Cina: crescita Pil a minimi 25 anni. Crisi debito e banche come in Eurozona?

19 Gennaio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Il dato sul Pil cinese conferma il rallentamento della seconda economia del mondo. Nel quarto trimestre del 2015, il prodotto interno lordo della Cina è cresciuto a un ritmo annuo del 6,8%, contro il +6,9% del terzo trimestre.

Nell’intero 2015, l’espansione è stata del 6,9%: un ritmo che per le economie occidentali è un risultato irrangiungibile nelle condizioni attuali, ma che per Pechino corrisponde a un record negativo: quello dell’espansione peggiore in ben 25 anni, al minimo dal 1990.

A livello trimestrale, inoltre, quella del quarto trimestre è stata per la Cina la crescita peggiore dalla recessione globale del 2009.

Il trend del Pil è stato comunque per lo più in linea con le attese del governo, che prevedeva per il 2015 un ritmo annuo pari a +7%, anche se in calo evidente rispetto al +7,3% del 2014.

Altri dati pubblicati nella sessione odierna sono stati:

  • le vendite al dettaglio, salite +11,1% su base annua, contro il +11,3% atteso.
  • gli investimenti in asset fissi, esclusi quelle nelle aree rurali, cresciuti +10% nel 2015, al tasso minimo dal 2000.
  • la produzione industriale, salita a dicembre +5,9% su base annua, contro il +6% atteso e il +6,2% di novembre.

Nessun terremoto alla borsa di Shanghai, che di fatto aveva già scontato i dati e che temeva un risultato peggiore.

Certo, la seconda economia al mondo deve fronteggiare alcune sfide di tutto rispetto, come la debolezza delle esportazioni, gli elevati livelli dei debiti e il rallentamento evidente degli investimenti.

Ma l’interrogativo è se i timori sul suo indebolimento siano esagerati.

Parla l’esperto: uno scenario simile a quello dell’Europa

Nuno Fernandes, professore di finanza presso la scuola di business IMD in Svizzera risponde alla domanda se la Cina stia scatenando una crisi globale. E sottolinea che già due anni fa, “stava diventando ovvio che, oltre alla contrazione della domanda globale, così come oltre all’aumento generale della competitività generale di altri paesi asiatici, la rapida ccrescita della Cina stava arrivando a una forte frenata, lasciando una scia di debito eccessivo.

Fernandes continua:

“Nelle ultime settimane, il mercato cinese ha sperimentato un calo su base settimanale che è stato il più forte in 20 anni, crollando più del 15%. Questa volatilità serve come ulteriore avvertimento: la Cina è ancora un mercato emergente, e ha un sistema finanziario immaturo“.

Sul debito:

Il debito eccessivo sta infettando ogni settore dell’economia della Cina, dal mercato immobiliare e dai governi locali alle società statali o parzialmente controllate dal governo. La maggior parte delle grandi aziende cinesi ha avuto successo per un bel po’ di anni, in larga parte grazie ai sussidi in arrivo dal governo. Allo stesso tempo, (tali aziende) non raccoglievano capitali, in quanto le loro attività erano così dipendenti dai sussidi. Dal canto loro le banche cinesi, che sono principalmente controllate dal Partito Comunista, erogavano credito a tassi di interesse artificialmente bassi, alimentando debiti eccessivi in tutti i settori”.

Fernandes spiega il credito facile anche attraverso la forte presenza del “sistema bancario ombra”, che ha permesso che diversi prodotti legati al credito fossero venduti “direttamente agli individui, senza che fosse osservato l’iter per l’erogazione dei prestiti bancari”.

Anche “il debito del settore pubblico, in modo particolare a livello locale e regionale, è enorme”.

Quale, allora, lo scenario?

“Le autorità cinesi fanno fronte a scelte molto difficili. La Cina al momento sta presentando diversi problemi tipici di un ‘paese ricco’, a fronte di un budget tipico di “un paese povero’. Una riforma strutturale del suo sistema fiscale è chiaramente necessaria; il suo sistema attuale è arcaico. Nessun paese può avere una torta e mangiarsela anche. Se la Cina vuole un’economia di mercato, allora deve capire che gli interventi sui mercati sono destinati al fallimento, deve accettare che la volatilità fa parte di un’economia di libero mercato. La volatilità a cui stiamo assistendo sui mercati conferma soltanto quello che molti sanno: Pechino non ha alla fine un grande controllo sull’economia”.

Il professore conclude affermando che:

“Nei prossimi anni, molto probabilmente la Cina attraverserà uno scenario molto simile a quello che l’Europa ha vissuto dopo la crisi finanziaria, caratterizzato da una forte ristrutturazione del suo modello di business e dei bilanci delle banche. Ciò non significa che l’economia cinese collasserà. Assisteremo a tassi di crescita molto più bassi, ma la crescita ci sarà ancora”.

Per Fernandes, l’impatto sull’economia globale non si tradurrà in una “crisi di proporzioni simili a quella del 2008-2009. Un qualsiasi danno provocato dalla Cina sarà relativamente  contenuto. Alcuni paesi dovranno preoccuparsi, in particolare quelli che esportano materie prime e beni di lusso e, su scala minore, l’Eurozona”.

Dello stesso avviso, ovvero con toni non, apocalittici, parla Louis Kuijs, responsabile dell’economia dell’Asia presso Oxord Economics a Hong Kong, in un’intervista rilasciata a Bloomberg:

“Credo che almeno quei timori sull’economia reale, timori che si sono messi in evidenza durante il crollo dell’azionario…credo che quei più grandi timori siano stati eccessivi. Non intravediamo segnali di un brusco rallentamento o di qualcosa che stia peggiorando rispetto a quanto abbiamo previsto sei settimane fa”.