Cina: crescita più bassa e fallimenti, gli analisti calcolano i danni del coronavirus

18 Febbraio 2020, di Mariangela Tessa

Una frenata temporanea dei consumi privati e degli investimenti dal lato della domanda, e dell’attività manifatturiera e dei servizi dal lato dell’offerta, sono i principali effetti sull’andamento dell’economia cinese causata dall’epidemia del coronavirus (2019-nCov), esplosa in queste settimane. Ma non finisce qui. I rischi più rilevanti per il Paese potrebbero derivare dai fallimenti delle imprese cinesi, con il conseguente aumento dei licenziamenti. Ciò potrebbe alimentare disordini sociali con un mercato del lavoro che già in precedenza mostrava segnali di deterioramento.

È quanto mette in evidenza una nota della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, che ha effettuato una preliminare revisione al ribasso delle previsioni di crescita del PIL della Cina da un precedente 5,8% a 5,4% per il 2020 nello scenario di base.

“Ipotizzando un picco dei contagi nel primo trimestre dell’anno e uno shock all’economia originato da un netto rallentamento di consumi privati e investimenti, seguito da un recupero nei trimestri successivi, gli effetti di rallentamento dell’economia appaiono sensibili ma transitori e confinati, per lo più, al 1° trimestre. Tuttavia, qualora il numero dei contagiati continuasse a salire e le misure di prevenzione si prolungassero anche nel 2° trimestre, ritardando la ripresa, la crescita annua potrebbe risultare in rallentamento fino al 4,9%”.

La nota presenta un confronto con quanto accadde durante l’epidemia della SARS, che dilagò in Cina tra la fine del 2002 e la prima metà del 2003. Il nuovo Coronavirus appare per ora meno pericoloso ma molto più contagioso di quello della SARS: il tasso di mortalità tra i contagiati è stato infatti intorno al 2,2%, rispetto al 6,5% della SARS al picco della diffusione, ma si sta diffondendo più velocemente, per ora principalmente in Cina.

“I rischi nello scenario di base sono al ribasso sia per la Cina sia per il resto del mondo, considerato il grado di integrazione economica e finanziaria tra i paesi, molto più elevato rispetto al 2003, a cui si aggiunge l’effetto del calo della fiducia di consumatori e investitori e il riflesso sui mercati, che potrebbe essere più duraturo a seconda dell’evoluzione della pandemia. Le misure di restrizione alla mobilità e il blocco della produzione in diversi distretti industriali rendono ragionevole attendersi un impatto sull’economia superiore a quello registrato nell’anno della SARS” dicono gli analisti di Intesa.

In un quadro globale che si fa dunque più grigio, anche l’Italia rischia di perdere colpi. A questo proposito, ieri Nomura ha diffuso una stima più circostanziata degli effetti attesi dal virus. E per l’Italia non sono buone notizie: secondo la banca nipponica, nello scenario di base il Pil italiano scivolerà in recessione nel 2020, perdendo 0,1 punti percentuali (contro la crescita dello 0,6% del governo). La vecchia previsione era di una modesta crescita dello 0,2 per cento.