CAPROTTI CONTRO LE COOP

8 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Bernardo Caprotti è il padrone
della catena di supermercati Esselunga
che conta su 129 punti vendita in 27 province
italiane. Per chi non vive in Lombardia,
Toscana, Piemonte ed Emilia questo
nome significa poco, ma per i cittadini
di quelle regioni, e per i lombardi in particolare,
Esselunga identifica il concetto
stesso di supermercato.

Da alcuni mesi
Caprotti è in guerra aperta con il mondo
delle Coop. Egli ritiene che le Coop stiano
cercando in tutti i modi di ostacolare la
sua attività di imprenditore libero, e di
condizionare eventuali tentativi di alleanze
internazionali. L’argomento usato
dalle Coop è quello della difesa del mercato
italiano. Se un altro pezzo della grande
distribuzione finisse in mani straniere
– questa sarebbe la tesi anticaprottiana –
si rafforzerebbero i produttori d’oltreconfine
legati ai distributori.

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Così, l’ultimo atto di questa contesa si è
celebrato sabato scorso quando il presidente
e padrone di Esselunga – con una
tecnica ipertrasparente sul tipo di quella
con cui Mittal e Severstal si sono contesi
Arcelor sul mercato dei media francesi –
ha acquistato pagine pubblicitarie su una
quarantina di quotidiani per rivendicare
il diritto di fare ciò che vuole della propria
azienda, quindi anche venderla ad acquirenti
esteri, spiegando come la proprietà
della grande distribuzione non implichi
la vendita di prodotti non italiani. E
visto che c’era ha ribadito che nelle regioni
in cui le Coop hanno il predominio di
mercato i prezzi sono più elevati di quelle
in cui è presente Esselunga. Il tutto su uno
sfondo azzurro (cielo) e firmato con un
“Concorrenza e Libertà” che lascia poco
spazio all’interpretazione politica.

Un allarme in sala d’attesa

Caprotti, che ha da poco compiuto 81
anni, ha estromesso i suoi tre figli dalla
società, liquidandoli con 450 milioni di
euro. A partire da questa decisione tra gli
operatori del settore si è aperta la corsa
all’acquisto di questo gruppo che ha fatturato
4,36 miliardi di euro nel 2005 e il
cui piano industriale al 2011 prevede una
crescita media annuale del fatturato superiore
al 10 per cento.

La leggenda vuole
che Caprotti l’anno scorso avesse chiuso
la vendita di Esselunga con gli americani
di Wal-Mart e che abbia stracciato il forcontratto
un attimo prima di firmarlo. La
leggenda o il racconto protetto dal più
completo anonimato sono le uniche fonti
di notizie su Caprotti. Facendo una ricerca
nell’archivio Ansa, dal 1981 a oggi, risultano
solo sette notizie che riportino
delle dichiarazioni di Caprotti ma sempre
rilasciate tramite comunicati stampa. Il
resto è affidato al tam tam dei racconti
dai quali emerge il ritratto di un uomo di
altri tempi capace di far convivere la severità
del capo azienda con alcuni atteggiamenti
naif. Chi è passato nella sua sala
d’attesa racconta che vi sono due quadri
antichi, cosa assolutamente comune.

Insolito, però, è che siano protetti da un
cordone, come avviene nei musei, e da un
allarme sonoro che prega il visitatore di
allontanarsi qualora si fosse avvicinato
eccessivamente. Chi lavora con lui lo descrive
capace di capire a occhio se la
scorta di un certo prodotto sia in grado di
coprire il fabbisogno giornaliero del supermercato.

Scrive tutto a mano e non rinuncia
a girare in azienda con il cartellino
identificativo ben in vista. Il mito di
Caprotti è diventato leggenda due anni e
mezzo fa quando decise di licenziare il figlio
Giuseppe, che ricopriva la carica di
amministratore delegato. Un giorno di
aprile del 2004, si racconta, Bernardo Caprotti
convocò in azienda 13 dirigenti della
prima linea di comando. Li aspettò nella
sala del Consiglio. Una volta entrati li
pregò di spegnere i telefoni cellulari e di
riporli sul tavolo. Dopodiché annunciò loro
che da quel momento non lavoravano
più in azienda e che sarebbero stati accompagnati
a casa da altrettanti autisti
che li aspettavano con i motori già accesi.

