CHI TEME IL GIGANTE CINESE

3 Ottobre 2003, di Redazione Wall Street Italia

«Solo grazie all´economia le civiltà durano, fioriscono e poi rovinano». È così che Fernand Braudel, nel suo “Mediterraneo”, spiega il passaggio dall´età del “mare Interno” a quella dell´Atlantico. È una vecchia legge delle vicende umane che mi è tornata in mente in questi giorni in una serie di conversazioni sulla poderosa ascesa dell´economia cinese e asiatica.

Il fenomeno Cina fa paura a molti. Ma nei dibattiti di queste settimane, incentrati sulla questione dei dazi e sugli aspetti monetari, si coglie un approccio minimalista e banalizzante, quasi che non si riesca o non si voglia comprendere la portata del fenomeno cui stiamo assistendo. Io credo, al contrario, che si stia determinando una nuova svolta nella storia delle civiltà – del tutto analoga a quella descrittaci da Braudel – con l´asse del mondo che sta tornando a spostarsi, passando questa volta dall´Atlantico al Pacifico, e con un´Europa che rischia un declino epocale.

Dopo due secoli di assoluto predominio planetario, la civiltà europea sembra assistere impotente alla sua marginalizzazione e i frutti migliori della sua cultura, come avvenne tra Atene e Roma oltre due millenni fa, rischiano di maturare altrove.

Alcuni dati possono aiutare a collocare questi eventi nella giusta dimensione storica. Secondo uno studioso attento come Angus Maddison (The World Economy: A Millennial Perspective, Paris 2001, Ocse) le economie asiatiche, nei primi anni dell´Ottocento, rappresentavano il 59% della ricchezza mondiale. Ma i due secoli successivi sono stati i secoli dell´Europa: e l´Asia, soggetta all´intervento e al dominio occidentale, è crollata fino al 18 per cento.

Oggi il trend torna a invertirsi. La quota del Prodotto mondiale detenuta dall´Asia è già risalita al 24 per cento. Ma ciò che più impressiona sono i trend di crescita: 4,9% negli anni Ottanta e 5,4 nei Novanta. La Cina, che è il vero cuore di questa rivoluzione mondiale, ha fatto ancora meglio, stupendo il mondo con un´ascesa nell´ultimo decennio al ritmo dell´8,8 per cento annuo. Un exploit che l´ha già trasformata nella seconda economia mondiale.

Ancora più impressionanti i dati sull´export. La sola Asia orientale ha prodotto il 24% delle esportazioni mondiali nel 2001, contro il 10% degli anni Sessanta e il 18 degli Ottanta. La Cina, da sola, è passata in vent´anni dall´1 al 4 per cento. In questo modo il commercio inter-pacifico ha già surclassato quello atlantico: 490 miliardi di dollari dall´Asia ai Paesi del Nafta e 209 sulla rotta opposta; contro i 243 miliardi di dollari e 176 miliardi tra l´Europa e il Nafta.

In decisa espansione è anche il commercio infra-asiatico: dal 2,2% del commercio mondiale nel 1985 si è già arrivati al 6,5, con tassi di crescita che negli ultimi anni hanno superato il 15% contro il 7-8% dell´Europa. A luglio le esportazioni giapponesi verso la Cina hanno toccato il record di 5,16 miliardi di dollari, con una crescita del 28%. E in questi mesi il dragone è diventato il maggiore importatore di prodotti coreani, superando anche gli Stati Uniti.

È facile immaginare cosa succederà quando Pechino avrà sviluppato tutto il suo potenziale, favorendo a sua volta il pieno sviluppo dell´India e del Sud-Est asiatico, e la ripresa – già in atto – del Giappone. Anche perché questo miracolo non è più solo determinato da una illimitata disponibilità di forza lavoro a basso costo. Certo, c´è anche questo, ci sono società telefoniche americane che stanno trasferendo i loro call-center in India sfruttando i ridicoli stipendi in rupie del personale. Ma nei Paesi asiatici emergenti c´è soprattutto un´inedita capacità di innovazione.

In un bell´articolo pubblicato la settimana scorsa dal Financial Times, si intervistava il capo ingegnere del nuovo porto di Shanghai. Nel descrivere il capolavoro tecnologico che era stato realizzato, Chen Gang – questo era il suo nome – concludeva affermando: «Voi occidentali sottostimate la nostra capacità di realizzare grandi progetti tecnologicamente avanzati». Aveva ragione. Sbagliava solo a generalizzare, perché in realtà molte imprese europee e americane quella capacità non la sottovalutano affatto.

Non è un caso se Motorola ha concentrato in Cina gran parte della sua divisione di ricerca e sviluppo nel tentativo di colmare il gap con Nokia. Lou Gerstner, ex presidente della Ibm, mi raccontava qualche giorno fa, non senza preoccupazione, che ormai gran parte delle aziende tecnologiche Usa stanno delocalizzando anche i colletti bianchi qualificati. «Si licenziano ingegneri nella Silicon Valley – mi diceva – e li si assume in Cina o in India, dove costano fino a dieci volte in meno e sono portatori di una capacità di innovazione che niente ha da invidiare a quella dei tecnici americani».

