CINA, QUALI I RISCHI DI UN CONTAGIO?

5 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
«Non devono stupirci queste oscillazioni così vistose della Borsa di Shanghai, che sono tipiche di un mercato, diciamo così, ancora immaturo. E soprattutto non devono neanche per un momento farci venire il timore dello spilling over, cioè che si traducano in una crisi generalizzata dell´economia cinese. Borsa e settore manifatturiero vivono per ora come in due universi paralleli. Certo, il mondo intero spinge perché questi due ambiti si ricongiungano, ma è un discorso di lungo termine».

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E quanto ci vorrà? «E´ difficile dirlo, cinque, dieci, quindici anni…Di sicuro non è cosa di domani». Brian Hilliard, 54 anni, attualmente capo della ricerca economica della Société Générale Corporate & Investment Banking, parla al telefono dal suo ufficio di Londra esattamente con la stessa pacatezza che tanta ammirazione ha suscitato per Mario Draghi giovedì in Banca d´Italia. Anglosassone, appunto: Hilliard è stato ricercatore presso il Monetary Policy Group della Bank of England, e docente all´Università di Manchester. E´ uno degli economisti europei più preparati sugli equilibri internazionali.

Insomma non c´è pericolo che la sindrome cinese investa il mondo intero?
«Direi di no, proprio per il motivo che le dicevo. La Cina è un grandissimo paese, con una fortissima economia. Ma ha ancora un mercato azionario estremamente piccolo, dove opera un ristrettissimo numero di operatori finanziari. E´ comprensibile che un attimo di smarrimento, con i risparmiatori che non sanno dove andare ad allocare le proprie risorse, si traduca in una caduta clamorosa. Ripeto, è inutile andare a cerca il linkage, il legame, con l´economia reale. La quale marcia speditissima per suo conto e non dà nessun segnale di cedimento. Anche questo, se ci pensa, è un elemento di pericolo: sull´onda della febbrile attività industriale, c´è qualcuno che si butta sulla Borsa pensando di conseguire subito favolosi guadagni, ma ovviamente resta deluso e accumula invece perdite sconcertanti».

Per la verità, un elemento di crisi manifatturiera esiste, ed è la minaccia americana di introdurre misure protezionistiche…
«Guardi, io non ci crederei molto. Bisogna distinguere fra l´atteggiamento dell´Amministrazione e quello del Congresso, dove è più facile che si annidi la volontà isolazionistica di piccole comunità».

Cioè, se un pericolo di dazi c´è, viene dal Congresso?
«Sì, ma non è vincente. L´Amministrazione è più pragmatica e più realistica nelle sue visioni, e nella sua capacità negoziale. Secondo me si andrà avanti così, fra minacce e piccole misure più o meno di superficie di apertura dell´economia e di spinta verso la valorizzazione dei consumi interni. L´America aspetta, impaziente ma aspetta».

Se, per ipotesi, misure tariffarie venissero intraprese in America, non ci sarebbero conseguenze anche per l´inflazione in occidente?
«Bè, certo. Ormai per molti dei beni importati in America, la Cina è il principale produttore. Se venissero introdotti dazi, i prezzi di questi beni salirebbero inevitabilmente. E per quanto riguarda le aziende americane che producono in Cina, che sono ormai tantissime, non sarebbe certo facile riorientare rapidamente le produzioni in altri paesi a basso costo del lavoro come il Vietnam. La verità è che non è colpa dello yuan se i cinesi esportano in America e se quindi gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale verso la Cina di 250 miliardi di dollari, tre volte quello che era nel 2001. E´ come il Giappone negli anni 80: sono i cambiamenti globali dell´economia che intervengono. Da essi ci si deve difendere con misure interne di correzione».

Tornando alla cronaca, lei diceva che anche crisi passeggere della Borsa di Shanghai non hanno influenza sul resto del mondo. Però un precedente c´è, la crisi delle tigri asiatiche del 1997. Allora gli effetti negativi sull´occidente ci furono, eccome…
«E´ vero, ma erano situazioni completamente diverse. In quel caso erano coinvolti ingenti prestiti da parte delle banche internazionali, ai quali non si sapeva come far fronte. In Cina invece il finanziamento ai mercati non viene dal credito bensì dai profitti, diciamo che una eventuale crisi avviene tutta all´interno del sistema. Peraltro, vorrei far notare che le economie asiatiche hanno fatto ampiamente ammenda dopo quella crisi, perché hanno cominciato tutte ad accumulare ingenti riserve valutarie, proprio sull´esempio cinese. Hanno anche esagerato, se vogliamo. Accumulano troppe riserve in dollari e non rimettono in circolo i capitali per far muovere l´economia».

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