Che fine ha fatto la spending review? [VIDEO]

13 Marzo 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il commissario della spending review aveva tutte le buone intenzioni del caso. Voleva risparmiare 2 punti di Pil, riducendo tra le altre cose le voragini mangia soldi delle partecipate pubbliche.

Ma l’ex responsabile delle finanze del FMI, che era stato cooptato dall’amministrazione Letta, dopo neanche un anno di lavoro se ne è andato per i disguidi con il governo Renzi.

Al centro del suo piano c’era un taglio massiccio delle Partecipate pubbliche, che voleva ridurre da ottomila a settemila per risparmiare tre miliardi. Ma anche tagli a beni e servizi, agli stipendi della PA, alle pensioni, alla Difesa e alla Sanità. Nulla di tutto ciò è stato possibile.

A ottobre 2013 Carlo Cottarelli, ex responsabile del Fmi dove lavorava da 25 anni, viene chiamato dal premier Enrico Letta a studiare un piano per abbattere la spesa pubblica italiana e raccogliere il 2% nel giro di tre anni.

Studiando come apportare tagli alle spese mirate, in sei mesi Cottarelli era chiamato a presentare un piano da 32 miliardi.

Dopo averlo fatto, si è visto attaccare da Renzi, che era impegnato nella campagna elettorale per le primarie del PD. L’attacco frontale in diretta TV ha riguardato la scelta di Letta di nominare un commissario esterno.

Il 22 febbraio 2014 Renzi diventa premier. A luglio emergono già i primi dissidi. Dopo aver criticato il documento presentato da Cottarelli, Renzi autorizza nuove spese, formando la goccia che fa traboccare il vaso.

Autorizzare nuove spese, trovando coperture con le future risorse che verranno dalla spending review, per Cottarelli è “il gioco delle tre carte”. Al governo il commissario rimprovera di non assumersi la responsabilità politica della spending review.

Renzi dice che la spending review si farà a prescindere da Cottarelli. Lui lascia a ottobre 2014, dopo appena un anno di lavoro, contestando la sua esclusione dalle principali decisioni in materia economica e di spesa.

“Una delle difficoltà è stato il fatto che venivano fatte leggi che aumentavano la spesa e non veniva chiesto al Commissario se secondo lui era una buona spesa o no”, ha detto Cottarelli alla troupe della Rai nei suoi uffici di Roma due giorni prima di lasciare.

“Dello Sblocca Italia non ho visto quasi niente” e “non c’era un budget”. Con poche risorse e senza un budget il lavoro era chiaramente difficilissmo. “Quelli che lavoravano con me – prosegue -, alcuni esperti, non potevano avere neanche i rimborsi del biglietto del treno”.

“Speravo – prosegue Cottarelli – che ci potesse essere un progresso ulteriore nella digitalizzazione delle banche dati delle amministrazioni pubbliche. Si poteva passare da 300 a 3 grandi sistemi di digitalizzazione, con un risparmio, entro tre anni, di 300 milioni di euro”.

Sulle partecipate locali – continua – “c’erano 33 possibili azioni di intervento per tagliare poltrone e eliminare le parti improduttive, anche lì nulla. E poi speravo di eliminare la sovrapposizione tra il Pubblico registro automobilistico e il registro della Motorizzazione civile con un risparmio di almeno 60 milioni di euro e neanche questo provvedimento è entrato nella legge di stabilità”.

Il bilancio finale dei tagli? Il dirigente, poi tornato al FMI, sperava di fare passi avanti, ma evidentemente “il presidente del Consiglio voleva avere che ha scelto lui”.

Del dossier che lascia ancora non c’è traccia. Ma il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha promesso che il lavoro di Cottarelli non sarà vano e che renderà pubbliche le carte il prima possibile.