CETA: Spunta lettera di Calenda che lascia mano libera a Ue

20 Giugno 2016, di Alberto Battaglia

E’ stata pubblicata la lettera che il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha inviato alla commissaria europea Cecilia Malmstrom, per informarla che l’Italia non richiederà il voto del suo parlamento per la ratifica del trattato di libero scambio negoziato con il Canada, il Ceta. La polemica è scoppiata intorno alla decisione del governo, in quanto, si teme, che la decisione di evitare il coinvolgimento dei parlamenti nazionali possa inibire le possibilità di bloccare un altro e più importante trattato, il Ttip fra Ue e Stati Uniti. In realtà nel testo della missiva viene scritto a chiare lettere che la decisione italiana di lasciare la ratifica del Ceta al Parlamento europeo e al Consiglio “vale solo per questo caso specifico, senza pregiudizio sulle valutazioni italiane in merito ad altri trattati, il cui contenuto andrà valutato caso per caso, a partire dal Ttip”.

La decisione espressa dal ministro deriva dall’interpretazione che viene fatta dei contenuti del Ceta: il trattato, in questo caso, non includerebbe materie che esulino dalle competenze esclusive dell’Unione Europea (le politiche doganali, ad esempio, sono fra queste). Per tale ragione il parlamento competente per la ratifica del trattato, i cui negoziati sono terminati l’anno scorso, sarebbe quello europeo. Il discorso cambia nel caso del Ttip, i cui contenuti sono “misti”, e quindi tali da rendere legittimo, secondo il trattato di Lisbona, l’intervento delle ratifiche parlamentari nazionali. “Il Ttip è sicuramente misto, il Ceta no” aveva twittato Calenda, che descrive il trattato con il Canada molto meno problematico del Ttip per quanto riguarda tutele fondamentali per il nostro Paese, come le certificazioni sull’origine dei prodotti.

Come la gran parte dei trattati di questo tipo anche il Ceta prevede l’istituzione di un tribunale per le dispute tra Stati e investitori (Isds); in questo caso, tiene a sottolineare l’Ue, non saranno arbitri nominati anche dalle multinazionali interessate a esprimere le sentenze, bensì una corte nominata dal Canada e dall’Ue.