Alcuni giorni dopo anche il figlio fu sollevato
dall’incarico. I motivi di questo big
bang non furono mai chiariti. Ci sono due
correnti di pensiero. I maligni affermano
che i dirigenti e il figlio siano stati allontanati
perché colpevoli di avere acquistato
prodotti, in particolare frutta e verdura,
non all’altezza degli standard, con il
conseguente sospetto di avere perseguito
interessi personali. Altri sostengono che
il padre abbia scoperto un piano del figlio
e del management per rilevare l’azienda.

Da allora è apparso chiaro che in futuro
Esselunga avrebbe avuto un nuovo padrone.
Le scorse settimane, oltre a liquidare
i figli, la società ha fatto una serie di scelte,
come lo scorporo degli immobili, che
di solito precedono la vendita o la quotazione
in Borsa, scenario quest’ultimo ritenuto
più probabile di un’eventuale cessione
a terzi da fonti vicine a Caprotti.

Da allora il pressing del mondo cooperativo,
e della sinistra in generale è aumentato
attraverso dichiarazioni pubbliche
in cui si esprimono timori per un’eventuale
cessione all’estero di Esselunga.

Ad animare questa fortissima moral suasion
sono principalmente i Ds che vedono
nell’acquisto di Esselunga da parte
delle Coop l’occasione per l’avvio del riscatto
cooperativo dopo la fase di incertezza seguita alla fine del consortismo e
alla conseguente battuta d’arresto per le
mire finanziarie di quel sistema. Come
accadde quando cercarono di orchestrare
l’acquisto di Parmalat, ormai risanata,
da parte dell’indebitata Granarolo, gli
strateghi della Quercia, però, hanno fatto
male i conti.

Il fattore umano

In entrambe le partite il principale
ostacolo politico è un fattore umano. Nella
vicenda Granarolo-Parmalat furono
sconfitti da Enrico Bondi, che dimostrò
come i timori di una scalata a Parmalat
fossero infondati, bloccando così un’offerta
di salvataggio da parte di Granarolo.
Con Esselunga hanno fatto un altro errore
di valutazione. Caprotti pretende e ottiene
la più totale e cieca fedeltà dai suoi
dipendenti e ha una certa allergia per tutti
i burocratismi e le lungaggini delle dinamiche
sindacali. Chi lo conosce sa che
mai nella vita cederebbe la sua azienda,
creata nel 1957, alle Coop, tanto che un
banchiere d’affari che sta seguendo l’operazione
ha definito le ambizioni del sistema
cooperativo su Esselunga con un tranciante
“Ds su Marte”.

Per lungo tempo Caprotti è stato un
elettore e amico di Silvio Berlusconi. Il
Cav. lo ammira non solo per la tempra e le
capacità manageriali, ma anche perché è
riuscito in un settore in cui lui ha fallito.
I rapporti fra il Cav. e Caprotti però da un
po’ di tempo tendono al freddo, tanto che
in occasione delle ultime politiche il padrone
di Esselunga ha organizzato una cena
elettorale per Pier Ferdinando Casini.

Alla base del raffreddamento dei rapporti,
secondo alcuni, vi sarebbe l’offerta
giunta da parte del Fondo Clessidra dell’ex
Mediaset Claudio Sposito, vissuta come
un tentativo indiretto del Cav. di far
entrare Esselunga nella sua ottica. Secondo
altri osservatori, i due sono semplicemente
troppo simili per potersi amare.

Quel “Concorrenza e Libertà” che
chiude l’avviso a pagamento di Esselunga
è comunque un chiaro riferimento alla
CdL e intercetta una ribellione al dirigismo
dell’esecutivo che ha già portato alle
polemiche dimissioni di Tronchetti Provera
nella vicenda Telecom e alla causa
per danni dei Benetton all’esecutivo per
Autostrade.

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