il punto più importante è che ormai c’è ripresa in tutte le aree del pianeta. «Le recenti notizie indicano che si sta verificando un rimbalzo sincronizzato della crescita globale», spiegano Bruce Kasman e David Hensley di JPMorgan, che puntano a una crescita della produzione mondiale dell’8% (semestrale annualizzata), «il ritmo più veloce dalla fine degli anni 80». A parte l’Asia sudorientale guidata dalla Cina, che conferma la sua relativa autonomia economica, il Brasile sta infatti trainando l’America Latina e la Germania torna a spingere Eurolandia. Gli Stati Uniti continuano infine ad acquistare più di quanto vendano e quindi a dare impulso a tutto il mondo.

Questo non significa però che tutto tornerà come prima: il potere economico continuerà a redistribuirsi nel mondo. Per ora – nel bene e nel male – è il capitalismo di Stato cinese e asiatico e quello oligarchico di India e America Latina ad aver gestito meglio la crisi, anche se si sta appannando il modello di sviluppo adottato da questi paesi, basato sulle esportazioni: la chiave per l’uscita dalla recessione è stata dappertutto il sostegno alla domanda interna.

Tutto finito, allora? No, non proprio tutto. L’occupazione continuerà a soffrire. «L’economia sta ancora perdendo posti» aggiunge Broda che ricorda: «Prima viene la crescita, poi si fermano i licenziamenti e soltanto dopo ripartono le assunzioni». È per questo che il presidente Usa Barack Obama, da politico più attento alle persone che alle astratte statistiche, dice semplicemente: «Vediamo la luce in fondo al tunnel». Se un analista può accogliere con soddisfazione la notizia che a luglio, negli Stati Uniti, “solo” 247mila persone hanno perso il lavoro, dopo le 443mila di giugno, non altrettanto possono fare tutti gli altri. Anche perché l’emorragia continuerà: nella sola Italia, secondo la Cgia, l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, sono a rischio altri 200mila posti in autunno.

Analogamente, la ripresa appare “senza credito”, o quasi: «Le perdite su prestiti, negli Usa e in Europa, potrebbero aumentare: la guarigione del sistema bancario sarà lenta e dolorosa», aggiungono gli analisti della JPMorgan.

Si continua poi a discutere, quasi cabalisticamente, sulla forma della ripresa. Ora gli analisti pensano che potrà somigliare a una V, con un rimbalzo forte dopo la contrazione, come è avvenuto in Asia. In tanti però prevedono ancora che sarà una L, con una lenta stabilizzazione dopo la recessione. Tutti temono però che sia invece una W, con una ripresa seguita da una seconda fase di difficoltà.

È uno scenario estremo, questo, ma la crisi ha insegnato a non escludere nulla. Molte cose possono far arenare la ripresa. Soprattutto una domanda interna troppo debole per sostenere tutto. «I consumatori restano sotto pressione a causa dei cattivi bilanci familiari», aggiunge Broda, che pure resta ottimista.

Il nodo è allora lo stimolo della politica fiscale e monetaria, oggi iperespansiva e stretta tra mercati in forte rialzo – a cominciare dal petrolio, fonte di inflazione – ed economie ancora traballanti. Sbagliare i tempi della “strategia di uscita” è quindi facilissimo. Senza contare che i grandi squilibri globali sono ancora tutti lì: il surplus cinese, il deficit Usa, il cambio quasi fisso dello yuan. La crisi non li ha toccati, e nessuno sa che ruolo potranno avere ora.

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