Mike Moritz, General Partner di Sequoia, uno dei più importanti fondi tecnologici della Silicon Valley, è assolutamente allarmato per la continua perdita di posti di lavoro nell´area della California a causa della delocalizzazione di lavori di alto contenuto intellettuale in India e in Cina. E se questa fuga non avviene dall´Europa in eguale misura, è solo perché il vecchio Continente ha perso da tempo un´industria tecnologicamente avanzata.

Come reagire? Si parla tanto di un ritorno ai dazi doganali o di costringere la Cina a rivalutare lo yuan. Il primo strumento non sta in piedi. Il ricorso a barriere protezioniste, infatti, in un mercato sempre più globale, non farebbe che marginalizzare ulteriormente l´Europa. Il secondo, pur avendo una sua fondatezza, è inficiato da un approccio troppo minimalistico al problema: un rafforzamento dello yuan può anche avere un effetto palliativo a breve, ma è destinato ad essere irrilevante nel medio-lungo termine.

Il fiume non si ferma con le mani, ma con studi, progetti e interventi di ampio periodo. Allo stesso modo l´Europa non fermerà l´ascesa della Cina e, ciò che più conta, il proprio declino, con interventi estemporanei. Qui c´è un lavoro enorme da fare per ritrovare una competitività che non è, come qualcuno in Italia continua a credere, solo riduzione di costi, ma è innovazione, talento, conoscenza, ricerca.

Ho molto apprezzato l´appello rivolto martedì scorso dal nostro capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, al Parlamento europeo perché «non ci si lasci andare alla sindrome del declino». Ciampi, con la sua consueta lucidità, ha colto l´essenza del problema: «L´Europa – ha detto – deve far fronte a un enorme problema di competitività, deve recuperare perciò dinamicità e puntare con forza sulla ricerca e l´innovazione».

Sono i temi di Lisbona, le priorità di quell´intesa che nel 2000 i Quindici sottoscrissero per costruire in un decennio l´economia della conoscenza più competitiva del mondo. Ci si impegnava, in quella sede, ad investire il 3% del Pil in ricerca, a favorire fiscalmente l´innovazione, a rafforzare le strutture di formazione. Da allora poco è stato fatto. E l´Europa continua a restare al palo dello sviluppo. Ma solo da lì il Vecchio continente può oggi ripartire se vuole sfuggire al suo destino di declino storico. Abbassare l´asticella della competitività non serve: non si batte la Cina sul terreno delle economie di sistema, ma piuttosto sulla qualità e la capacità di innovare. La speranza è che la Conferenza Intergovernativa per la nuova Costituzione Europea rappresenti un passo in avanti in questa direzione.

In questo ambito, mi piace pensare che l´Italia abbia un atout in più da giocare rispetto ai propri partner. Fermo restando che questa è una battaglia che si vince o si perde tutti insieme, noi italiani abbiamo una capacità di adattamento alle nuove situazioni di mercato che nessun sistema produttivo dell´Occidente offre. In fondo, noi siamo un po´ i cinesi d´Europa: grande disponibilità a rimettersi sempre in discussione, fantasia di inventare il nuovo, una creatività personale e sistemica che investe l´intero processo industriale, dall´organizzazione di impresa al prodotto. Sono doti che ci hanno permesso di superare fasi storiche anche più difficili di questa e che, se messe nelle condizioni di dare il meglio, possono risultare decisive a vincere quella sindrome da declino cui fa riferimento Ciampi.

In fondo, per tornare agli esempi della grande storia, è un po´ quello che seppe fare una sparuta manciata di signorie italiane, quando sul finire del Medioevo l´asse del mondo già si spostava dal Mediterraneo al Nord Europa. Con creatività, ingegno e adattamento, quel piccolo mondo seppe andare contro il flusso degli eventi sfruttando tutte le marginalità che il processo offriva. Come ci ha insegnato Henri Pirenne, in una scenografia spaccata in due tra le potenze feudali dell´Europa franco-germanica e l´Islam, quegli uomini seppero inventarsi un ruolo di protagonisti, mantenendo aperto un canale di traffico che da Venezia, Genova, Pisa portava fino a Baghdad e oltre, nel cuore dell´Asia.

Fu un miracolo che produsse una delle civiltà più splendide – seppur breve – della storia dell´uomo. Non vedo in giro novelli Marco Polo. E l´Europa e l´Italia di oggi poco hanno a che fare con quei nostri antenati. Ma se il vecchio Continente saprà sfruttare anche solo una parte di quelle antiche qualità, potrà forse far girare la storia a suo vantaggio. E l´Italia, Cina d´Europa, potrebbe avere un ruolo non marginale in questo processo.

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